Gianluca Ramini: il collezionista felice

Irene Fenara: Self portrait from surveillance camera, 2018 - photo from surveillance camera, 57x79 cm
Irene Fenara: Self portrait from surveillance camera, 2018 - photo from surveillance camera, 57x79 cm

Cari amici, è davvero difficile non essere travolti dall’entusiasmo di Gianluca Ramini non solo per l’arte contemporanea, ma per la vita! Il suo approccio felice mi ha spinta a raccontare la sua storia a tutti voi, nella speranza di contagiare più gente possibile in questa fantastica avventura chiamata arte.

Alice Traforti: Caro Gianluca, sei titolare di un chiosco stagionale: cucina tradizionale, piadine e… arte contemporanea. Come è entrata l’arte nella tua vita e come mai hai iniziato a collezionarla?

Gianluca Ramini: «Prima di aprire il mio chiosco avevo un ristorante che lavorava tutto l’anno. Una sera si presentò una signora che aveva ereditato delle opere di arte antica e, ritenendomi una persona fidata, mi chiese se conoscevo qualcuno interessato all’acquisto. Così ho fatto da intermediario nella vendita della prima opera, e poi ho acquistato io le opere rimaste!

Questo accadeva circa nel 2001. All’epoca ero anche allenatore di cavalli purosangue da corsa, li allevavo da tanti anni e avevo sviluppato una certa empatia che mi permetteva di parlare con l’animale, di interpretare i suoi gesti e di capire le sue necessità. Appassionandomi sempre di più, ritornava fuori questa particolare sensibilità che mi ha permesso di sviluppare una forte sintonia con l’arte contemporanea.

Identikit: Gianluca Ramini, titolare del chiosco da Ramos, Castel San Pietro Terme (BO)

Identikit: Gianluca Ramini, titolare del Chiosco da Ramos, Castel San Pietro Terme (BO)

All’inizio guardavo le trasmissioni televisive e soprattutto Carlo Vanoni, con un approccio più divulgativo e meno improntato alla vendita. Come una spugna ho assorbito la storia dell’arte fino a capire come collocare un’opera all’interno di un contesto.

Parallelamente ho ampliato la mia rete di conoscenze e ho iniziato a comprare qualcosa, che esponevo al ristorante. Ho anche venduto qualcosa, certo, per sostenere acquisti successivi che mi hanno portato ad avere una collezione eterogenea di cui sono molto soddisfatto».

A.T.: Vorresti raccontarci un po’ l’evoluzione della tua collezione, di come si è formata e di quali giri ha compiuto nel tempo in termini di nomi e percorsi di ricerca?

G.R.: «Come ti dicevo, sono partito dall’antico e pian piano mi sono evoluto grazie all’incontro e al confronto con persone che, a volte, erano in procinto di vendere qualche opera dalla propria collezione: Guidi, Carena, Arturo Tosi, Bruno Saetti e altri nomi del 900. Spesso si trattava di opere senza autentiche, ricevute in eredità, e così prima di acquistarle mi occupavo personalmente di ottenere il certificato di autenticità dai rispettivi Archivi e Fondazioni. Questa è stata un’esperienza importantissima per capire il funzionamento di alcuni meccanismi di mercato.

Giorgio Griffa: Diversi, 1979 - acrilico su tela, 86 x 98 cm

Giorgio Griffa: Diversi, 1979 – acrilico su tela, 86 x 98 cm

La svolta è arrivata quando ho incontrato Marco Ghigi, un importante e noto collezionista che, vuoi per la vicinanza geografica e per l’immediata empatia, è diventato presto un caro amico anche fuori dall’arte. Con lui ho conosciuto una realtà nuova: galleristi, critici, curatori, artisti e le tante fiere, non solo in Italia. Ho imparato soprattutto a studiare molto le opere degli artisti in relazione alla storia dell’arte perché, alla fine, è quella conta. Questo è un concetto molto semplice, ma a volte sono proprio le cose più semplici a risultare le più difficili da inculcare negli animi delle persone e, in questa caso, dei collezionisti.

