Il mondo delle Gallerie d’Arte

Se le case d’asta giocano, ormai, un ruolo fondamentale per l’andamento del Sistema e del mercato dell’arte contemporanea, le Gallerie d’arte rimangono il punto di riferimento principale per il collezionista o l’appassionato d’arte intenzionato ad acquistare delle opere.  Conoscere il loro mondo, fortemente gerarchizzato, è quindi importante per tutti coloro che si avvicinano al collezionismo, perché permette di comprendere in modo più profondo le dinamiche che animano il Sistema del’arte contemporanea.

Per prima cosa è utile ribadire che le Gallerie possono essere attive sul mercato primario oppure solo su quello secondario. Molto più spesso, però, navigano in entrambe queste realtà, affiancando ai talenti emergenti o alle nuove opere di artisti ormai affermati la “rivendita” di opere già presenti da tempo sul mercato. Questo per rafforzare il proprio catalogo, attrarre più clienti e dare forza alla propria immagine.

La suddivisione tra Gallerista primario e secondario ci permette, però, una visione solo parziale di questo importante settore del Sistema dell’arte contemporanea. Più utile, per capirne la struttura, è fare una segmentazione che tenga in considerazione almeno altri due criteri: quello economico (fascia molto alta, alta, media e bassa) e quello geografico (mercato internazionale, nazionale e locale). Solo in questo modo, infatti, è possibile capire come il mondo delle Gallerie abbia una struttura piramidale, dove al vertice si trovano poche realtà, ricche e potenti, in grado di dettare i trend del collezionismo internazionale e, alla base, una serie “infinita” di piccole gallerie d’arte che, molto spesso, faticano a sbarcare il lunario. Si tratta di gallerie che operano nelle fasce più basse del mercato e che hanno un raggio d’azione poco più che locale.

Per rendere più chiaro questo panorama, prendiamo a riferimento la “classificazione” proposta da Donald Thompson nel suo libro Lo squalo da 12 milioni di dollari che, tra i tanti disponibili, è probabilmente uno dei più chiari e divertenti da leggere. Le gallerie che operano nella fasce più alte del mercato rappresentano circa il 3% di questo mondo e hanno fatturati annui che vanno dai 25milioni di euro in su. Sono quelle che Thompson chiama Gallerie di Brand, caratterizzate da un’ampia disponibilità economica, alleanze strategiche con altri mercanti, strette collaborazioni con critici e direttori di musei influenti, oltre ad avere ottimi contatti con i maggiori collezionisti internazionali che molto spesso si fidano ciecamente dei loro consigli. Presenti nelle principali capitali dell’arte (New York, Londra, Berlino, Parigi, Roma ecc.) e, talvolta, con sedi in più Paesi, questi galleristi di brand sono i veri guardiani del mercato dell’arte che fa notizia; gallerie in grado di influenzare, con le loro scelte (supportate da abili strategie di marketing), il mondo dell’arte contemporanea. Stiamo parlando di gallerie come Larry Gagosian, White Cube, Lisson Gallery, PaceWildenstein o Gladstone, tanto per fare degli esempi noti un po’ a tutti. La loro strategia economica è, in linea di massima, quella del controllo monopolistico o, più spesso, oligopolistico della produzione degli artisti di maggior successo che rappresentano, all’incirca, l’1% del totale degli artisti contemporanei esistenti. Questa strategia determina una difesa rigida dei prezzi, spesso molto alti sin dall’inizio.

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La sede della Galleria White Cube di Jay Jopling che segue vari artisti di fama internazionale tra i quali Damien Hirst, Tracey Emin e Marc Quinn.

