Gli artisti, il mercato e l’effetto-morte

Damien Hirst, For the love of God, 2007. Still da animazione video.
Damien Hirst, For the love of God, 2007. Still da animazione video.

Tra le credenze più diffuse nel mondo dell’arte e del collezionismo c’è n’è una, un po’ lugubre, secondo la quale, dopo la morte, i prezzi di un artista sono destinati a crescere. Una credenza che casi come quello di Carol Rama, tanto per citarne uno, sembrano confermare. Ma siccome, come sosteneva Agatha Christie, «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova», mi sono messo alla ricerca di altri elementi che potessero confermare o sfatare questo “mito”. Una ricerca non semplice, a dire il vero, visto che la maggior parte dei testi dedicati all’economia dell’arte, se lo fanno, citano a mala pena l’esistenza di un possibile “effetto-morte” nel mercato dell’arte. Solo una leggenda, dunque? No.

Per quanto trascurato da molta letteratura, dal 2000 ad oggi alcuni ricercatori universitari, mossi da curiosità, hanno dedicato le loro energie proprio ad indagare quale sia l’effetto della morte sul mercato degli artisti.  In molti casi si tratta di studi che hanno preso in esame casistiche talmente particolari da non permettere generalizzazioni, ma ce ne sono due – abbastanza recenti – che invece hanno adottato un approccio molto più sistematico. E’ il caso, ad esempio, dello studio condotto da due ricercatori del Dipartimento di Economia dell’Università di Costanza in Germania: Heinrich W. Unsprung e Christian Wierman.

Pubblicato nel 2008, il loro studio (Reputation, Price, and Death: An Empirical Analysis of Art Price Formation) si basa su 436.308 transazioni d’arte estratte dal Hislop’s Art Sale Index (1980-2005) analizzate tenendo presenti anche fattori spesso trascurati da ricerche analoghe, come la qualità riconosciuta dai collezionisti contemporanei all’opera dei vari artisti (in relazione all’età degli stessi) e la loro reputazione al momento della morte. Ma anche le caratteristiche delle opere (supporto, genere, dimensioni, firma, mercato di vendita); la presenza annuale in asta e se si tratta di artisti “eccezionali”, dei maestri per intenderci, o di artisti ordinari. Oltre al fattore “liquidità”, ossia alla quantità di opere disponibili sul mercato. Così da tenere sott’occhio tutti gli elementi che concorrono alla formazione dei prezzi di un’opera d’arte e valutare l’effetto che ha su di loro il passaggio a miglior vita dell’autore. E i risultati sono molto interessanti.

 

L’effetto-morte e il fattore Età

 

Per prima cosa, dallo studio delle transazioni prese in esame, emerge che l’effetto-morte è un fenomeno statisticamente rilevante. In altre parole: esiste. Ma non sempre ha il risultato “atteso”. Una variabile molto importante risulta essere, infatti, l’età in cui un artista muore. Se si traccia un grafico della relazione tra effetto-morte e età al momento del decesso, infatti, questo avrà una forma ad U rovesciata. E questo perché le componenti del cosiddetto effetto-morte sono sostanzialmente due: il fattore “reputazione” e il fattore “rarità”. E con “rarità” si intende la minor disponibilità di opere di un determinato artista sul mercato.

Questo fa sì che il fattore età generi un effetto-morte negativo sui prezzi quando un artista scompare giovane e positivo via via che l’età al momento del decesso diventa più alta. L’influsso del fattore età scompare completamente quando la morte sopraggiunge tra i 63 e i 75 anni. «Se un artista muore dopo questa età critica – rilevano Unsprung e Wierman – il fattore “reputazione” è superato dal fattore “rarità” e l’effetto-morte è positivo. E raggiunge il suo massimo quando la morte avviene tra gli 83 e gli 88 anni con un’incidenza sui prezzi tra il +11% e +14%. Se poi il decesso arriva ancora più tardi, l’effetto decresce e, in alcuni casi, diventa negativo».

In altre parole, per gli artisti che muoiono giovani, l’effetto-morte è dominato dal fattore “reputazione”, mentre per chi muore vecchio, è la “rarità” il fattore dominante, in quanto le sue opere – cessando la produzione – diventano meno disponibili sul mercato. Come spiegano Unsprung e Wierman, infatti, «all’inizio della loro carriera, gli artisti non posso contare sul fattore reputazione. Tuttavia, i collezionisti che apprezzano il lavoro di una giovane promessa possono essere disposti a pagare cifre considerevoli per il suo lavoro, aspettandosi che questo artista ottenga una reputazione che giustifichi il prezzo pagato per le sue prime opere. Ma se questo tipo di artista muore prematuramente senza che la sua carriera sia sufficiente a garantirgli la reputazione attesa, i prezzi crollano». E questo effetto è maggiore per i “giovani” più talentuosi, in quanto le relazioni tra reputazione e successo commerciale non sono propriamente lineari.