Un’altra esperienza molto bella, iniziata sempre insieme a Marco Ghigi, è che lui porta a mangiare qui al chiosco da me artisti e curatori, galleristi e direttori che vengono in visita. Dopo aver scoperto questo mondo, i miei interessi si sono spostati sull’arte contemporanea, senza però abbandonare del tutto quella del 900. La mia non sarà mai una collezione per filoni tematici.

Michael E. Smith: Untitled, 2017 - hamster ball, foam, 28 x 28 x 28 cm

Michael E. Smith: Untitled, 2017 – hamster ball, foam, 28 x 28 x 28 cm

Per esempio, spazio da Giorgio Griffa, che mi piace molto, a Giuseppe Chiari, anche se le sue quotazioni attuali non sono affatto allineate alla sua importanza, fino a una piccola cosa di Cattelan. Ho qualche opera dei The Cool Couple, tra cui una delle tre copie degli Stivali cosacchi, e fra i giovani seguo anche Clarissa Baldassarri, Mauro Pannichella, Irene Fenara e Giulia Cenci.

Poi posso nominare delle cose totalmente diverse tra loro di Yasuo Sumi, Alberto Scodro, Michael E. Smith… e cito anche il grande sforzo che ho fatto per avere in collezione un Arco di Trionfo di Jimmi Durham, quest’anno invitato alla Biennale di Venezia insieme a Smith».

A.T.: C’è un’opera o un artista a cui sei particolarmente legato?

G.R.: «Ogni opera per me ha una sua storia, una collocazione e un perché. Non c’è un artista a cui tengo particolarmente perché tutti i nomi presenti nella mia collezione corrispondono a un mio sogno e, come quelli già presenti, ne ho altri 100 in testa da vivere.

 Alberto Scodro: Autumn #7 2015, melting sands, glass, pigments, resin, oxids, 53x40x2.5 cm

Alberto Scodro: Autumn #7 2015, melting sands, glass, pigments, resin, oxids, 53x40x2.5 cm

Su tutti, forse potrei dirti Giuseppe Chiari, per amore e per stima, anche se non ha incontrato ancora le condizioni giuste, nonostante i nomi importanti che lo portano avanti. Fra i giovani, può essere Clarissa Baldassarri (1994): un’artista bravissima che se terrà duro avrà sicuramente meriti e grandi riconoscimenti».

A.T.: Come scegli gli artisti da far entrare nella tua collezione d’arte?

G.R.: «Quando esco con gli amici dell’arte che frequentano anche il chiosco, una decina molto affiatata tra direttori, collezionisti e galleristi, parliamo molto e ci raccontiamo quello che abbiamo visto in giro e acquistato, ci scambiamo pareri sugli artisti. A volte capita di essere in accordo sullo stesso artista e di mettere in moto una sorta di operazione condivisa fondata su un potere d’acquisto molto maggiore.

Personalmente, io mi lascio andare: quando sento che sono molto coinvolto e trasportato in genere acquisto l’opera. Le mie scelte sono basate sul gusto e su ciò che in quel preciso momento mi da una soddisfazione, mi regala un’emozione e mi fa battere il cuore.

Clarissa Baldassarri: Edicola Votiva n.1, cemento e vetro, cm 35x25x6, 2018

Clarissa Baldassarri: Edicola Votiva n.1, cemento e vetro, cm 35x25x6, 2018

Arrivo alla decisione di acquisto a volte in maniera molto impulsiva, altre volte invece mi capita di incontrare opere di artisti su cui fantastico già da un po’, con le caratteristiche che reputo interessanti per la mia collezione e in coincidenza con la mia disponibilità economica, ed è fatta.

Ugualmente, quando devo fare i conti e vendere qualcosa, non sono così legato a quel “senso del possesso che fu pre-alessandrino” (Franco Battiato, Sentimento Nuevo – n.d.r.). Anche in questo frangente, devo dire che avere un gruppo fidato con cui confrontarsi aiuta davvero molto».

