Giuseppe Garrera, Pasolini e le ineludibili ragioni della poesia

Giuseppe Garrera

Musicologo, storico dell’arte e collezionista, coordinatore scientifico del Master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali della Business School del Sole 24 Ore di Roma. Semplicemente Giuseppe Garrera.

Alice Traforti: Ho sentito che sei un collezionista. Come hai cominciato e, soprattutto, perché hai continuato a collezionare?

Giuseppe Garrera: «Ho iniziato a collezionare, e cioè a costituire una collezione, con la fine della giovinezza, con il tramonto di quella forma di immortalità. Il collezionare è nato da due urgenze: erigere un monumento, costituire un’eredità, innalzare un castello che rendesse visibile e prezioso (attraverso quadri, icone, immagini, documenti, testi) il tempo delle passioni, delle letture, degli amori e delle affezioni d’intelletto, degli studi, degli autori e delle cose amate. In breve, avere un regno splendido e principesco interamente visibile in opere e con la luce migliore del tempo. Si continua a collezionare per questa illusione di salvezza, credo, e perché si tratta di un combattimento contro le tenebre e l’oblio, contro la miseria dei giorni (una collezione parla di persone e della vita che non ci sarà più), nel mio caso si è aggiunta da subito anche una ragione sociale: in quanto figlio di operai, la pratica del collezionare fa saltare tutte le prudenze economiche, i timori, il rispetto sacrale per il risparmio e l’educazione ricevuta: è una disubbidienza, mette a repentaglio le sicurezze e in contatto con perdite e dissipazioni (un piccolo e fragile disegno può arrivare a costare il guadagno annuale di un lavoratore, la collezione richiede debiti, salti nel vuoto, rinunce, spreco incomprensibile di denaro per immagini e feticci e idoli, il disprezzo per la sicurezza del futuro, il coraggio di sacrificare tutto, anche i soldi, direi soprattutto i soldi, alle ragioni della poesia. Solo ed esclusivamente nel rapporto con il denaro misuriamo il valore dell’anima)».

COSTELLAZIONE 2 – BEUYS. VIAGGI IN ITALIA CASA DI GOETHE, ROMA – 10 novembre 2018/28 aprile 2019 OPERE, FOTO E DOCUMENTI ORIGINALI COLLEZIONE GARRERA

A. T.: Da che cosa è composta la tua collezione? Autori, tecniche, periodi, tematiche…

 G.G.: «Nucleo principale della mia collezione, e che si costituisce assieme a mio fratello gemello Gianni, come un esercizio continuo di dedizione e costruzione di un’intera stagione, è l’arte italiana o comunque in Italia negli anni ‘60 e ’70, soprattutto concettuale, povera, perfomativa, di ricerca, con particolare dedizione all’operato di donne o di artisti dediti alla guerriglia semiologica (quindi femministe, poeti concreti e visivi, isolati, sconfitti controcorrente, ecc.) con una ricerca di materiali che comprende opere, progetti, abbozzi, pubblicazioni, testi il più possibile vicini alla scaturigine inventiva e, per alcuni autori imprendibili (ad esempio Gino De Dominicis o Emilio Prini), all’imprendibile. Un’intera sezione è dedicata a materiale fotografico che testimoni azioni e interventi di cui non è restata traccia e opera se non appunto quella impressasi nella luce. La galleria L’Attico, la galleria Ugo Ferranti, Incontri Internazionali di Palazzo Taverna, La Bertesca, Lucio Amelio ecc. la fanno da padroni».

CONCRETA – Materiali di scritture di ricerca, ACCADEMIA D’UNGHERIA, ROMA – 21 aprile/6 maggio 2018, OPERE E DOCUMENTI COLLEZIONE GARRERA

A. T.: Quando scegli un’opera per la tua collezione, segui delle linee guida o maggiormente l’istinto?

 G.G.: «In realtà è un processo onirico, si tratta per me di ripristinare la visione e una luce, difficilmente si tratta di un’opera, quanto di un mondo da scoprire e rifondare: ogni volta l’ambito è profondamente legato al vissuto e a una lotta con il tempo dissipato e malvissuto: ad esempio l’interesse fortissimo per l’arte al femminile nasce tutta dal bisogno di riscattare la vita di mia madre e di tante donne che da bambino vedevo, le opere di Maria Lai o Ketty La Rocca, solo per fare un esempio, e che ho cercato e collezionato da subito, mi restituiscono, trasfigurate e come vessillo feroce, l’intelligenza e la condizione femminile, educano la mia ammirazione, mi danno compagne. Significa ritrovarmi davanti il mio passato in forma splendida, creativa, iconica, con il sapore aspro e meraviglioso di un tempo in cui mi sono mosso inconsapevole. Significa riparare ingiustizie a livello d’intelletto e rendere i dovuti omaggi».