 

L’effetto-morte e il fattore Qualità

 

Se l’età è, dunque, una variabile fondamentale perché l’effetto-morte sia positivo o negativo, un altro elemento chiave che determina l’influsso della morte sui prezzi è certamente la Qualità dell’artista deceduto. Ed è questo forse uno dei risultati più interessanti, specie in un’epoca in cui sul mercato si assiste a numerose “riscoperte” di artisti e movimenti (o correnti) artistici che interessano, in prima battuta, i nomi più importanti e rappresentativi e, col tempo, anche alcuni epigoni. Dalle analisi condotte dai due ricercatori emerge, infatti, come l’effetto-morte sia molto più pronunciato per i “grandi maestri” che non per quelli semplicemente “bravi”. Per non parlare di quelli di livello ancora inferiore.

A chiarire quanto la Qualità dell’artista sia determinante perché si generi un effetto-morte positivo, interviene poi un secondo studio condotto da Bernd Frick, del Dipartimento di Management dell’Università di Paderborn, e da Christian Knebel della Facoltà di Economia dell’Università di Witten/Herdecke: Is there really a “Death-Effect” in Art Market?

 

Tra effetto-morte e effetto-nostalgia

 

Analizzando 266.000 risultati d’asta riferibili a circa 560 pittori e che coprono un periodo di 45 anni (1959-2003), Frick e Knebel ci forniscono alcune elementi in più per comprendere come la morte di un artista influisca sui suoi prezzi. Se da un lato, infatti, lo studio dei due ricercatori conferma quando scoperto in altre ricerche sullo stesso tema, la loro analisi ha il pregio di andare più a fondo, mostrando come l’effetto-morte sia significativamente diverso a seconda che si parli di artisti “ordinari” o di “star”.

Prima di procedere in questa distinzione, però, Frick e Knebel rilevano come, a livello generale, la domanda relativa alle opere di un arista cresca molto velocemente nel primo anno dopo la sua scomparsa, per rimanere poi stabile nei primi cinque anni dopo il decesso. Allo stesso tempo, analizzando l’andamento dei prezzi delle opere vendute subito dopo la morte del loro autore, scrivono i due ricercatori, «emerge un dato sorprendente: sebbene il numero di opere vendute cresca abbastanza drasticamente attorno al momento del decesso dell’artista, i prezzi rimangono praticamente invariati per i primi 4 o 5 anni dopo la sua morte». «Ugualmente sorprendente – aggiungono – è la differenza tra artisti “ordinari” e “superstar”. In entrambi i gruppi, i prezzi in asta registrano un picco nel quarto anno dalla morte dell’artista e successivamente iniziano a calare. Mentre nei primi due anni dopo la sua scomparsa non si registrano particolari reazioni in termini di valori medi».

Entrando più nel dettaglio, l’indagine di Frick e Knebel fa emerge come l’effetto-morte sul valore delle opere diventi negativo per gli artisti “ordinari”, più passa il tempo dal momento della loro morte. Allo stesso tempo l’effetto-morte è circa di due o tre volte superiore  nel caso di artisti “star”. Sempre per quanto riguarda gli artisti più famosi, inoltre, lo studio evidenzia come l’attenzione riservata dai media alla loro scomparsa determini una sorta di effetto-nostalgia: «i prezzi in asta, infatti, crescono subito dopo la morte di un artista, ma tendono a tornare ai livelli pre-decesso molto rapidamente. Inoltre, questo effetto è limitato agli artisti più famosi, mentre per quelli “ordinari” ciò può essere dimostrato solo in parte». Anche se, aggiungono, «l’effetto-nostalgia è certamente più pronunciato per gli artisti “ordinari” che, abitualmente, spariscono più rapidamente dalla mente delle persone che non le “superstar”».

Se, dunque, i due studi citati confermano l’esistenza di un effetto-morte, anche se con dinamiche diverse a seconda che si parli di artisti famosi o di figure meno note, è interessante notare come sia Unsprung e Wierman che Frick e Knebel sottolineino l’importanza della visibilità (in primis mediatica) perché il mercato di un artista continui a svilupparsi anche dopo la sua dipartita da questo mondo. Ed è qui che si inserisce il ruolo che oggi svolgono, in modo sempre più importante, gli Archivi d’Artista. Ma di questo parleremo la prossima volta.

