Arte programmata

Ai primi anni sessanta esplode la cosiddetta arte cinetica e programmata. Gli antecedenti sono lontani, oltre che le sculture in movimento di Calder, va ricordata l’opera di Max Bill, Naum Gabo e Moholy Nagy. Ma è nel “manifesto giallo” del 1955, pubblicato dalla Galleria Denise Renè di Parigi, che il termine di cinetico e cinematico inizia ad essere usato per indicare le specifiche ricerche sulla percezione visiva.
L’arte programmata o cinetica ha rappresentato un sostanziale rinnovamento del fare e dell’intendere estetico contemporaneo, inaugurando una nuova fase del divenire della visualizzazione e ampliando quella sfera della percettività ritenuta prima esclusivo dominio delle discipline scientifiche. Non si muove più da valori dati, ma si tende alla individuazione di valori nuovi. L’arte programmata punta sui processi fenomenici che scaturiscono dalla natura stessa delle cose; del loro intrinseco dinamismo, propone, attraverso realizzazioni ricche di indicazioni prospettiche multiple, una analogia plastica.

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