Art brut

Sul finire della seconda guerra mondiale, in una Europa dolente di tragedie, l’arte si volse a privilegiare le energie primarie del gesto, la forza magmatica della materia, i liberi istinti creativi. Fu la stagione dell’Informale, che connotò gli anni Cinquanta nel mondo. In quel clima un artista francese, Jean Dubuffet, raccogliendo l’eredità storica del surrealismo – espressionismo, si volge a collezionare disegni di bambini e di malati di mente. Nel 1947 ne organizza una mostra a Parigi, e definisce quella esperienza  spontanea e incontrollata “art brut”, ovvero “grezza”, “bruta”. Nel contempo egli stesso dipinge quadri che parafrasano le immagini scaturite da simili primitivi impulsi in assenza di cultura e di regole, così come i graffiti sui muri, le scritte nei vespasiani, i disegni delle caverne. L’Art Brut diviene così un movimento con le sue teorizzazioni (raccolte nei “Cahiers de l’art brut”) e i suoi seguaci. Il capofila è ovviamente Dubuffet. Ma vi aderiscono artisti di spicco, come Appel, Jorn, Alechinsky, Corneille, Constant, a loro volta esponenti del gruppo nord-europeo “Cobra”, acronimo delle loro città, Copenaghen – Bruxelles – Amsterdam. L’Art Brut ebbe vita breve. Un suo museo, che conserva anche la collezione di Dubuffet, è sorto in Svizzera, a Losanna.

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