Al di sotto delle Gallerie di Brand, una ventina in tutto il mondo, Donald Thompson colloca poi le cosiddette Gallerie Tradizionali, meno potenti e con meno disponibilità economiche, ma non per questo meno importanti: svolgono una fondamentale attività di scouting, individuando gli artisti che, potenzialmente, potrebbero avere un buon successo, li promuovono tra i collezionisti (principalmente a livello nazionale e locale), i critici e i curatori dei musei, organizzano mostre periodiche dei loro lavori e, in caso di riscontri positivi da parte del mercato, li portano nelle fiere d’arte minori e, col tempo, li promuovono anche attraverso gallerie tradizionali loro partner, ma attive in altri centri. Usando un parallelo calcistico, potremmo dire che nel loro insieme le Gallerie Tradizionali rappresentano il “vivaio” del Sistema dell’Arte contemporanea e, cosa fondamentale, è qui che i collezionisti più seri fanno i loro acquisti. Insomma, rappresentano il trampolino di lancio per la carriera di coloro che stanno per diventare i cosiddetti Talenti Emergenti. Un percorso, peraltro, non facile. Basti pensare che su 5 artisti individuati da una Galleria Tradizionale come potenzialmente di successo, 2 non saranno più seguiti da questa già dopo cinque anni dalla prima mostra, 2 raggiungeranno un successo molto limitato e solo 1, solitamente, riesce a “sfondare”.

Proprio per queste sue caratteristiche, l’apertura di una Galleria Tradizionale comporta, normalmente, un forte investimento iniziale, tanto che 4 gallerie di arte contemporanea su 5 falliscono entro cinque anni e, ogni anno, chiude il 10% delle gallerie affermate da oltre cinque anni.Anche per questo, la strategia di guadagno del gallerista tradizionale si basa, quasi sempre, sull’acquisire in conto vendita il maggior numero possibile di opere, così da perdere poco sugli artisti emergenti e guadagnare attraverso la vendita di nuovi lavori di artisti affermati, magari operando nel mercato secondario. Le Gallerie Tradizionali, generalmente, hanno sede nelle stesse città dove è possibile trovare le Gallerie di Brand e questo per un motivo molto semplice: è qui che il mercato gira maggiormente e dove i collezionisti sono abituati a fare i loro acquisti. Questo non vuol dire che non si possa aprire una buona gallerie in un centro minore, ma certamente avrà vita più difficile anche se oggi, forse, questo è un po’ meno vero, se si tiene presente che una Galleria realizza all’interno della propria sede solo il 44% delle vendite, mentre il 56% avviene attraverso altri canali: in fiera (36%); online (8%); privatamente (8%) o all’asta (4%).

In Italia tra le Gallerie Tradizionali più attente alle ultime tendenze internazionali si possono ricordare: a Roma la galleria di Gian Enzo Sperone, a Milano Christian Stein, Giò Marconi, Massimo De Carlo, Francesca Kaufmann, Guenzani, Emi Fontana, Raffaella Cortese, Monica De Cardenas, Marella Arte; a Torino e nell’area piemontese Tucci Russo, Giorgio Persano, il Castello di Rivara, Franco Noero, Guido Costa Projects. A Napoli Alfonso Artico, Lia Rumma (con sede anche a Milano), Studio Trisorio. A Brescia Massimo Minini e a San Gimignano la Galleria Continua.

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La Galleria Gio’ Marconi a Milano

Scendendol ancora di un gradino nella piramide del commercio artistico, nella “classificazione” di Thompson troviamo le Gallerie Commerciali che, normalmente, rappresentano artisti che non hanno attirato l’attenzione dei galleristi tradizionali o che non sono ancora pronti per il “salto di qualità”. Al di sotto di queste si collocano, poi, le Cooperative di Artisti e le Gallerie Negozio. Queste ultime sono strutture commerciali che affittano le loro stanze per mostre personali o collettive di giovani artisti in cerca di visibilità, oppure ad artisti che non hanno avuto successo e che non saprebbero, altrimenti, dove esporre. Gallerie Commerciali, Cooperative e Gallerie Negozio, normalmente, non ricevono recensioni e vendono molto poco situandosi nella fascia più bassa della piramide, rappresentando però, a livello internazionale circa il 40% di questo modo, con fatturati annui al di sotto dei 500mila euro.

