Minimalismo

Sviluppatosi negli anni sessanta parallelamente alla Pop Art, anche il Minimalismo segnò una rottura con l’estetica espressionista della New York School. La scultura minimalista è contraddistinta da forme geometriche elementari ottenute da materiali industriali sui quali la mano dell’artista lascia solo minime tracce. Rinunciando all’illusione e alla rappresentazione mette in primo piano l’esperienza dello spettatore nel suo incontro con l’oggetto artistico puro all’interno dello spazio espositivo. Donald Judd, spesso ritenuto l’artista minimalista per antonomasia, progettò cubi e volumi rettangolari accuratamente rifiniti, commissionandone la realizzazione a produttori industriali. Questi “specific objects” (oggetti specifici), così erano definiti dall’artista, venivano poi frequentemente organizzati in configurazioni seriali tese ad aggirare la nozione tradizionale di composizione artistica. Lo spazio tra le forme metalliche rettangolari di Untitled [Senza Titolo], 1970, per esempio, si basa sulla sequenza matematica nota come “serie di Fibonacci”, successione di numeri interi naturali in cui ciascun numero è il risultato della somma dei due precedenti (0, 1, 1, 2, 3, 5, 8 eccetera). Analogamente anche Dan Flavin per le sue strutture di tubi al neon impiega materiali di produzione industriale. Il suo Untitled [Senza Titolo], 1966, progettato per occupare un angolo dello spazio espositivo, si sottrae alle modalità convenzionali di esposizione dell’arte e gli immateriali raggi di luce che emana sembrano dissolvere i limiti dell’architettura. Dimensionate per rapportarsi alle misure del corpo umano, queste opere sollecitano la percezione dell’osservatore nello spazio e nel tempo reali: è il caso della scultura a terra di Carl Andre, Fifth Copper Triode [Quinto Triodo di Rame], 1975, che invita lo spettatore a camminare sulla superficie delle lastre metalliche. Come la scultura, così anche la pittura minimalista distilla il mezzo pittorico riducendolo alle sue componenti essenziali, attraverso il ricorso frequente a superfici monocrome: è il caso di Allied [Alleati], 1966, di Robert Ryman e di Circle Painting 6 [Cerchio 6], 1973, di Robert Mangold. Tra i primissimi collezionisti che nel corso degli anni sessanta si appassionarono alle opere di Mangold, Ryman, Flavin, Judd e dei loro contemporanei va annoverato il conte italiano Giuseppe Panza di Biumo che concentrò nella residenza di famiglia a Varese una delle più importanti raccolte al mondo di pittura e scultura minimalista, post–minimalista e concettuale nonché di Process Art.
Sviluppatosi negli anni sessanta parallelamente alla Pop Art, anche il Minimalismo segnò una rottura con l’estetica espressionista della New York School. La scultura minimalista è contraddistinta da forme geometriche elementari ottenute da materiali industriali sui quali la mano dell’artista lascia solo minime tracce. Rinunciando all’illusione e alla rappresentazione mette in primo piano l’esperienza dello spettatore nel suo incontro con l’oggetto artistico puro all’interno dello spazio espositivo. Donald Judd, spesso ritenuto l’artista minimalista per antonomasia, progettò cubi e volumi rettangolari accuratamente rifiniti, commissionandone la realizzazione a produttori industriali. Questi “specific objects” (oggetti specifici), così erano definiti dall’artista, venivano poi frequentemente organizzati in configurazioni seriali tese ad aggirare la nozione tradizionale di composizione artistica. Lo spazio tra le forme metalliche rettangolari di Untitled [Senza Titolo], 1970, per esempio, si basa sulla sequenza matematica nota come “serie di Fibonacci”, successione di numeri interi naturali in cui ciascun numero è il risultato della somma dei due precedenti (0, 1, 1, 2, 3, 5, 8 eccetera). Analogamente anche Dan Flavin per le sue strutture di tubi al neon impiega materiali di produzione industriale. Il suo Untitled [Senza Titolo], 1966, progettato per occupare un angolo dello spazio espositivo, si sottrae alle modalità convenzionali di esposizione dell’arte e gli immateriali raggi di luce che emana sembrano dissolvere i limiti dell’architettura. Dimensionate per rapportarsi alle misure del corpo umano, queste opere sollecitano la percezione dell’osservatore nello spazio e nel tempo reali: è il caso della scultura a terra di Carl Andre, Fifth Copper Triode [Quinto Triodo di Rame], 1975, che invita lo spettatore a camminare sulla superficie delle lastre metalliche. Come la scultura, così anche la pittura minimalista distilla il mezzo pittorico riducendolo alle sue componenti essenziali, attraverso il ricorso frequente a superfici monocrome: è il caso di Allied [Alleati], 1966, di Robert Ryman e di Circle Painting 6 [Cerchio 6], 1973, di Robert Mangold. Tra i primissimi collezionisti che nel corso degli anni sessanta si appassionarono alle opere di Mangold, Ryman, Flavin, Judd e dei loro contemporanei va annoverato il conte italiano Giuseppe Panza di Biumo che concentrò nella residenza di famiglia a Varese una delle più importanti raccolte al mondo di pittura e scultura minimalista, post–minimalista e concettuale nonché di Process Art. In questa sala e nella sala successiva è esposta una selezione delle 389 opere della collezione Panza entrate al Guggenheim nel 1991–1992 grazie ad acquisti e donazioni; un incremento particolarmente importante che rappresenta un’ulteriore dimostrazione del costante impegno che l’istituzione ha rivolto all’arte americana di quel periodo. – See more at: http://www.palazzoesposizioni.it/categorie/sezioni-della-mostra#sthash.0alImH0c.dpuf
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