Il collezionismo italiano visto da Ludovico Pratesi

Ludovico Pratesi

Ludovico Pratesi

Passeggiare tra i corridoi delle fiere d’arte può riservare alcune gradevoli sorprese. E’ capitato a Torino, in occasione della preview di Artissima, quando, davanti allo stand della Lisson Gallery, mi sono imbattuto con il curatore e critico d’arte Ludovico Pratesi, uno dei massimi esperti italiani di collezionismo d’arte contemporanea e delle sue evoluzioni ed autore di uno dei pochi saggi italiani sull’argomento: L’Arte di Collezionare Arte Contemporanea. Da quell’incontro casuale è nata questa conversazione che cerca di fare il punto sul collezionismo italiano nel XXI secolo e di dare alcune “dritte” a chi sta pensando di diventare collezionista.

Nicola Maggi: A Torino, tra gli stand di Artissima, abbiamo trovato delle librerie antiquarie; a Londra, Frieze si è fatta in due con Frieze Masters.  Presente e passato sembrano andare sempre più a braccetto nelle fiere d’arte. Una novità frutto di una nuova tendenza del collezionismo internazionale o si tratta di una mera strategia di mercato?

Ludovico Pratesi: «In un momento di crisi economica come questo l’interesse del collezionismo si rivolge verso gli artisti storici e consolidati, considerati più sicuri . E’ ovvio che le grandi fiere internazionali si adeguino ai nuovi trend che permettono di proporre confronti e dialoghi sempre stimolanti tra ieri e oggi, tra passato e presente».

N.M.: Chi è il collezionista d’arte contemporanea del XXI secolo e in cosa si differenzia dai suoi “antenati” degli anni Ottanta-Novanta?

L.P.: «Il collezionista del XXI secolo è globale e informato. In grado di utilizzare tutti gli strumenti offerti da Internet per raccogliere informazioni su ogni opera che intende acquistare in tempo reale. Non è necessariamente più veloce, ma infinitamente più consapevole».

N.M.: Nell’era della globalizzazione i collezionisti sono tutti uguali o si possono individuare delle caratteristiche “nazionali”? Quali sono, ad esempio, i tratti che distinguono i collezionisti italiani da quelli di altri paesi?

L.P.: «Globalizzazione non significa omologazione. Al contrario, è veramente globale chi sa affermare la propria identità con coraggio e determinazione,  promuovendo gli artisti emergenti di qualità del proprio paese. Spesso i collezionisti italiani peccano di esterofilia, non rendendosi conto che non sostenere l’arte del proprio paese è una prova di debolezza e mai di forza».

Miuccia Prada e Fabrizio Bertelli sono gli unici collezionisti italiani inseriti nella TOP200 del collezionismo stilata ogni anni da ARTnews

Miuccia Prada e Fabrizio Bertelli sono gli unici collezionisti italiani inseriti nella TOP200 del collezionismo stilata ogni anno da ARTnews

N.M.:  Nella classifica dei 200 collezionisti più importanti del mondo l’Italia può vantare solo una presenza: quella della coppia Miuccia Prada-Patrizio Bertelli. Dove sono finiti i grandi collezionisti italiani?

L.P.: «Essere collezionisti in Italia in questo periodo è difficile, e farlo in maniera pubblica ancora di più. Con la finanza alle costole, non è il momento di esibire la propria posizione…»

N.M.: Dovendo fare un bilancio, qual è lo stato di salute del collezionismo in Italia?

L.P.: «Credo di aver risposto . Mi spiego meglio con questa frase: “Per vivere felici viviamo nascosti”»

N.M.: La storia (e l’esperienza) ci dice che per diventare collezionisti d’arte contemporanea non occorre essere ricchi. Un assunto cavalcato, negli ultimi anni,  dalle fiere di Arte “accessibile” che stanno proliferando anche in Italia. Questo fenomeno, secondo lei, è un bene o un male per il mercato e per il collezionismo d’arte contemporanea?

L.P.: «Sinceramente non credo che quel tipo di fiere, spesso di discutibile qualità, facciano davvero bene al nostro collezionismo. Credo piuttosto che alimentino la confusione che regna sovrana nella nostra sciagurata penisola. Consiglio ai neocollezionisti di frequentare le fiere migliori e più accreditate, alla scoperta dell’opera più consona ai loro budget. E’ una caccia al tesoro lunga e appassionante, che dà sempre ottimi risultati».

N.M.: Perché, oggi, si colleziona arte contemporanea?

L.P.: «Per le stesse ragioni di sempre: curiosità, amore per il rischio, passione per l’arte, volontà di vivere in maniera attiva il proprio tempo e coglierne le sfide quotidiane».

N.M.: The Others ha creato un concorso, dedicato agli aspiranti collezionisti, dal nome “La mia prima volta”. Che consiglio darebbe a chi sta pensando di intraprendere questa emozionante avventura?

L.P.: «Attenzione, informazione, pazienza, passione, per acquisire la consapevolezza necessaria ad evitare gli errori e fare sempre le scelte giuste».

Ludovico Pratesi con la collega curatrice Daniela Ferraria. Assieme hanno curato la mostra “L’Altro Pascali. Un itinerario attraverso le opere di Pino Pascali per cinema e televisione” presso il Centro Arti Visive Peschiera di cui Pratesi è direttore artistico.

Ludovico Pratesi è nato a Roma nel 1961, dove vive e lavora. Critico e curatore, collabora dal 1985 con il quotidiano La Repubblica. Ha curato mostre internazionali come Molteplici Culture (Roma, 1992), Il Suono Rapido delle Cose (Biennale di Venezia, 1993), Città Natura (Roma, 1997), Giganti (Roma, Fori Imperiali, 2001), Tutto Normale (Roma, Accademia di Francia, 2002), Verso il Futuro (Roma, Museo del Corso, 2002) e Incontri: sette artisti contemporanei dialogano con i maestri del passato (Roma, Galleria Borghese, 2002-2003). Dal 2001 è direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro e direttore della Fondazione Guastalla per l’Arte Contemporanea, mentre dal 2009 al 2011 è stato curatore scientifico di Palazzo Fabroni a Pistoia. Dal 2006 al 2010 è stato presidente dell’AICA (Associazione Internazionale Curatori d’Arte) ed è consigliere dell’AMACI (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiani).

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1 Commento

  • cecilia ha detto:

    spesso anche nelle migliori fiere ci sono opere di scarsa qualità. credo che più che le fiere e le esposizioni si debbano regolamentare il mercato dell’arte con il registro artisti, facendo anche un accordo con le case d’asta. In questo caso la vendita sarebbe data dalla scelta di chi compra e avremmo anche delle quotazioni di mercato.Per quanto riguarda, invece, la qualità dell’opera d’arte il discorso è molto diverso: devono essere coloro che operano nel settore ad essere dei professionisti o almeno dei maestri dell’arte. Almeno si avrebbe, da una parte, il libero mercato dove è l’opinione pubblica che sceglie e dall’altra un’informazione adeguata e metodologie più attuabili per fare comprendere quando un opera è giudicata una rappresentazione di talento artistico e quando non lo è. chi meglio di chi opera nel mestiere può dare certi giudizi?
    distinti saluti
    martinelli-art
    Cecilia Martinelli

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