Agenzia Associati, Maria Callas e Pasolini

A. T.: Dove ti piace acquistare (dealer, gallerie, aste, online…) e perché?

G.G.: «Soprattutto acquisto dagli artisti o dagli eredi, spesso cercando di anticipare scoperte e mode, perché non mi interessa, come detto, il singolo pezzo, ma un intero tempo, quando è possibile cerco di acquisire l’archivio, con tutte le idee all’origine e le amicizie e i rapporti, a ripristinare ogni volta una stagione, avventura o favola (non faccio differenze tra un quadro e la lettera ad un amico in cui l’artista parla della propria arte o, addirittura, un libro della sua biblioteca sottolineato e studiato e amato: intendo la creazione, in ambito concettuale, come manifestazione diffusa e numinosa, come uno scintillare e una disseminazione: conservo con identica cura un disegno così come l’invito alla mostra, o una foto che cristallizzi un momento e me lo restituisca integro e segreto)».


Agenzia Dufoto: Pier Paolo Pasolini e Silvana Mangano durante le riprese di Edipo

A. T.: All’interno della tua collezione c’è un nucleo dedicato a Pier Paolo Pasolini. Puoi descriverlo, spiegandoci anche come mai ti sei concentrato proprio sulla sua figura?

G.G.: «Sì, è un nucleo molto vasto, con circa 400 fotografie originali, quasi tutte incentrate intorno al corpo e al volto di Pasolini. Queste sono soprattutto frutto di passeggiate e flanerie per rigattieri di Roma, salvataggi di biblioteche dismesse o depositi svuotati, recuperi di fondi di agenzie fotografiche smantellate, di un gironzolare ozioso per le vie della città e in case e tra eredi, proprio come tra le membra di un corpo disperso. È una raccolta frutto di esercizio di ammirazione e meditazione intorno alla sua morte, alla morte di Pasolini (credo che sia stato l’omicidio di un intero popolo, che noi siamo una terra e apparteniamo ad una nazione che purtroppo si è macchiata di un’azione atroce che nulla può più cancellare). La collezione ha dunque un nucleo originario apotropaico e scellerato, dice il mio amore e la mia riconoscenza, ma misura anche il mio trauma di ragazzino quando ho visto, all’annuncio della morte del poeta, saltare di gioia e abbracciarsi contenti i miei professori e educatori svelando l’inganno e la menzogna e il vituperio verso il cadavere. Questo è il centro oscuro con cui devo fare i conti. Poi, lucida, chiara, c’è la sconfinata ammirazione intellettuale e la convinzione che Pasolini sia stato soprattutto un’incarnazione straordinaria di parola e d’intelligenza oltre che la più alta forma di dolcezza visionaria che ci sia capitata».

Anonimo: Pasolini nelle borgate

A. T.: Si è da poco chiusa la mostra “Pasolini e le donne”, ospitata dal Museo PierMaria Rossi di Berceto (PR), con più di 90 pezzi provenienti dalla tua collezione, tra fotografie originali, prime edizioni, manoscritti e documenti dell’epoca che testimoniano gli amori e le amicizie del poeta. Ci racconti la mostra e le motivazioni alla base della sua realizzazione, il perché di questo taglio?