14 Commenti

  • armellin ha detto:

    Caro Maggi, a novembre ho 57 anni, vivo sotto un vulcano attivo, e, prima che il mio archivio venga sepolto dalla prossima eruzione che farà circa centomila morti (artisti compresi) suggerisco una visita in studio, vista la rarità e unicità delle mie opere che determinano l’unico punto e a capo, serio, dell’arte contemporanea internazionale.
    Nell’attesa che la critica come il vulcano si svegli, sai benissimo che il pubblico comprante continua ad acquisire sì opere di artisti morti ma di falsari vivi !
    Fino a che punto infatti si può dire che l’artista sia fisicamente morto se i suoi falsari sono fisicamente vivi ? SA

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      …in effetti potrebbe essere un parametro da usare per valutare la “visibilità” di un artista… il “forger factor” 😉

    • Sergio Gatta ha detto:

      Ciao Armellini, ho notato che siamo coscritti,
      non so quale sia lo scalino della scala di artista conosciuto, a cui tu appartieni….io nonostante il mio percorso creativo…non lo sono tanto, se non fosse per Fb che mi ha dato questa possibilità, sarei ancora piu sconosciuto. Ma vorrei approfittare del contributo tecnico che il maestro Nicola ci fa onore di acquisire. Per cui gli chiedo , come posso io che avrò prodotto oltre 3000 opere tra sculture, dipinti e incisioni, e che a sentire i pareri della critica sono di un certo interesse. Ma sappiamo che oggi e difficile concorrere se non partecipi agli eventi che parecchi lestofanti organizzano….scusa il termine, Nicola.
      (certo non vorrei fare di un’erba un fascio, ma personalmente sono parecchio disorientato) Anche perchè penso che il business legato a questi eventi artistici o pseudo artistici, è elevato.
      Inutile ricordarti queste cose che tu conosci bene..ma saprai certamente aiutarmi nella scelta che forse tanti di noi ambiscono.
      Vengo al dunque, forse anch’io come l’Armellini avremmo le stesse esigenze. Santi in paradiso? nessuno e nemmeno sulla terra, per cui ti chiedo caro Nicola, a tuo parere verificando il mio operato…(…) puoi consigliarmi dove posso andare a parare …prima che si faccia buio…e prima che il vulcano invada anche il piemonte…
      Altro enigma…qual’è il percorso per collocare le proprie opere in un’asta, e determinare una quotazione? grazie 1000
      cordialità a voi tutti.
      sergio gatta
      http://www.sergiogatta.it
      sergio.gatta.facebook.3
      [email protected]

      • armellin ha detto:

        Caro Sergio, ARMELLIN non armellini, sono veneto anche se vivo a Pompei. Più che la quantità delle opere prodotte conta il livello medio delle stesse che deve essere alto, come fai a capire se é alto ? semplice, ti scegli un artista di riferimento storico assoluto ad esempio : Leonardo, poi prendi le tue opere e le metti accanto alle sue, e rifletti. Io preferisco confrontarmi con Picasso e mi dico sempre quel che scrisse Leonardo, “triste l’allievo che non supera il maestro”. Per l’Asta devi essere proposto da un tuo collezionista che prima ti dirà se nelle tue tremila opere c’é qualcosa che possa trovare ascolto cioé vendita nella fascia di prezzo xyz. In quanto a Maggi dovrebbe alzare un po’ la critica sulla Biennale italiana di Venezia vera cloaca di nullafacenti (compreso il curatore) totalmente privi di idee, vanagloriosi e prezzolati al gallerista di turno. Sergio, ma secondo te uno come De Carlo non era meglio che apriva una pescheria ? Ora Maggi dirà che sto esagerando, eppure se Nicola passa in studio qui a Pompei potrà fare l’articolo della sua vita e magari De Carlo aprirà davvero una pescheria con la Macel come commessa, meglio però farle fare il pesce palla così ne parlerà anche Crozza a Sanremo ! SA

        • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

          Caro Stefano, come sempre il suo stile è sopra le righe. Ma ormai ci sono abituato. Vede, l’unico approccio professionale che posso sposare è quello di criticare quello che vedo e fino a quando non l’avrò vista non mi permetterò di criticare la Biennale. E’ proprio una questione di serietà. L’alzare preventivamente polveroni preferisco lasciarlo a chi a smania di visibilità e a chi deve curare i propri interessi e, in mancanza di idee, lo fa gettando fango sugli altri. Vengo da un’altra scuola, mi spiace deluderla. E come non mi piace la politica becera non mi piace neanche la critica becera, fatta solo di regolamenti di conti un po’ mafiosetti. Le parole vanno maneggiate con cura e invidia e frustrazioni personali sono sempre pessime consigliere quando si devono emettere giudizi.

      • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

        Car0 Sergio, capisco bene quello che dici. Ma non basta lo spazio di un “commento” per rispondere. Le dinamiche che portano un artista al successo sono legate a tantissime variabili. E poi dovremmo anche chiarire cosa si intende per “successo”. Quello vero – al netto delle storture del sistema dell’arte – è riservato a pochi. Ma questo vale un po’ per tutti i settori lavorativi. Come, sfortunatamente, succede spesso che idee e progetti buoni rimangano nel cassetto e non ricevano il riconoscimento sperato. Oggi poi che la competizione è ancor più dura che in passato le cose non possono che essere decisamente più difficili. Per quanto riguarda la tua ultima domanda le opere in asta arrivano dai collezionisti o dai galleristi, praticamente mai dagli artisti (salvo alcune case come Base Zero che le prende anche direttamente da loro). Per determinare il presso di un’opera, infine, i meccanismi possono essere tanti a partire da quello che usa il coefficiente. Qui sotto trovi due link ad articoli in cui ho trattato questo tema:

        Prezzi arte: dipinti, foto e opere su carta -> https://www.collezionedatiffany.com/prezzi-arte-dipinti-foto-opere-carta/

        Arte & Mercato: Ok! Ma il prezzo è giusto? -> https://www.collezionedatiffany.com/ok-ma-il-prezzo-e-giusto/

        Spero possano esserti d’aiuto.

        Un caro saluto

        Nicola

  • antonino gambino ha detto:

    Ciao Nicola, ancora una volta ci omaggi un articolo interessante che ci permette di analizzare e capire i prezzi delle opere di alcuni artisti e del perchè della loro lievitazione post mortem. Grazie e buona giornata

  • Sergio Gatta ha detto:

    spero ti sia giunto il mio commento Nicola , e grazie

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Arrivato! Ti ho risposto con un po’ di ritardo, perdonami, ma in questi giorni ero via per lavoro e non ho avuto tempo. Buona giornata. Nicola

    • Sergio Gatta ha detto:

      Wauuu avevo già letto cose tue, ma questi due articoli sono particolarmente chiarificatori
      ai miei quesiti. Che comunque conserverò nel cassetto, anzi mi piacerebbe conservarli fisicamente e non solo mentalmente…io poi che ho una memoria di cacca… ma li leggerei volentieri con calma, ti fosse possibile, pagando il disturbo, di inviarmi una stampa dei 2 pezzi, se non chiedo troppo….io ci provo… grazie 1000.
      Comunque ti voglio assicurare che nonostante tutto l’argomento, io continuo a godere delle cose che faccio, senza grandi esigenze di cui sopra, ma come ti dicevo nel precedente mes. prima che si faccia buio…vorrei sapere se a qualcuno interessa il mio vasto magazzino.
      Ancora complimenti per il contributo che ci offri.
      Sergio Gatta
      via Vialta 11,
      10010 Fiorano Canavese (To)

      • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

        Caro Sergio, il fatto che tu continui a godere di ciò che fai mi sembra fondamentale. L’unico modo per capire, però, se a qualcuno interessa il tuo “vasto magazzino”, credo sia farlo vedere. Nel precedente commento mi dicevi che la tua opera ha avuto l’apprezzamento delle critica… io ripartirei da lì cercando di ottenere quella visibilità che è fondamentale per esistere nel mondo dell’arte, almeno a livello locale o nazionale. Aspettare di essere scoperti serve a poco temo… Buona giornata. Nicola

  • lois ha detto:

    Un articolo molto interessante che mi fa sempre più pensare a come il mercato dell’arte sia tutto un costrutto per garantire business e allori.
    La rarità e la fine delle produzioni ovviamente hanno il loro peso…ma di fatto è sempre la storia che scrive il valore degli artisti veri e mai la vanagloria.

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Verissimo… e quando nelle prossime settimane parlerò del ruolo che oggi hanno gli Archivi d’artista temo che la tua affermazione suonerà ancor più vera…

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