Hollow Hands di Andreia Santana allo Spazio Leonardo

Andreia Santana, Hollow Hands, installation view, Spazio Leonardo Milano, 2020 ph. credit Cosimo Filippini, courtesy UNA and the artist

Gli oggetti sono dispositivi che rivelano storie che si snodano nel tempo. Raccontano gli uomini e le culture, le società e le loro trasformazioni. Sono “materiali di comunicazione”1 in grado di suggerire e produrre relazioni. Sono “fatti sociali totali”2 che innescano un principio di reciprocità attraverso un dare, un ricevere e un restituire, contribuendo a un processo di negoziazione di un legame che si rigenera continuamente. Fenomeni oggettuali diventano sociali, caricandosi di una forza espressiva e di rappresentazione, muovendosi intorno a un regime di valori e simbolismi che codificati, contribuiscono alla formazione identitaria delle società e dei contesti in cui si trovano o emigrano.

Da un punto di vista puramente tecnico, gli oggetti sono parte di quell’area di ricerca chiamata cultura materiale, che insieme allo studio degli aspetti comportamentali e cognitivi, sono indicatori delle civiltà. Agiscono intorno a dinamiche temporali e contestuali seguendo percorsi interculturali, attraverso scoperte e ritrovamenti, prelievi e riposizionamenti in luoghi e spazi diversi. Questi movimenti nello spazio-tempo mutano le relazioni tra oggetti e con i soggetti, consentendo letture e interpretazioni.

Andreia Santana, Vessel #2, 2020, rame, cm 85 x 83, installation view @ Spazio Leonardo, ph. credit Cosimo Filippini, courtesy UNA and the artist

Intorno a questi spostamenti temporali, alla pratica archeologica e artistica, in particolare alle dinamiche e alle regole del lavoro di ricerca e scavo, ai meccanismi e al processo di mercificazione del prodotto, al baksheesh (una ricompensa economica ai lavoratori affinché recuperino più manufatti possibili da un sito) e alla possibilità degli oggetti di entrare o meno in una condizione di invisibilità, si colloca la ricerca della giovane artista portoghese Andreia Santana (1991, Lisbona).

Hollow Hands è la sua prima mostra italiana ospitata allo Spazio Leonardo, di Leonardo Assicurazioni – Generali Milano, visitabile fino all’8 maggio. Un luogo che coniuga l’attività professionale con le necessità culturali di un territorio, ponendosi come “Agenzia-città” inclusiva e aperta al pubblico, promuovendo una serie di iniziative diverse, tra cui il progetto dedicato all’arte contemporanea. Nato nel 2018 ha affidato la curatela delle mostre a Marta Barbieri e Paola Bonino, fondatrici della galleria UNA di Piacenza, caratterizzata dalla sperimentazione e dalla ricerca come chiavi di lettura della contemporaneità. Una visione lungimirante quella del contenitore piacentino, attuata come elemento progettuale anche nel programma annuale di Spazio Leonardo, che prevede la rotazione di tre artisti emergenti nazionali e internazionali (nei prossimi mesi sono previsti KIM 1995 e Francesco De Prezzo).

Andreia Santana inaugura questa nuovo ciclo, accompagnata da un testo critico di Sofia Lemos in cui sono presi in considerazione alcuni concetti fondamentali come la forma della commodity archeologica e Arbeit und Rhythmus (Lavoro e ritmo). Nel primo si fa riferimento ai tempi tra produzione, ritrovamento, abbandono del reperto e del suo riutilizzo. Il secondo invece è stato elaborato dall’economista tedesco Karl  Bücher, e fa riferimento al ritmo prodotto dal canto utilizzato durante le attività lavorative in società semplici, dove la separazione tra le fasi della vita (lavoro- svago) non è così netto e definito, come per le società complesse. In questo modo, secondo lo studioso, è possibile perseguire la possibilità di uno sviluppo economico proprio grazie a questa compenetrazione, poiché l’idea produttiva è svincolata da qualsiasi connotazione mercantile ma legata più a una ritualità quotidiana.

Andreia Santana, Mask, 2020, cm 166 x 119 x 30, acciaio dipinto installation view @ Spazio Leonardo, ph. credit Cosimo Filippini, courtesy UNA and the artist

A rafforzare questo pensiero, a pensarci bene, è proprio nelle società più industrializzate o postindustriali, che si affaccia all’orizzonte una tendenza o un orientamento, verso una pratica di Wellbeing aziendale, ovvero una ricerca del benessere individuale e collettivo non disgiunto dal lavoro. E l’iniziativa di Spazio Leonardo ne è un esempio riuscito.

Sondare questi complessi territori è l’obiettivo di Santana, attraverso la produzione di opere scultoree che travalicano il formalismo. La serie di lavori in acciaio e rame sono presentate come raffinate composizioni che si muovono sinuose nel nitore acromatico dell’ambiente. Scandiscono un movimento continuo dello spettatore, che si appresta a inoltrarsi tra le fessure della materia, tra vuoti e pieni che si ramificano e implodono come memorie trasfigurate.  Come oggettivazione del corpo umano e dei reperti o degli utensili utilizzati nelle operazioni di scavo, che recuperati dall’oblio e da uno stato di invisibilità, sono restituiti alla storia assumendo una nuova connotazione.

I materiali scelti dall’artista, il ferro e il rame, all’apparenza rigorosi e rigidi trovano una loro straordinaria leggerezza espressiva. Il ferro cede alla flessuosità di quelle forme, diventa malleabile attraverso quelle aperture che sottraggono alla materia corpo, come in Mask 2020, o come in una serie di lavori presentati in una mostra precedente intitolata The outcast manufactures (2018) – I produttori emarginati, di cui sono presenti alcuni pezzi. Le linee si ammorbidiscono e si assottigliano inquadrandosi realmente in cornici come in Aphasia (nile) 2018, o assumono le sembianze di oggetti quotidiani come i tavoli sagomati di Agnosia (ancient rest) 2018, dove il titolo stesso rimanda a un disturbo percettivo che impedisce di riconoscere la realtà oggettiva. Ma per noi il riconoscimento delle opere è reale, distinguibile in quelle sagome che si arrendono alle pieghe del rame che illuminano la parete candida con Vessel 2020.

Se gli oggetti agiscono come soggetti in uno stato di transitorietà costante, per l’artista diventano corpi e memorie di uomini e di narrazioni di tempi passati e presenti, che si dilatano e che trovano diverse forme di rappresentazione e significazione.

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1 Douglas M., Isherwood B., 1984, Il mondo delle cose, Il Mulino, Bologna

2 Il Saggio sul dono – Marcell Mauss 1923-24 – Piccola Biblioteca Einaudi