 G.G.: «Nello specifico questa mostra voleva solo rendere visibile, attraverso il prodigio della camera oscura, legami d’amore speciale tra Pasolini e alcune donne che lo hanno formato ed educato insegnandogli un modello di comportamento poetico e civile, l’importanza di non accettare compromessi, di restare fedeli a se stessi, e quel marchio della diversità, di ogni diversità, che le donne conoscono bene (dalla madre Susanna a Giovanna Bemporad a Laura Betti a Maria Callas ecc.) attraverso documenti originali ma soprattutto attraverso immagini. Il femminile, dunque, come genealogia d’intelletto, e una schiera di donne non addomesticate dalla società borghese e patriarcale. In un breve scritto che accompagna la mostra io e Sebastiano Triulzi, che mi ha affiancato in questa impresa, parliamo di “fratello proibito” per Pasolini e rintracciamo legami fino a Carla Lonzi esponendo in mostra lo straordinario manifesto di Rivolta femminile, tra le più alte e attuali indagini sull’essere donne, senza compromessi e benedizioni del potere maschile. Dunque la mostra diviene una modalità intellettuale, in cui le immagini, il materiale di una collezione sono rappresentazione visibile e tangibile di amori, ricerche, pensieri con l’illusione proprio di toccare e commuovere lo spettatore (un fotogramma originale di Pasolini abbracciato alla madre, la vesticciola semplice e dimessa della madre, il rattoppo della manica, la spilla da balia per chiudere il colletto, il suo capo reclinato, e già segnato, dicono più di mille pagine, così come il manoscritto sulla poesia di Goethe di Giovanna Bemporad con il proprio nome di ebrea cancellato e modificato per sfuggire agli oltraggi). Soprattutto le fotografie originali hanno la potenza di veroniche e sindoni, l’occhio insonne della macchina registra e trattiene l’invisibile e ciò che si trova oltre lo sguardo (in mostra, gli scatti da Medea, con Maria Callas che bacia Giasone sono un vero e proprio svelamento della rassegnazione della donna difronte alla stupidità del proprio amato, per l’intero e tragico vissuto dell’attrice che soggiace all’inquadratura come a un sogno)».

Installation view: “Pasolini e le donne”, Museo PierMaria Rossi di Berceto (PR), dal 28 luglio al 15 settembre 2019

A. T.: A distanza di qualche settimana dalla fine della mostra, quali conclusioni puoi trarre su quest’esperienza?

 G.G.: «La mostra mi conferma nell’idea che per un collezionista esporre una parte della propria collezione significa rendere visibili i pensieri e condividere un nucleo originario e intimo, è uno speciale processo di comunicazione, anzi direi che un’esposizione deve tendere a divenire “discorso” per gli occhi, “trattazione” in carne e ossa. Fondamentale, in questo senso, è che tutto il materiale sia originale, nessuna riproduzione o contraffazione o ingrandimento, l’opera d’arte originale, nell’epoca della sua riproducibilità, direi che moltiplica ancora di più la sua aura e immette i visitatori nella commozione, nell’inesorabile serietà, del tempo. Poi se si può lavorare in uno spazio concentrato come il Museo PierMaria Rossi accanto a un direttore come Giuseppe Bigliardi attento e partecipe e che da anni, con il “Coscienza festival”, indaga gli orizzonti della civiltà, allora l’avventura diviene anche cronaca d’amicizia e di condivisione».

Installation view: “Pasolini e le donne”, Museo PierMaria Rossi di Berceto (PR), dal 28 luglio al 15 settembre 2019

A. T.: A tuo avviso, qual è l’apporto più significativo che l’opera di Pasolini può ancora donare alla cultura contemporanea, e in particolare all’arte attuale?

 G.G.: «Intransigenza e radicalità del pensiero, scomodità del pensare, soprattutto l’individuazione dell’orrore di una coincidenza tra umanità e borghesia (fino alla fine dei suoi giorni Pasolini non si stanca di dire l’orrore per la vittoria dei modelli di vita borghesi, per la vittoria della borghesia su tutti i fronti senza che si possa più fare alcuna distinzione), così lo sterminio delle coscienze effettuato dall’intrattenimento televisivo e l’ingiustizia economica e la disuguaglianza sociale in nome degli affari e degli sponsor: la vergogna del potere, l’impossibilità di essere diversi e di vivere la diversità in un mondo che ci vuole tutti uguali e felici (Pasolini è il primo a comprendere che la tecnologia ha come fine di renderci felici e dunque passivi e sudditi e che la grande crudeltà, l’inaudita crudeltà, del Capitale è di formare e ottenere uomini felici). Ad esempio, alla luce del pensare di Pasolini gran parte del mondo dell’arte appare un passatempo gratificante per figli e per figlie di papà».

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