Oltre che fortemente gerarchizzato, il mondo delle Gallerie d’Arte è quindi anche una realtà estremamente selettiva che, a livello internazionale, ha complessivamente un giro d’affari di 22.2 miliardi di euro con la fascia alta che, di anno in anno, guadagna sempre di più (nel 2012 è stato registrato un incremento medio di fatturato del 55%); e quella bassa che perde costantemente terreno: -17% tra 2011 e 2012. Questo ci fa capire come mai sulle riviste e sui quotidiani si senta parlare sempre degli stessi artisti rappresentati dalle solite gallerie: al di là della qualità artistica è, infatti, il gallerista che molto spesso fa la differenza e che determina il successo o meno di un artista. Promuovere il lavoro di un giovane talento, d’altronde, richiede ingenti somme di denaro che una piccola galleria di provincia non ha: oltre il 76% delle Gallerie attive nel mondo, d’altronde, si colloca nella fascia bassa e molto bassa del mercato. Ma tutto questo ci fa anche capire come mai, girellando tra le varie fiere d’arte minori (e non solo) si abbia spesso la sensazione di vedere un po’ sempre le stesse cose. Una dinamica che accomuna il Sistema dell’Arte contemporanea e il mondo della moda, dove le grandi griffe decidono le linee e i colori e gli altri, nella maggioranza dei casi, si adeguano, sperando di vivere di “luce riflessa”.

17 Commenti

  • Massimo Gurciullo ha detto:

    infatti le vere novità si trovano spesso non nei templi fittizi delle grandi fiere (sempre più noiose…) e grandi gallerie,ma nella profonda provincia,dove piccolissime gallerie fanno un lavoro molto importante che spesso non viene riconosciuto da nessuno.

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      E’ proprio vero, e per questo sarebbe fondamentale avere un maggior collegamento tra la provincia e i centri dell’arte, magari con un modello simile ai FRAC francesi. Delle strutture in grado di far emergere la miglior produzione. Come, a mio avviso, sarebbe bello che qualche fiera (magari quelle che si autodefiniscono “alternative” come SetUp o TheOthers), sull’esempio di quanto già fa la Milan Image Art Fair avesse una sezione dedicata alle “nuove proposte”: artisti non ancora seguiti da gallerie ma che hanno tutte le qualità per meritarsi uno spazio nel Sistema dell’Arte.

  • Daniele Taddei taddei daniele ha detto:

    Buongiorno, non potevo rimanere fuori da questa intrigante discussione!!!
    Oramai ci conosciamo, seppur via mail, pertanto quello che espongo potrebbe uscire dai “rituali”: è corretta l’analisi sulla segmentazione, livelli che ho già espresso alla Bonan in un’altra discussione, parafrasando il sistema arte ad una montagna di 8.000.
    A mio avviso la “scalata” vede partecipi più contendenti ma ciascuno, come del resto ogni collezionista, si pone il proprio traguardo che alla fine oltre all’aspetto finanziario coinvolge un insieme di fattori che toccano la sfera personale e professionale.
    Segmentando quella montagna ci troviamo davanti ad un 50% di “scalatori” che si fermano ai 3.000 metri, il 20% si colloca tra i 3.000 e i 5.000, il 15% da 5.000 ai 7.000, il 10% dai 7.000 agli 8.000 e solo un 5% va oltre gli 8.000.
    Va di seguito che in questa raffigurazione possiamo trovare le percentuali dei collezionisti che si muovono sul mercato, principalmente nelle aste e nelle gallerie.
    E’ come sempre puntuale l’analisi sul sistema gallerie da lei esposta, ma mio avviso mentre condivido pienamente ciò che si muove in campo internazionale che conosco solo di nome, su quello nazionale farei dei distinguo, non solo per la “grandezza” della galleria, ma anche per una serie di motivi che sono insiti nella storia dell’Arte Moderna italiana, come ben sa non amo molto il termine contemporaneo!!!
    Quando parliamo di gallerie tradizionali non dobbiamo dimenticarci della figura del gallerista o dei galleristi, protagonisti che hanno mutato pelle negli ultimi 30 anni condizionati da fattori esterni, cosiddetti socio economici, e fattori interni al sistema arte che non facevano intravedere nuove opportunità.
    Se si pensa bene l’ultimo movimento artistico italiano si riconduce al POSTMODERNO della fine degli anni ’70 ivi compreso il “fenomeno” della TRASAVANGUARDIA.
    Da quella data anche l’offerta artistica italiana non ha prodotto significativi protagonisti, forse qualcuno li troviamo nel modella della NUOVA FIGURAZIONE dove gli autori hanno tra i 40 e i 50 anni.
    E’ pur vero che la galleria “storica” rimane un preciso punto di riferimento per il collezionista, ma secondo me al giorno d’oggi nell’80% dei casi i collezionisti per i loro acquisti si sono rivolti alle case d’asta, tanto è vero che alcune gallerie sono diventate a loro volta casa d’aste!!!
    E poi diciamola tutta, oggi attraverso internet possiamo vedere ogni giorno migliaia e migliaia di opere che si muovono sul mercato e per il collezionista è davvero una opportunità perché quanto meno te l’aspetti ecco in asta l’opera “datata” di quell’autore che cercavi da tempo!!!
    Come sempre queste discussioni non trovano mai la fine, ci vorrebbe un seminario di studi dove si possono incontrare e confrontare tutti gli attori di questo mondo meraviglioso. Daniele

