Giorgio Bevignani vince il premio Spotlight 2015

Giorgio Bevignani, I'm Ready to Live, 2015
Giorgio Bevignani, I'm Ready to Live, 2015

Con l’opera I’m ready to live, l’artista italiano Giorgio Bevignani si è aggiudicato la terza edizione del premio Spotlight 2015, assegnato dalla Royal British Society of Sculptors, in collaborazione con Andipa Gallery che, dal 1967, è una delle principali gallerie d’arte contemporanea di Londra. L’opera dello scultore originario di Città di Castello, che ha catturato l’attenzione della giuria per la drammatica realtà contemporanea che descrive, rimarrà esposta a Londra fino al 9 gennaio prossimo. Classe 1955, Bevignani attualmente vive e lavora a Castel San Pietro Terme (BO), dove modella e plasma diversi materiali trasformandoli in blocchi ben distinti che, aggregati in una costruzione più ampia e montati insieme, mettendo in relazione le forme più piccole con quelle più grandi, contribuiscono a creare un lavoro più ampio e coeso, simile al modello secondo il quale le stelle costituiscono le costellazioni e gli atomi le molecole.

Giorgio Bevignani

Giorgio Bevignani

I suoi studi, basati sulle scienze contemporanee, la mitologia, la filosofia e la matematica influenzano notevolmente il suo lavoro e ne diventano letteralmente la sua ispirazione, il punto di partenza sul quale lavorare la sua materia. L’utilizzo di patine speciali, di tinte e colori al fosforo e la sua idiosincrasia per le composizioni e le forme si combinano nella logica di un gioco magico e nella materializzazione di qualcosa di inedito. Ma soprattutto, la ricerca artistica di Giorgio Bevignani è in continua evoluzione sia da un punto di vista materiale che concettuale. Un’evoluzione di cui I’m ready to live è “solo” l’ultimo frutto, come ci spiega lo stesso artista in questa breve intervista che ha rilasciato al suo rientro da Londra.

Nicola Maggi: Come nasce I’m ready to live?

Giorgio Bevignani: «Quest’opera nasce da varie letture di saggi, collegati alla drammatica epoca che stiamo vivendo; da queste letture più che delle frasi amo raccogliere parole: verbi, aggettivi, sostantivi, anche in lingue che non conosco, per il loro suono oltre che per il loro significato ed etimo. Sono parole legate da un filo conduttore al nichilismo, al nulla, alla distruzione e all’annientamento d’ogni forma di vita: Desertum. Sertum. Deserto. Ghirlanda. Corona.  Exordior. Esordio. Orda. Ordito. Guerra. Trama. Tessitura. Intreccio. Rete. Immagino un immenso deserto polveroso, dove si può intravedere la fine di tutto, oppure ogni inizio; comincio a tessere, voglio una grande rete per pescare in mare, per pescare in quel nulla del deserto,  abbandonato da ogni serto: luogo in cui ogni serto si disfa. Sertum è l’intreccio. Ogni cosa esistente è un sertum effimero tra gli elementi che la costituiscono e tra essa e le altre cose esistenti nell’universo. Una rete grande come un deserto, da cui fuggire. Oggi orde di persone fuggono dai loro deserti per conquistare una vita migliore, per cominciare a vivere; da ciò nasce il titolo della mia opera “I’m ready to live”, sono pronto a vivere, e per farlo sono pronto a lasciare tutto anche la vita stessa. Più le mie mani tessono la trama della rete, più la mia immaginazione affonda nella realtà».

N.M.: Ogni volta che vedo un tuo lavoro, il rapporto che crei tra il modulo base che lo compone e l’opera vista nel suo complesso mi richiama alla mente quella sintesi di materia e forma che sta alla base della teoria kantiana della conoscenza…

G.B.: «In questi anni, in realtà, mi sono emancipato da una visione kantiana e del suo rapporto tra Ergon e Parergon, cioè contenuto e forma. Credo che l’opera debba già essere  significante e sostenitrice di se medesima, poco importa che siano monadi disegnatrici dello spazio oppure una agglomerazione di particelle, oppure chilometri di filo, tutto dipende dalla distanza in cui ci poniamo rispetto all’oggetto, all’Ergon appunto».

Giorgio Bevignani, Jordan's Red Water 1, 2009, 610 modules, terracotta, pigments

Giorgio Bevignani, Jordan’s Red Water 1, 2009, 610 modules, terracotta, pigments

N.M.: Per altro il tuo uso del “modulo” è cambiato molto nel tempo come si nota, ad esempio, confrontando I’m ready to live con lavori come Jordan’s Red Water 1 del 2009. In che direzione sta andando la tua ricerca artistica?

G.B.: «Qui con la mia rete, più che la sospensione di moduli che disegnano un vuoto, aziono la reiterazione dei punti della tessitura; ogni passaggio è come un mantra, l’immaginazione nuota nella sua dimensione come il sogno nel dormire. Nel corso della mia ricerca e soprattutto ora non mi preoccupo di salvaguardare lo stile, ma preferisco cancellare il più possibile la sua oppressione, assumendomi la responsabilità di aver rinunciato ad ogni ready-made e forse anche all’objet trouvé».

N.M.: Accanto al modulo, l’altro elemento fondamentale, anche in I’m ready to live, è il colore e la sua relazione con la luce…

G.B.: «Il colore è forse più importante di tutto il resto; la mia rete che all’origine è bianca, è tinta con nobilissimo pigmento fin dentro la fibra. Il rapporto con la luce è senza ambiguità, essa penetra con continuità e ritrasmette direttamente alla retina il senso della trama, serto e il suo contrario, cioè il deserto. Il davanti e dietro della rete sono uguali, ogni cambiamento è dato solo dalla sua contrazione/dilatazione».

 

Il premio Spotlight

 

Fin dalla sua istituzione, nel 2013, la scala e la portata di premio Spotlight si è ampliata arrivando ad includere artisti provenienti da tutto il mondo e divenendo uno dei principali riconoscimenti artistici a livello internazionale. Grazie alla collaborazione con Andipa, che ospita lo show finale, l’opera vincitrice viene presentata anche ad un nutrito gruppo collezionisti internazionali privati e istituzionali. Una crescita quella di Spotlight, confermata anche dalla qualità e dal numero dei partecipanti, che ha reso molto difficile la scelta del vincitore. Elemento, questo, che rende ancor più importante l’affermazione di Bevignani. I vincitori delle passate edizioni di Spotlight sono: Andrew Burton (installazione), Kate McLoeod (scultura) e Lisa Selby (video, audio, performance).