Il direttore del MoMA, Glenn D. Lowry, guida l’edizione 2019 della Power 100 di ArtReview

Glenn D. Lowry. Classe 1954 è diventato il 6° direttore Museum of Modern Art nel 1995

Glenn D. Lowry è il numero 1 della 18a edizione di ArtReview Power 100, la classifica annuale delle personalità più influenti del mondo dell’arte contemporanea. Il direttore del MoMA è seguito nella lista dalla fotografa Nan Goldin. Al numero 3 ci sono i galleristi Iwan e Manuela Wirth. L’artista Hito Steyerl è il numero 4 e il gallerista David Zwirner occupa la posizione.

Con un ampliamento da $ 450 milioni e un ripensamento accurato del modello museale, il MoMA, sotto la direzione di Lowry, ha riaperto questo autunno con una collezione completamente riallestita che si allontana drammaticamente da una presentazione tradizionale e lineare della storia dell’arte. In un anno – e in un’epoca – segnati da sconvolgimenti, proteste e aspri conflitti tra outsider e l’establishment, non da ultimo sulla questione di chi rappresenti la cultura, le istituzioni sono state costrette a rispondere con argomenti convincenti per evitare il rischio di essere messe da parte.

Il MoMA potrebbe essere arrivato a questo approccio con la guida dello Studio Museum of Thlema Golden di Harlem (7° in classifica) e l’incoraggiamento implicito dei recenti sforzi della Tate di decolonizzare e “decentrare” la propria collezione – il direttore della Tate, Maria Balshaw, è al nono posto nella lista – ma in quanto museo più ricco del mondo, sta ora aprendo la strada offrendo una rappresentazione più globale delle storie d’arte e della diversità degli artisti che lavorano oggi e attraverso i decenni.

Molto attiva nel rispondere alle sfide poste dalle mutevoli infrastrutture artistiche, Miuccia Prada (11°) e Marc Glimcher (23°) rappresentano ambiziosi modelli di trasformazione: la Fondazione Prada con mostre che abitualmente superano la “qualità museale” e ampliano l’esperienza dell’arte alla società, con club pop-up che presentano spettacoli e altre opere durante le maggiori fiere d’arte globali; e la Pace Gallery di Glimcher che grazie un nuovo palazzo d’arte polivalente di otto piani a Manhattan ospita anche esperienze e spettacolo. (Leggi ->New York: la nuova Pace Gallery, l’impero di Gagosian e un centenario)

Nan Goldin interviene durante le prosteste contro la famiglia Sackler. Photo: Michael Quinn.

Premendo per il cambiamento dall’esterno, Nan Goldin (2°) ha guidato le proteste contro la famiglia Sackler per le sue implicazioni nella crisi degli oppioidi negli Stati Uniti e per il suo coinvolgimento nel “riciclaggio in arte” degli utili derivanti dalla vendita di OxyContin da parte della Purdue Pharma, una campagna che ha portato al rifiuto dei fondi Sackler da parte di istituzioni tra cui la National Portrait Gallery e la Tate di Londra. L’interrogativo di Goldin sull’etica della filantropia si sta rivelando un punto spesso oggetto di dibattito: l’arte e gli artisti possono ed influenzano il cambiamento nel mondo reale.

Felwine Sarr e Bénédicte Savoy (6°) sono stati determinanti nel mettere in discussione la funzione del museo, sostenendo la restituzione incondizionata delle opere d’arte ottenute in circostanze sospette dalle istituzioni occidentali, un tema ripreso nell’attivismo del movimento americano Decolonize This Place (19°). Il collettivo di artisti indonesiani Ruangrupa (10), direttori artistici della prossima edizione di Documenta, forse rappresentano al meglio coloro che stanno creando nuovi modelli e sistemi istituzionali, attraverso il loro lavoro con Gudskul a Jakarta e la sua enfasi sulla ricerca e la collaborazione nella creazione, finanziamento e presentazione dell’arte.

Nell’attuale atmosfera di crisi sistemica, con la natura del potere in continua mutazione e soggetta a perturbazioni, ciò che è chiaro è che le istituzioni rispondono nuovamente a modelli alternativi per strutturare il mondo dell’arte. L’artista Banksy (14°) rientra in classifica proprio per il modo in cui la sua esistenza mette in luce la volontà (e lo sforzo) istituzionale di accogliere un artista che non ha bisogno dell’establishment. Man mano che la battaglia per il controllo su chi arriva a rappresentare la cultura è in corso, le istituzioni e le narrazioni dominanti continueranno a subire pressioni per adattarsi.

Banksy a Venezia

Per l’Italia, oltre a Miuccia Prada, i soliti nomi: Massimiliano Gioni, che continua a perdere quote, passando dal 25° posto del 2018 al 44° di quest’anno; in continua ascesa, invece, la collezionista Patrizia Sandretto Re Rebaudengo. Lo scorso anno era al 61° posto oggi sale al 55° sospinta dalle sue attività culturali. Si avvicinano al fondo della classifica i tre della Galleria Continua – Mario Cristiani, Lorenzo Fiaschi e Maurizio Rigillo – che scivolano dalla 82° alla 94° posizione. Lo stesso accade a Massimo De Carlo: nel 2018 era 91° oggi 96°.

La Power100 del 2019, compilata consultando un panel di 30 artisti, curatori e critici di tutto il mondo, continua a riflettere un passaggio dai tradizionali hub di potere. Nel proporre le persone e le organizzazioni che hanno avuto la maggiore influenza sul tipo di arte prodotta e esposta negli ultimi 12 mesi, il panel ha messo in evidenza figure come Koyo Kouoh (56°, Zeitz MOCAA) in Africa, Sheikha Hoor Al-Qasimi (32°, Sharjah Biennial, Lahore Biennale, Africa Institute) in Medio Oriente, Nadia & Rajeeb Samdani e Diana Campbell Betancourt (47°, Dhaka Art Summit) in Asia meridionale, Eugene Tan (53°, National Gallery Singapore, Singapore Art Museum) in Sud-est asiatico e Pablo León de la Barra (90°, MAC Niteroi, Guggenheim) in America Latina, tra molti altri.

Ciò non significa che le disparità di potere e di rappresentanza vengano affrontate e risolte rapidamente ed efficacemente. Pur rispecchiando i modi in cui un sistema artistico sempre più connesso e internazionalizzato sta pensando alle disuguaglianze globali del potere, l’elenco rimane un riflesso del potere così com’è, piuttosto che come dovrebbe essere.