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Quello che dice è giustissimo. Una cosa che forse non ho detto nell’articolo, infatti, è che questo mondo delle Gallerie (fatta eccezione per quelle che navigano nelle fasce più alte del mercato) è decisamente in crisi, proprio a causa di una globalizzazione che, per prima cosa, ha ampliato a dismisura i canali a disposizione di un collezionista per vedere e acquistare arte. Non solo: l’offerta, a livello internazionale, è cresciuta esponenzialmente e le gallerie, molto spesso, hanno abdicato, divenendo sempre più strutture meramente commerciali e lasciandosi alle spalle quel ruolo di centri di diffusione e confronto culturale di cui parlava anche Bonora nell’intervista che ho pubblicato martedì. E questo è un peccato, perché sarebbe molto utile, specie in Italia, per riavvicinare il pubblico all’arte. Per quanto riguarda l’offerta italiana, è vero che il nostro Paese sembra non riuscire più a sfornare dei nomi significativi ma temo che questo sia dovuto, in primo luogo, ad un indebolimento del ruolo del critico, sempre più assente dalla testate (non solo di settore), a favore della figura del Curatore che, per quanto rispettabilissima, fa un altro mestiere. Ma di questo parlerò la prossima settimana. Buona giornata. Nicola

    • paola biadetti ha detto:

      Caro Daniele Taddei,come sempre un’analisi la tua che rispecchia la realtà, Pasolini sulla globalizzazione ha avuto le sue perplessità della sua riuscita,diciamo pure una negazione.E il tempo gli sta dando ragione, la globalizzazione nuoce all’arte ed ai suoi attori. L’arte è come mi insegni tu per persone che l’amano,la rispettano e la promuovono.I curatori sono importanti ma non quanto gli artisti protagonisti di ogni qualsivoglia evento.I critici usano “parole” alcune volte belle ma solo per artisti paganti oppure come già commentato sul questo blog vivono di ripicche.E così chi ci rimette e sempre l’artista, ultima pedina in questa scacchiera che guadagna in senso economico qualcosa.Allora succede, anche che, spoletofestivalart vuole sfidare tutto ciò ed io sono ci sono.PB

  • Massimo Gurciullo ha detto:

    Nota dolente Nicola quella del curatore.E’ palese che in questi ultimi tempi in Italia e non solo sembra che il nuovo mantra sia questo : “se non sei Cattelan o Koons il curatore della tua mostra è più importante di te che sei l’artista”. Questa mi sembra una vera aberrazione culturale mancante del più minuscolo spirito critico.

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Molto dolente, anche perché il critico (specie se militante), a differenza del curatore, ha sempre avuto un ruolo fondamentale di guida e di valorizzazione culturale dell’arte. E questo sia nei confronti degli appassionati e dei collezionisti, ma anche degli stessi artisti che potevano trarre molte indicazioni utili da recensioni che mettevano in evidenza sia le qualità che i difetti del loro lavoro. Oggi tutto questo non esiste e le recensioni (quando ci sono), nella maggioranza dei casi sono prezzolate e, quindi, sempre positive e spesso insipide. Per non parlare dei comunicati stampa scritti direttamente dai curatori e dove raramente si capisce dove vogliono andare a parare, con il risultato di una comunicazione dell’arte che ha più il sapore dell’esercizio di stile che non quello del messaggio fatto per avvicinare il pubblico.

