I novantanove anni di Pierre Soulages

L'artista francese Pierre Soulages
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Dallo scorso 5 giugno fino al 25 novembre la Fondation Pierre Gianadda di Martigny, in Svizzera, dedica una retrospettiva all’artista francese Pierre Soulages, a poco più di un anno dal suo centesimo compleanno, che auspicabilmente cadrà il il 24 dicembre del 2019. Nato a Rodez, in Occitania nel sud della Francia, appunto nel 1919, Soulages è un artista tutto sommato poco noto in Italia: stando a quanto riportato negli archivi del suo sito ufficiale www.pierre-soulages.com, l’unica istituzione museale italiana a possedere una sua opera — del 1951, acquistata da una collezione privata nel 1959 — è la GAM di Torino.

Un po’ poco per un artista presente in tutti i maggiori musei del mondo, con tre retrospettive all’attivo al Centre Pompidou (1967, 1979, 2009), insignito del Praemium Imperiale per la pittura in Giappone nel 1992, e che è stato, tra l’altro, il primo artista vivente invitato a esporre all’Ermitage di San Pietroburgo (nel 2001), oltre ad aver inaugurato nel 2014, nella sua città natale, un Museo a lui dedicato cui ha donato 500 pezzi tra opere e documenti. In Italia (dove nel 1952 partecipò alla Biennale di Venezia nel padiglione francese) l’avvenimento di maggior rilievo è stato forse la personale all’Accademia di Francia a Villa Medici a Roma nel 2013.

Pierre Soulages Goudron sur verre 45,5 × 45,5, 1948-2 Collection Centre Pompidou, Paris. Musée national d’art moderne. Centre de création industrielle © Adagp, Paris / 2018 ProLitteris, Zurich

Pierre Soulages, Goudron sur verre, 1948. Collection Centre Pompidou, Paris. Musée national d’art moderne. Centre de création industrielle. © Adagp, Paris / 2018 ProLitteris, Zurich

L’attività espositiva era iniziata per Soulages nel 1947 con la partecipazione alla mostra Les Surindépendents al Parc des Expositions di Parigi; l’anno successivo espone già al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris. Nei primi anni Cinquanta inizia l’avventura americana, con la partecipazione a collettive (tra l’altro al Guggenheim e al MoMA) e la prima personale alla Kootz Gallery di New York nel 1954: ne seguiranno altre dieci fino al 1966, e la sua presenza in America culminerà con le retrospettive del 1968 che toccheranno vari luoghi degli States e del Canada, inclusa la Albright-Knox Art Gallery di Buffalo. Nel 1961 aveva avuto luogo anche una retrospettiva al Museum Folkwang di Essen.

Tra l’altro è proprio dalla collezione personale del gallerista americano Sam Kootz che proviene l’opera che il 6 giugno del 2017 ha segnato il nuovo record d’asta dell’artista durante una sessione di Sotheby’s a Parigi: Peinture, 14 Avril 1962, stimata 2-3 milioni di euro, ha visto il martello battere definitivamente sulla cifra di 6.120.000 € (buyer’s premium incluso). La rarità dell’opera, oltre che per la sua provenienza illustre, è legata ai riflessi azzurro chiaro della composizione, inusuali nella produzione del maître du noir.

Pierre Soulages, Peinture 162 x 130 cm, 14 avril 1962″, 1962. Olio/tela, 162 x 130 cm. Quest’opera è stata aggiudicata il 6 giugno 2017 da Sotheby’s Paris per 6.120.000 € (Buyer’s premium incluso) stabilendo il nuovo record d’asta dell’artista. Courtesy: Sotheby’s

Le mostre si diradano molto dopo le retrospettive del 1976 (in Venezuela e Brasile) fino alla loro ripresa regolare a partire dal 1997. Tra il 1987 e il 1994 Soulages realizza le 104 vetrate dell’Abbazia di Conques, in Occitania.

Se l’aneddoto è vero, il destino artistico di Pierre Soulages si sarebbe manifestato già dalla prima infanzia: all’età di cinque anni disegnò dei tratti neri su un foglio bianco, e quando la sorella gli chiese cosa rappresentassero lui rispose: La neve. Infatti gran parte della sperimentazione di questo artista si è focalizzata sul rapporto tra il colore nero e la luce riflessa su di esso. Partito, nel dopoguerra, da un astrattismo in cui già erano presenti la ricerca sui materiali, i grandi formati e il predominio del nero, Soulages inizia man mano a tracciare segni sempre più ampi, come pure ad aggiungere e grattar via pittura, continuamente coprendo e riscoprendo le campiture di colore. Infine nel 1979 arriva a quello che in seguito chiamerà l’outrenoir, l’“oltrenero”: «Un colore al di là del nero, nello stesso tempo colore e non-colore» — secondo la definizione dell’artista — ove il riflesso della luce sulla materia prende la stessa importanza del segno in sé. «Quando la luce si riflette sul nero lo trasforma e trasmuta. Apre un territorio mentale completamente suo».

Dal punto di vista tecnico, per ottenere questi effetti Soulages utilizza spatole e pennellesse con cui distende il colore — olio, acrilico, catrame — in grandi campiture lucide, opache, striate, che vengono poi lavorate con strumenti vari come cucchiai, coltelli, raschietti metallici e anche gomme da cancellare che man mano scavano, grattano, incidono la superficie del colore. In questo modo l’uniformità del nero viene piegata a un gioco di sfumature, a seconda di come assorba o rifletta la luce. «Il vero strumento non è uno di questi. Nel corso del lavoro la luce diventa il vero strumento. Perché è sempre ciò che sta accadendo sulla tela che mi guida» ha spiegato l’artista (“Nowness”, 27 gennaio 2015), il quale ha anche più volte dichiarato di distruggere le proprie opere quando non ne è soddisfatto.

Pierre Soulages Peinture 260 × 202 cm, 19 juin 1963 Huile sur toile Collection Centre Pompidou, Paris. Musée national d’art moderne. Centre de création industrielle © Adagp, Paris

Pierre Soulages, Peinture , 19 juin 1963. Huile sur toile, 260 × 202 cm. Collection Centre Pompidou, Paris. Musée national d’art moderne. Centre de création industrielle © Adagp, Paris

È interessante notare che in particolare nell’attività incisoria (acquaforti, litografie ecc.) Soulages utilizza sovente, accanto al nero, anche altri colori: soprattutto terre, ruggini e blu di Prussia. Un’altra peculiarità delle opere dell’artista è che dovrebbero essere esposte sospese a mo’ di pareti, e non appese al muro: i quadri dovrebbero «essere pareti più che finestre. Quando vediamo un dipinto su un muro, è come una finestra, così io preferisco sospendere i miei dipinti al centro della stanza come creando una parete. Una finestra guarda fuori, ma un quadro dovrebbe fare l’opposto — dovrebbe guardare dentro di noi», ha raccontato l’artista in un’intervista del 2014.

Spesso accostata al tachisme, all’informale e all’espressionismo astratto, la pittura di Soulages in realtà si differenzia sia dalle poetiche gestuali di un Hartung o di un Kline, che dall’astrattismo materico con connotazioni politiche o di protesta sociale di Fautrier, Burri o Vedova (per rimanere in ambiti pittorici che hanno ampiamente utilizzato il nero come colore dominante). Per quanto sembri paradossale, la pittura di Soulages, nel suo senso più profondo, è semmai accostabile a quella di Rothko: una ricerca sulla vibrazione luminosa che vuole parlare all’interiorità, senza tramiti concettuali.