Spazialismo

Dopo la Seconda guerra mondiale, si affermava in arte un’idea di pittura come gesto che conquista lo spazio reale. Nell’ambito di questo fenomeno, noto come Informale, si colloca lo Spazialismo italiano. Nel 1947 ne fu promotore  a Milano Lucio Fontana. Il primo manifesto del movimento fu sottoscritto da critici e scrittori tra i quali ricordiamo Kaisserlian, Joppolo, Milena Milani. Negli anni successivi si aggiunsero gli artisti Gianni Dova e Roberto Crippa.
Nel 1951 tra i firmatari del “Manifesto dell’arte spaziale” figurano anche De Luigi, Guidi, Peverelli. Tuttavia lo Spazialismo s’identifica col geniale percorso di Fontana, maturato a partire dagli anni Trenta a contatto con i pionieri dell’astrattismo milanese e poi a Buenos Aires (“Manifiesto Blanco”, 1946). Per Fontana bisogna esorcizzare l’illusione superficiale dell’immagine sulla tela, conquistare lo spazio “oltre la materia”: è questa l’idea fondante dei celebri Tagli e Buchi ( “Concetti spaziali”) che suggeriscono una dimensione aldilà della superficie dell’illusione. Fontana userà anche il neon, spingendosi sino alla profezia del “Manifesto del Movimento Spaziale per la Televisione” (1952). In tal modo lo Spazialismo italiano si proietta verso una visione di tipo cosmico-spiritualista, avvicinandosi così alle esperienze di Mark Rothko in America e di Yves Klein in Europa.

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