Il kitsch nell’arte

La scultura Michael Jackson and Bubbles di Jeff Koons

Vista la densità di impegni artistici che caratterizza ogni anno i mesi di ottobre e novembre (Frieze London, Art Verona, Artissima tanto per citarne alcuni, senza contare le mostre e gli opening!) ho ritenuto opportuno dare per questo mese una tregua ai lettori. Lasciando da parte i complicati meccanismi di mercato vorrei invece concentrarmi su un tema più leggero (si fa per dire) analizzando una tendenza sempre più comune nella società di oggi, mondo dell’arte incluso: il kitsch.

 

La definizione

 

Partiamo dalla definizione: Kitsch è una parola di origine tedesca utilizzata per riferirsi a materiali di rifiuto o spazzatura. A partire dagli anni Venti inizia ad essere comunemente utilizzata per descrivere forme di cultura popolare e commerciale particolarmente economiche, volgari, sentimentali e con povertà di significato reale.

In ambito culturale il termine kitsch definisce un oggetto o un evento che possono essere definiti arte solo in apparenza perché nella sostanza mancano di significato: è kitsch l’oggetto di cattivo gusto che deriva dalla falsificazione e dalla contraffazione di un oggetto artistico autentico, replicato meccanicamente, variato nelle dimensioni, trasposto in un nuovo medium. L’oggetto kitsch è alla portata di tutti grazie a una esasperata mercificazione a bassa qualità ed alta quantità, un oggetto diseducativo dell’attitudine estetica popolare anche se si propone in apparenza come socialmente e politicamente progressista. Mentre l’arte concettuale reagisce all’eccesso di mercificazione proponendo il non-oggetto, il kitsch, al contrario, commercializza anche ciò che non ne avrebbe i presupposti.

Nel quotidiano possiamo trovare esempi di oggetti kitsch un po’ dappertutto: dalle statuette di Lady Diana a quelle della regina Elisabetta che muove la mano come il noto gatto cinese, dai manga giapponesi a Hello Kitty, ma il concetto si estende anche a città e luoghi come Las Vegas (che include la brutta riproduzione di Venezia) e Disneyland. Per rendere più chiaro il concetto risultano utili le parole dello scrittore Milan Kundera: “Nel regno del kitsch impera la dittatura del cuore: i sentimenti suscitati devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato invece alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria.”

Uno scintillante (e costoso) Baloon Dog di Jeff Koons

Uno scintillante (e costoso) Baloon Dog di Jeff Koons

Il kitsch è un linguaggio sempre più comune del nostro tempo, un linguaggio facilmente digeribile da una società che trova i suoi massimi valori nell’apparenza, immediatezza, riproducibilità ed eccentricità. Pertanto esso può essere visto come espressione di una nuova estetica in grado di tradurre le contraddizioni, le dissonanze e le lacerazioni della nostra epoca e della sua cultura non teorizzabile, di una società senza canoni e senza chiari riferimenti. Il kitsch riesce così ad esprimere questa ricchezza (o povertà?) meglio di ogni altra tendenza.

Nel 1939, il critico d’arte americano Clement Greenberg dà una definizione del kitsch nel suo famoso saggio Avant-Garde e Kitsch. Esaminando il rapporto tra questi due estremi afferma che “dove c’è un’avanguardia, generalmente troviamo anche una retroguardia”. E aggiunge “contemporaneamente all’ingresso dell’avanguardia, un nuovo fenomeno culturale è apparso nell’Occidente industrializzato, quella cosa a cui i tedeschi danno il meraviglioso nome di kitsch: arte e letteratura popolare e commerciale, caratterizzata da particolari cromotipi, copertine di riviste, illustrazioni, pubblicità, fantascienza, fumetti, film di Hollywood, ecc. ecc.”.

