Net Art

La diffusione planetaria della comunicazione tramite Internet sta facendo emergere (come sempre avviene nella storia quando si affacciano innovazioni o rivoluzioni tecnologiche) forme di linguaggio alternative rispetto alle comuni relazioni “funzionali” messe in pratica grazie al computer. Si va definendo così, da alcuni anni parte a questa parte, la nozione di “net.art”. Con questo termine si indicano una serie di esperienze e di operazioni che sfruttano le caratteristiche proprie della comunicazione “in rete”. L’interattività, dunque la produzione di messaggi che possono essere continuamente modificati da interventi in tempo reale. L’ipertestualità, cioè la possibilità di combinare e comporre varie forme di scrittura ed immagini, di richiamare testi in interfaccia e di creare “link”, collegamenti aperti. Ne consegue che la net.art non produce “opere” ma “sistemi” comunicativi; non ha “autori” in senso tradizionale ma promotori di messaggi che di solito agiscono in gruppo, spesso sotto sigle anonime: non ha luoghi fissi di esposizione o musei nemmeno virtuali, perché appare nomade sugli schermi dei computer in ogni parte del mondo ed in ogni momento. Il “luogo” della net.art potrebbe essere in verità il web, il sito elettronico al cui interno le proposte si condensano e si fissano visivamente. Ma proprio per questo la critica radicale tende a distinguere la net.art dalla web.art, più “statica” e più legata al concetto di “autore”.
Distinzioni sottili che tendono comunque ad escludere tutta un’altra serie di esperienze di “arte in rete”. A cominciare dalla più “antica”, che ha già quasi vent’anni di storia alle spalle: la computer art o arte digitale. Si trattava e si tratta in questo caso di sfruttare le potenzialità “matematiche” dei software per creare immagini virtuali, intervenire su immagini già date e manipolarle, dar vita insomma a tutto il sistema di immaginario degli “effetti speciali” largamente sfruttato anche e soprattutto dal cinema. In questo caso si tratta di “fare arte” secondo logiche formali tradizionali, seppure aggiornate e scaltrite tecnologicamente. Ancor più netta, ed ovvia, è la distinzione con l’uso della rete per scandire, archiviare e diffondere immagini d’arte prodotta “altrove”, antica o contemporanea che sia, ivi comprese le ricostruzioni virtuali di musei o luoghi d’arte .
Per tornare alla net.art, occorre sottolineare che i sistemi di comunicazione prodotti non hanno alcuna intenzione “artistica” in senso classico, né connotazione estetica. E’ un’arte “che prescinde dall’arte”, nel solco peraltro della lunga storia delle avanguardie moderne che va da Duchamp all’arte concettuale. Quelli che vengono messi in rete sono concetti strutturali che investono di solito, criticamente, la vita sociale, politica, economica oppure mettono in discussione od esplorano le modalità infinite del “mettersi in relazione”: Si tende a definire così una “cultura della rete” alternativa ai sistemi dominanti, sia sul piano politico che sul piano del controllo della comunicazione. Non a caso, all’origine della net.art ci sono anche le prove degli hackers, dei pirati informatici che s’inseriscono nelle “stanze di comando” della comunicazione elettronica.
La Net Art ha comunque già non solo una serie di “operatori” nel mondo (soprattutto in Europa e Stati Uniti) ma anche luoghi d’incontro e di “esposizione”. Il punto di riferimento internazionale più noto è l’Ars Electronica Center di Linz in Austria, sorto vent’anni fa, che organizza un premio annuale, il Prix Ars Electronica con diverse categorie di segnalazione delle varie forme di creatività “hitech”. Ma la Net.Art ha fatto il suo ingresso anche in molte rassegne d’arte contemporanea, come Documenta a Kassel in Germania dal 1997 e la Biennale d’arte americana del Whitney Museum a New York dal 1999. Altra manifestazione specifica è il festival Transmediale.01 di Berlino, che attribuisce premi per “software art”.

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