      • Gino Fienga ha detto:

        Nicola, purtroppo i critici sono diventati delle prime donne pronte a prostituirsi al miglior offerente e di fare cultura non gliene frega un bel niente. La gente lo sta capendo e per questo si sta allontanando anche dalle riviste.
        Ma le gallerie sono altrettanto colpevoli: colpevoli di aver venduto troppo fumo per troppo tempo e adesso ne stanno subendo le conseguenze; ma credo sia troppo tardi per rimediare e forse è giusto così.
        Il ‘sistema’ deve cambiare radicalmente e il cambiamento comincia proprio da questa crisi.

        • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

          Speriamo… in Italia non siamo molto bravi a cogliere le occasioni che anche le crisi sanno offrire. Speriamo bene. La cosa che mi fa ben sperare è che almeno i giovani galleristi sembrano aver capito la situazione e stanno cercando di cambiare un po’ le cose anche se la loro vita è decisamente in salita vista la mancanza di fondi.

          • Gino Fienga ha detto:

            Si, è proprio vero che non siamo in grado di cogliere le occasioni.
            Personalmente continuo a dire a tutti che bisogna fare rete, che bisogna studiare nuovi modelli, che bisogna unirsi per ‘affrontare’ i mercati esteri, ma trovo davvero pochi riscontri.
            Per quanto riguarda il problema della ‘mancanza di fondi’ credo che sia un modo un po’ ‘vecchio stile’ di affrontare la situazione. I fondi ci sono, bisogna solo saperli cercare ed essere capaci di attrarli. Se hai un buon progetto, il finanziatore si trova…

          • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

            Concordo con te. Una cosa che tanti giovani galleristi lamentano, infatti, è proprio la troppa divisione interna che caratterizza il nostro Sistema dell’Arte in cui ognuno punta solo a coltivare il proprio orticello senza rendersi conto che, in questo modo, non potrà che inaridirsi nel tempo. Muoversi come Sistema sarebbe fondamentale per andare all’estero e questo vale per l’arte come per altri settori economici, ma anche su questo fronte siamo drammaticamente in ritardo. Sui fondi che dire… anche qui ci vorrebbe forse un po’ di formazione in più: sfrortunatamente molti dei nostri operatori sono abbastanza improvvisati e, almeno per quello che ho potuto constatare, non hanno proprio la cultura per cercare dei finanziatori o per sfruttare le opportunità che, ad esempio, offrono nuovi canali di finanziamento come il Crowdfunding.

  • Daniele Taddei taddei daniele ha detto:

    Ci siamo dimenticati delle scuole artistiche, delle accademie di belle arti, un tempo erano luoghi non solo di insegnamento con docenti di altissimo livello, addirittura artisti fondatori di avanguardie, di movimenti, ma anche di ricerca e sperimentazione oltre al confronto (alcune volte scontro) diretto con tutto il mondo culturale, sociale, economico e politico. Oggi cosa offrono queste istituzioni per modificare, favorire o quantomeno contribuire ad una rinascita della nostra arte???
    Se poi parliamo di “critica” o di “storia” perché non dobbiamo dimenticare che i grandi studiosi del passato non si limitavano a recensire o presentare l’artista di turno al vernissage, questi accompagnavano e prendevano per mano l’artista e con lui condividevano tutto, sia aspetti tecnici che fattori esterni.
    I nomi da elencare sarebbero molti e tutti hanno lasciato un ricordo vivo nel “sistema arte” tanto da essere in molte occasioni presi come esempio o spesso oggetto di consultazioni.
    Chi ha incominciato a “raccogliere” l’arte moderna dagli inizi degli anni ’80 come il sottoscritto è passato per forza sotto il vecchio regime delle gallerie dove non era il “raccoglitore” a decidere ma il gallerista ad imporre. A lungo andare dal primo “battesimo” si sono succeduti altri galleristi, magari maggiori per il livello degli artisti proposti e per i linguaggi trattati. Certamente con il passare del tempo ed il fenomeno della globalità, molte cose sono cambiate ed il “raccoglitore” diventando collezionista si è rivolto alla “grande distribuzione” legata al sistema delle aste.
    Nella “grande distribuzione” certamente non si trova tutto, ma sicuramente opere interessanti di fascia medio alta le si può trovare, logicamente accompagnati da tutte le accortezze che nel mercato non sono mai del tutto sufficienti.
    Un altro spunto. La nostra nazione è ancora l’unica che fa distinzione sui supporti tecnici, mi spiego meglio; un’opera pregevole su carta per datazione, pensiero, significato costa la metà di un’ opera dello stesso autore realizzata su tela, o magari ad olio, anche se di minore fattura.
    Proprio per questo è nato anche un collezionismo su “carta”, sicuramente il più vivo e vero dei supporti come dicevano alcuni grandi autori.
    A presto, Daniele