A.T.: Personalmente, preferisci acquistare dalle gallerie, in asta oppure online?

G.R.: «Quando è possibile, mi rivolgo a galleristi che conosco o che comunque mi vengono incontro con proposte adatte a me che non sono un industriale, per cui avvicinabili con il guadagno del mio lavoro. A volte acquisto anche un numero consistente di opere dello stesso artista e mi piace l’idea di prestare qualcosa per le mostre in galleria, anche per sostentare l’entrata di nuovi nomi nella mia collezione. Altre volte acquisto direttamente dagli artisti, quando mi capita di andare a fare delle visite o di conoscerli, oppure anche da altri canali che non sono né le aste e né online per adesso».

A.T.: Hai nominato spesso questo gruppo speciale di sostenitori, addetti ai lavori e amici collezionisti. Vi incontrate non solo per mangiare insieme al chiosco, ma soprattutto per visitare mostre, musei, fiere e per parlare d’arte. Come avviene il confronto tra di voi?

G.R.: «Quando ci troviamo per mangiare, è ovviamente una scusa! Davanti al piatto, ognuno di noi inizia a dire la sua sempre con una grande e chiara onestà intellettuale. In genere io, che ho meno esperienza delle altre persone al tavolo, sono quello che fa le domande e che ascolta molto, per poi farmi la mia idea. Ci scambiamo molti pareri e ci aiutiamo a vicenda, in una maniera sempre molto sana e rispettosa di tutti i partecipanti al convivio».

Mauro Panichella: Ritorno al mondo reale, 2015 - scannografia su carta translucent, 30 x 40 cm

Mauro Panichella: Ritorno al mondo reale, 2015 – scannografia su carta translucent, 30 x 40 cm

A.T.: Quale futuro vedi per il contemporaneo e per i giovani artisti in Italia?

G.R.: «Vorrei dire cose molto rosee. Qualcuno ce la fa, nonostante le complicazioni, la burocrazia, la concorrenza e le difficoltà, proprio come nella vita normale di tutte le persone. Penso che per gli artisti italiani la differenza stia molto nel fare esperienze o residenze all’estero per vivere e confrontarsi con una realtà diversa e poter ampliare i propri orizzonti. Diciamo anche che bisogna essere onesti con sé stessi e capire che, quando ci si ritrova a rifare tagli già fatti centomila volte, capita di non avere niente da dire e di aver perciò sbagliato mestiere. Non è una faccenda per tutti: devi avere qualcosa di più, come Ronaldo o Messi che sono in 2 nello stesso secolo, non in 2 milioni. Sicuramente è molto dura ed è bene cercare di non perdere mai le speranze e di restare ottimisti altrimenti, anche in questo caso, ripeto, è meglio cambiare mestiere».

A.T.: Un messaggio in una bottiglia per l’uomo del futuro.

G.R.: «Questa è fantascientifica! Ma se potessi davvero lasciare un messaggio riguardante l’arte, scriverei che non serve avere un titolo di studio, ma è molto più importante invece dimostrare sensibilità, intelligenza e molta umiltà nell’ascoltare gli altri.

The Cool Couple, Approximation to the West, Stivali cosacchi, Arta Terme #001, 2013. Stampa a pigmenti su carta fine art, 110×130 cm

The Cool Couple, Approximation to the West, Stivali cosacchi, Arta Terme #001, 2013. Stampa a pigmenti su carta fine art, 110×130 cm

In particolare, ai collezionisti con una certa disponibilità direi di mantenere la mente aperta, oltre i preconcetti e le frasi fatte, e di imparare a lasciarsi andare davanti a un’opera che piace, senza fidarsi di chi magari possiede titoli e requisiti, ma manca di cuore. Buttatevi nell’arte con entusiasmo, fidatevi della storia dell’arte, e riceverete molto più di quel che credete di aver dato!».