Greenberg vedeva dunque il kitsch come l’opposto dell’arte ai più alti livelli, tuttavia a partire dal 1950 una nuova generazione di artisti iniziò a interessarsi seriamente alla cultura popolare (Pop Art), creando nel tempo un terreno fertile per l’esplorazione delle tematiche kitsch. Tra i figli della pop art americana troviamo Jeff Koons, l’artista forse più rappresentativo dell’estetica kitsch. Koons ha suscitato polemiche per decenni dopo essere emerso come figura di spicco nella scena artistica di New York degli anni Ottanta. Le sue opere piacciono a miliardari e bambini, sono spesso sculture in acciaio colorate, luccicanti, sgargianti rappresentanti fiori, palloncini, cuccioli, cigni, icone pop e chi più ne ha più ne metta. In Koons il richiamo alla cultura consumista e dell’apparenza non sono tanto una interpretazione del suo lavoro, ma un deciso statement.

 

Una recente opera dal gusto Kitsch

 

Lo scorso ottobre all’interno dei giardini degli Champs Élysées ha inaugurato Bouquet of Tulips di Jeff Koons. La scultura dalla classica estetica kitsch (e fonte di tre anni di polemiche) è alta 13 metri e rappresenta una grande mano che impugna undici tulipani. L’occasione? Un memoriale in ricordo degli attentati a Parigi del 2015.

L’idea è venuta nel novembre 2016 all’allora ambasciatrice USA a Parigi e il più celebre artista americano contemporaneo si era subito mostrato entusiasta. L’accordo era che Koons donasse il gesto artistico (i disegni) ma non l’opera: bisognava quindi trovare i soldi necessari (3,5 milioni di euro) per fabbricarla, individuare un luogo che sopportasse l’estetica kitsch cara a Koons, e verificare che quell’esplosione pop non stonasse troppo con l’intenzione di salutare le vittime del terrorismo islamista.

La scultura-monumento Bouquet of tulips, Jeff Koons.

L’artista americano è stato a lungo sospettato di voler compiere un altro dei suoi prodigiosi colpi di marketing, stavolta sulle spalle delle vittime degli attentati e dei parigini che hanno temuto di essere chiamati a contribuire per la realizzazione dell’opera. I finanziamenti sono infine arrivati da collezionisti americani vicini all’artista i cui nomi compaiono nella placca sulla base della scultura al posto di quelli delle vittime. Un tocco di classe.

Di gusto kitsch è anche il pensiero che guida i responsabili di aver portato in città questa scultura. Koons si augura che i “tulipani” diventino parte del paesaggio locale e che i parigini interagiscano con loro. Christophe Girard, a capo della cultura nella città vede già i cittadini di Parigi utilizzare la scultura come sfondo per momenti importanti come foto di matrimoni o proposte di fidanzamento (sigh!). Girard continua: “non mi aspetto che tutti siano contenti, mi immagino già la gente dire it’s so kitsch it’s so american”. Ma dai!

Bonami spiega su Instgram perchè Bouquet of Tulips non è un monumento riuscito

Secondo il curatore e critico Francesco Bonami quest’opera non è un monumento riuscito. Come per altri soggetti dell’artista – i Baloon Dogs o gli Hanging Hearts per esempio – la scultura non manca di potenza ed impatto visivo e celebrativo. Possiamo capire la poetica kitsch dell’artista, ma quando si parla di terrorismo non si deve celebrare, ma limitarsi a commemorare.

Dal momento che l’opera avrebbe avuto lo scopo di onorare la memoria collettiva forse ci si aspettava un qualcosa di meno sgargiante, qualcosa di diverso dalle grandi sculture che vediamo nei giardini delle più esclusive fiere internazionali atte a celebrare gli artisti stessi ed il loro mercato. Stridono con il soggetto anche i colori scelti dall’artista, cosi vivaci e smaglianti, tanto che a detta di Bonami l’opera sarebbe stata più significativa se fosse rimasta nel suo imballo bianco e nero (in foto vediamo come  appariva l’opera ancora imballata) per interpretare sentimenti come tristezza, violenza e ricordare qualcosa che non dovrebbe essere mai successo. Come dargli torto?

1 Commento

  • Roberto Vaggi ha detto:

    E’ noto che il massimo inquinamento dell’arte sia il “valore artistico” dell’opera. Qui il valore è (forse giustamente) pari a zero, perchè donato. Tuttavia il geometra che ha redatto il computo metrico del costo totale (13.5 €/ML per tirar su una putrella di 13 metri) merita il Nobel per l’Economia.

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