  • antonino Gambino ha detto:

    Entro in punta di piedi in questa discussione molto intrigante e complessa, che come ha detto Daniele non sarebbe sufficiente nemmeno un seminario per addivenire ad una soluzione. L’analisi di Nicola è sempre puntuale e precisa, del resto come studioso della materia non potrebbe essere diversamente, io dico e sottolineo, paragonando la crisi dell’arte alla crisi politica di oggi, ci meritiamo tutto questo. Infatti con il nostro voto mandiamo a rappresentarci gente con il solo interesse di fare i propri affari affossando il popolo, siamo sempre noi, che ci siamo venduti ai critici e ai galleristi, responsabili o correi della crisi del mondo dell’arte. Quindi concludo dicendo recitiamo un mea culpa e facciamo un passo indietro con autocritica.

  • Franco ha detto:

    …………………..che nostalgia….. dei libri di storia delle scuole medie ove venivano esposte le fotografie sgranate dei dipinti rupestri degli ” uomini” che stavano incominciando a sganciarsi dalla condizione di “bestialità” . Quelle rappresentazioni erano il soddisfacimento del bisogno di visualizzare il piacere della caccia , di essere sopravvissuti ad una battaglia, di aver trovato del cibo, esprimere il rispetto o la paura di elementi naturali….e ora noi chiamiamo quei pittogrammi, arte . Vuol dire riconoscere che l’arte soddisfa un bisogno di comunicazione personale e individuale…. il bisogno dell’artista. Si può così passare dai pittogrammi alla figurazione rinascimentale al cubismo e all’impressionismo più spinto definendo artistica ogni rappresentazione che sia una elaborazione del pensiero del “bisogno” dell’artista”. Tanto più è primordiale, il bisogno, diventa motore delle più svariate menti o idee del ” critico dell’arte”.
    Si arriva a dire che ogni individuo del genere umano è capace di generare “arte”, e questa è una verità assoluta.
    Ma allora perchè solo alcune opere d’arte assumono un valore?
    La serie di articoli che letto in questo blog ben evidenziano come l’atto artistico diventa bene economico e commerciabile IN UNA AZIONE di MARKETING e non per una propria caratteristica intrinseca : essere bello, colorato, flessuoso, luminoso, coinvolgente, tecnicamente corretto, traduttore delle aspettative individuali o di parti della società, contestatore ecc. ..
    Perchè allora stupirsi se il critico d’arte è il più grande operatore di Marketing dell’ambiente artistico, egli vende visibilità all’artista assegnando alle opere schemi interpretativi a volte ovvi e a volte assolutamente incomprensibili e contradditori che trasformano la percezione dell’opera .
    Un esempio:
    un orinatoio collocato in un contesto diverso da quello in cui si trova solitamente può essere considerato un’opera d’arte per uno o più di uno dei seguenti motivi?
    1. ha una forma che combinandosi con l’ambiente circostante ne modifica sostanzialmente la percezione
    2. ha un uso e funzione non adeguata all’ambiente in cui è immesso
    3. la sua immagine o presenza stimola ricordi di sollievo fisiologico
    4. la sua immagine o presenza stimola ricorda sgradevoli percezioni olfattive
    5. la sua immagine o presenza stimola un senso di vergogna e pudore
    6. la sua immagine funziona come metafora dell’ambiente circostante (l’esposizione è un ambiente ove minzionare)
    7. la sua immagine è una metafora della società che non ha rispetto delle espressioni artistiche

