Stop Time: Modena celebra Hiroshi Sugimoto

Hiroshi Sugimoto Bay of Sagami, Atami, 1997 stampa ai sali d’argento, 119,5x149 cm courtesy l’artista
Hiroshi Sugimoto Bay of Sagami, Atami, 1997 stampa ai sali d’argento, 119,5x149 cm courtesy l’artista

Fino al 7 giugno 2015 Fondazione Fotografia Modena presenta, negli spazi espositivi del Foro Boario, Hiroshi Sugimoto. Stop Time, mostra curata da  Filippo Maggia che offre a tutti gli amanti della fotografia l’occasione di vedere l’opera omnia di uno dei fotografi più misteriosi ed evocativi del nostro tempo.

Sarà l’origine giapponese di quest’uomo di mezz’età che, seppur esperto conoscitore di cultura e società occidentale, riesce a permeare di quel mistero di sospeso e di calma tipico del paese del Sol levante ogni sua opera (che sia un paesaggio, un’architettura, un ritratto) a far sì che i suoi scatti esercitino un’attrazione magnetica nello spettatore. Cosa si vede nelle sue opere? Tutto e niente. Rimani lì,  fermo, per minuti, a guardare la linea di orizzonte tra mare e cielo della sua serie Seascapes e poi, se ti chiedono cosa hai visto, ti viene spontanea la risposta “niente”, perché quella linea rappresenta l’ingresso in un mondo così intimo che all’estraneo non è possibile condividerlo. Una sola linea e l’ingresso per mille intimità. Una magia.  E d’altro canto è questa visione, che Sugimoto stesso definisce come “l’ultima visione che possiamo condividere con gli antichi”, che ci può suggerire “lo stato d’animo del primo uomo sulla terra”. Diciamo che la fotografia è la presa di coscienza che senza l’uomo la storia non esiste e l’uomo stesso di fronte a tale paesaggio è obbligato ad autodeterminarsi.

Hiroshi Sugimoto Tyrrhenian Sea, Conca 1994 stampa ai sali d’argento, 119,5x149 cm courtesy l’artista

Hiroshi Sugimoto, Tyrrhenian Sea, Conca 1994. Stampa ai sali d’argento, 119,5×149 cm. Courtesy l’artista

E’ come se le sue opere mirassero all’essenziale e tale concetto pare riflesso anche in questa esposizione ben calibrata e scandita, dove l’occhio non riesce a rincorrere più di una o due opere per volta. Nelle sue fotografie è palpabile la cura, la pazienza e l’attenzione dedicata all’immagine: Sugimoto si concentra generalmente su pochi oggetti; grande estimatore della fotografia analogica e delle tecniche di stampa  lavora solo in bianco nero, con banchi ottici o camere a soffietto, preparando in maniera autonoma pellicole e prodotti chimici per sviluppo e fissaggio.

Hiroshi Sugimoto El Capitan, Hollywood, 1993 stampa ai sali d’argento, 119,5x149 cm

Hiroshi Sugimoto, El Capitan, Hollywood, 1993. Stampa ai sali d’argento, 119,5×149 cm. Courtesy l’artista

L’ essenzialità della visione tipica dell’artista pare entrare in contraddizione con un tratto saliente del carattere di Sugimoto che potrebbe ben trovare sfogo tra le pagine di questo blog: Sugimoto è un collezionista compulsivo di mille tipologie diverse d’oggetti: da manufatti giapponesi a oggetti rinascimentali, fino ad arrivare a spendere un’ingente somma per alcuni negativi di Talbot da cui ha provato a tirare delle stampe. Non a caso una parte della sua raccolta eterogenea ma raffinata è esposta in questo stesso periodo al Barbican di Londra nella mostra “Magnificent Obsession: The Artist as Collector” (12 febbraio 2015- 25 maggio 2015).

Hiroshi Sugimoto Birds of the South Georgia, 2012 stampa ai sali d’argento, 119,5x184,5 cm courtesy l’artista

Hiroshi Sugimoto, Birds of the South Georgia, 2012. Stampa ai sali d’argento, 119,5×184,5 cm. Courtesy l’artista

La mostra modenese ha l’ambizione di un’antologica sia per la ricchezza dei materiali, che ripercorrono tutta la carriera dell’artista attraversando le sue serie più famose – Seascapes appunto, Theatres,  i Diorami, i Portraits, ritratti delle statue di cera,  tanto per citarne alcune -, sia per la presenza di praticamente tutte le pubblicazioni che dal 1977 ad oggi sono uscite sull’autore. Insomma una sorta di monumento in vita che consacra ulteriormente, se ce ne fosse bisogno, un grande della pellicola. Nel catalogo dell’esposizione, edito da Skira, c’è un testo scritto dallo stesso Sugimoto dove egli espone appieno la sua visione della storia della fotografia come illusione, rifacendosi all’origine daguerriana della pratica; infatti l’impresario francese dal successo dei suoi primi diorami (e non a caso Sugimoto è andato in giro per musei di storia naturale a cercare e fotografare le ambientazioni fittizie, diorami appunto, in cui vengono immersi animali impagliati, ma che con abili inquadrature ha reso in fotografia come paesaggi reali) vide nella fotografia la possibilità di un’illusione più convincente, che offrisse alla gente quello che cercava.  Questa partecipazione al volume pare suggellare l’importanza che l’artista stesso, nonostante il suo invidiabile aplomb, dia all’evento italiano.