Arte Povera

E’ nel 1976 che il critico Germano Celant forgia il termine “Arte Povera”. Con questa accezione lo studioso identifica quegli artisti che lavorano materiali di scarto: carta, stracci, ferro, zinco, pietra; inusuali per le composizioni artistiche, salvo che per alcuni scultori. Ma la portata innovativa dell’Arte Povera risiede nella forma in cui tali materiali sono plasmati. Non si crea con una struttura mimetica, né astratta: l’Arte Povera realizza una fusione tra causalità (o fatalità) della Natura e arbitrio umano.
In altri termini, quando si piegano allo spirito creativo materiali apparentemente inutilizzabili, e quando questi vengono plasmati dall’usura del Tempo e manipolati da una logica umana concreta si parla allora di Arte Povera.
Ecco allora che “i poveristi” si appropriano di carta, stracci, materiali lasciati all’incuria, ma soprattutto permettono che nelle loro opere riecheggino altre discipline scientifiche: l’antropologia, l’alchimia, la psicanalisi, la biologia, tutte categorie della conoscenza che affiancano la Storia dell’Arte.
Insieme a queste prerogative l’Arte Povera assume in sé anche gli stilemi intellettuali dell’Arte Concettuale, così da integrare alle forme, spesso complesse da decodificare, un significato nascosto e comunque leggibile con i giusti mezzi.
Un esempio paradigmatico di Arte Povera sono gli specchi di Michelangelo Pistoletto, dove lo spettatore si riconosce nel quadro-immagine-specchio con una funzione dell’opera verso lo spettatore (e viceversa) di “do ut des”.
Artisti italiani che comunicano con l’Arte Povera sono: Gilberto Zorio, Mario e Marisa Merz, Giulio Paolini, Pietro Gilardi, Alighiero Boetti, Emilio Prini, Gianni Piacentino, Paolo Calzolai, Giovanni Anselmo, Mario Ceroli, Jannis Kounnelis, Pino Pascali.

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