    La risposta , è ovvia… tutti i punti (e forse anche altri) contribuiscono a definire i bisogni espressi dell’opera.
    Ma un orinatoio può essere acquistato per pochi euro da chiunque e decontestualizzato da ognuno di noi, Perchè allora quell’orinatoio che ha fatto una estemporanea presenza in una esposizione assume un grandissimo valore?
    In realtà un prodotto industriale è indistinguibile da un altro della stessa serie, e il valore dell’opera d’arte creata con quell’oggetto non dipende dall’oggetto ma dalla idea che si ha dell’oggetto.
    Quindi , l’orinatoio usato nell’opera d’arte non ha più valore dell’immagine fotografica dello stesso.
    Ma sicuramente qualche collezionista lo ha acquistato o lo acquisterebbe per cifre elevate.
    Allora il collezionista è stato truffato?
    Probabilmente no! Il sistema del mercato dell’arte crea delle condizioni per cui quel pezzo di serie industriale diventa unico e irripetibile : è bollato con i numeri e la data dell’esposizione che lo visto diventare un’opera d’arte.
    E’ certo che chi acquista questo tipo di opere deve assicurarsi che tali timbri o scritte non siano rimovibili, perchè hanno di fatto acquistato una idea che tutti possono riprodurre senza difficoltà con qualche decina di euro. (eppure Fontana quanti “tagli ” ha fatto?)
    Poi altre domande potrebbero sorgere sullo stesso oggetto d’arte:
    • quale valore dare alle opere simili dello stesso artista?
    • quale valore dare alle opere simili di artisti diversi?

    ma il discorso si allungherebbe troppo.

  • Entro in ritardo nel dibattito, ma l’argomento mi sollecita ad intervenire sulle piccole gallerie che io chiamerei“territoriali”.
    Intendo quelle gallerie che sono nei piccoli centri che, per la loro importanza storico-culturale, sono frequentati da un numero più vasto dei propri abitanti.
    Chiamo queste gallerie “territoriali”. Possono interessare zone limitrofe al Comune dove sono insediate, o addirittura Regioni limitrofe.
    Ma quale ruolo possono avere tali gallerie per sopravvivere?
    Io credo in una loro vocazione di trasmettitori della cultura.
    In territori dove l’attenzione all’arte è molto significativa ma dove i riferimenti materiali (compresi gli spazi) di dibattito o di conoscenza dell’arte non sono molto sviluppati, a parte i musei, la piccola galleria può acquisire un ruolo importante, in quanto fornitrice di un “servizio” che, al contrario, in una grande città dove ruota il sistema arte elevato non viene richiesto dal mercato. Quando parlo di sede di dibattito e di conoscenza, mi riferisco a quella categoria di gallerie che agiscono sul primario, ma senza dimenticare il secondario. Infatti quest’ultimo può fornire l’occasione per mostrare artisti di lungo corso che sono poco rappresentati anche nei musei e molte volte fuori del mercato che conta, pur essendo validi. Sono artisti protagonisti non secondari dell’arte moderna e contemporanea.
    La classificazione che Maggi ha fatto del sistema arte mi convince, ma come ogni schema non può comprendere tutte le sfumature. Potremmo chiamarle, come nelle produzioni, nicchie, quelle dove una galleria può collocarsi, riuscendo non solo a vivere ma offrire qualcosa all’arte ed al territorio. Qualcosa che non è possibile avere nei segmenti alti del mercato.

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Gent.le Pierfrancesco, ha ragione, gli schemi non riescono a cogliere tutte le sfumature, anche perché quelli che ho proposto fanno riferimento alla realtà internazionale e non prettamente italiana e, quindi, comprendono categorie ampie, che non danno voce a quelle particolarità a cui lei fa riferimento. Al di là di questo, però, lei solleva una questione estremamente delicata ed importante: quella delle gallerie “Territoriali” o, come lo ho chiamate in un altro post, “Locali”. Oggi, queste raltà sono fortemente penalizzate da un Sistema nazionale dell’Arte estremamente frammentato in cui, troppo spesso, hanno voce solo gli operatori più “blasonati”, quando, invece, le gallerie territoriali ricoprono un ruolo fondamentale, assolutamente da valorizzare: quello di veri e propri talent scout. Basta fare un giro per le Fiere d’arte per rendersene conto: se l’offerta proposta negli appuntamenti principali (Artissima, Arte Fiera) è abbastanza omologata al gusto “internazionale”, nelle fiere “indipendenti”, dove si trovano molte reltà locali, le opere proposte presentano un panorama artistico italiano ben più vivace e ricco. Le gallerie locali, quindi, potrebbero (e dovrebbero), in prospettiva futura, avere un ruolo importante per il rilancio del Sistema dell’arte del nostro Paese, in particore vista la mancanza di strutture che monitorino la produzione artistica della provincia, portando all’attenzione del pubblico talenti che, altrimenti, rimarrebbero nell’ombra. Quello che manca è il passaggio successivo: portare il meglio di questa produzione nei centri nevralgici del sistema, ossia nelle grandi città. Occorrerebbe un maggior raccordo tra i vari operatori di settore, un maggior dialogo e una maggior collaborazione. Questa ancora non esiste, o è solo minima, ma un dialogo tra centro e periferia credo sia ormai urgente per dare una rinfrescata a questo mondo. E su questo tema, forse, ci vorrebbe anche una maggior presenza da parte dell’Associazione delle Gallerie di Arte Moderna e Contemporanea, la cui politica, spesso, mi sembra debole se non addirittura latitante.
      Tutto ciò, ovviamente, in aggiunta a quando dice lei circa il ruolo importantissimo che le gallerie locali hanno come poli di diffusione della cultura e dell’arte contemporanea.

  • Daniele Taddei taddei daniele ha detto:

    Ritorno sulla discussione dopo l’intervento di Pierfrancesco. Parlando sempre in ambito italiano, quello nostro e a me particolarmente caro, mi piacerebbe ritornare sul ruolo strategico che potrebbe avere in un’ottica di collezionismo, quindi di proposta e condivisione, il ruolo delle gallerie locali o territoriali. Sia per “missione” che per “sopravvivenza” queste debbono operare in maniera “culturale” nel senso che diventino precisi punti di riferimento di giovani emergenti e di riscoperta di quegli autori destinati al dimenticatoio. In molte città di provincia esistono gli Istituti d’arte, le Accademie di Belle Arti e le Università con corsi d’arte moderna e contemporanea. Ecco da una stretta sinergia tra questi attori e la galleria locale potrebbe nascere delle sinergie e sicuramente delle opportunità per quegli artisti esordienti che diversamente non avrebbero potuto esporre i loro lavori. Queste gallerie che comunque debbono sopravvivere dovrebbero allacciare collaborazioni con gallerie maggiori che hanno possibilità strutturali e finanziarie per valorizzare gli eventuali talenti. Una sorta di “vivaio” in termini calcistici, dove la squadra di serie A (la galleria affermata) segue da vicino cosa succede in periferia, partecipando magari economicamente, al reclutamento di giovani talenti. Questa ipotetica collaborazione fa si che anche la galleria “locale” possa avere dei vantaggi, tenuto conto che in veste di intermediario può soddisfare l’esigenza del collezionista maturo del territorio potendo contare su una consulenza più qualificata, riconosciuta e con vasta gamma di offerta (la galleria di serie A)
    Culturalmente è anche importante recuperare, salvaguardare e promuovere quegli artisti che hanno fatto la storia locale, protagonisti della scena artistica che hanno dato molto a diffondere l’arte, senza magari aver poco o nulla in cambio. Sicuramente questa azione interessa marginalmente la grande galleria più propensa ad investire sul nuovo, ma la galleria locale verrebbe identificata e sicuramente tenuta in considerazione per altre eventuali acquisizioni.
    Credo che dopo aver visto un rinnovato e cresciuto interesse sul mercato seguendo le proposte delle casa d’asta, dove si stanno avvicinando al sistema nuovi collezionisti, la galleria locale o territoriale potrebbe giocare un ruolo fondamentale: quello di “accompagnare” l’acquirente nella scelta dell’opera!!!
    Per far questo però la galleria di provincia non può essere di carattere “commerciale”, magari vendendo grafiche modaiole o peggio ancora cornici ed oggettistica, questa dovrà essere gestita con passione, determinazione, credo, studio e professionalità, sicuramente gli ingredienti più sani per raggiungere gli obiettivi prefissati. Daniele

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