Il regime IVA nelle compravendite di oggetti d’arte

Al fine di evitare la doppia tassazione su beni per i quali il rivenditore non ha potuto portare in detrazione l’IVA, il DL 23.2.95 n. 41 (conv. L. 22.3.95 n. 85) ha recepito la direttiva 14.2.94 n. 94/5/CE (c.d. VII direttiva CEE) ed ha introdotto nel nostro sistema fiscale un regime speciale di applicazione dell’IVA per il commercio di beni mobili usati, degli oggetti d’arte, di antiquariato o da collezione, acquistati presso privati in Italia o in altro Stato membro.
Con questo regime l’IVA viene calcolata sulla differenza tra il prezzo di vendita dei beni e quello di acquisto maggiorato dei costi accessori di riparazione, pertanto la base imponibile sulla quale va applicata l’aliquota IVA prevista per la cessione del bene non è determinata come normalmente avviene per le altre cessioni, sull’intero prezzo di vendita, ma solo sull’utile (il margine appunto) che risulta a favore del cedente dopo la rivendita del bene sul quale l’IVA era già stata scontata in via definitiva.

Sommario:
1. Premessa – 2. Requisiti soggettivi ed oggettivi per l’applicazione del “regime del margine” – 3. Metodi di calcolo del margine – 4. Il “regime del margine” nelle compravendite di oggetti d’arte

 

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    4 Commenti

    • Giorgio Falossi ha detto:

      E’ una delle tante trovate dei nostri politici come al solito incapaci di valorizzare l’arte e capaci di salvare solo se stessi.

      • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

        Gent.le Giorgio, la sensazione è proprio quella. Prossimamente torneremo sull’argomento per approfondirlo e capire come mai il nostro Paese adotti un metodo, mi passi il termine, così contorto quando potrebbe applicare un’iva più bassa come avviene in Germania (7%). Se non per tutte le fasce di mercato potrebbe essere fatto almeno per quelle dove si muovono i “talenti emergenti”, così da dare una spinta ai giovani e a coloro che sono all’inzio della carriera. Ma fino a quando l’arte sarà vista solo come un lusso per pochi eletti e non come uno strumento di crescita sociale e culturale a disposizione del Paese, temo che non cambierà molto.
        Buona giornata
        Nicola Maggi

    • Gentile Nicola Maggi, sono appena “incappato” nella sua serie di articoli dedicati al collezionismo in fotografia, e li trovo di estrema utilità per chi cerca come me informazioni attendibili ( a tal proposito ringrazio il lettore che ha corretto un paio di refusi in un articolo analogo).

      Ho inaugurato la mia prima esposizione da due giorni, e ho ricevuto alcune richieste di acquisto per copie di foto esposte.
      Non volendo assolutamente svendere la mia passione sono orientato verso la “serie limitata”.
      1ª domanda: si deve decidere a priori, anticipatamente, che ci saranno solo x numero di riproduzioni numerate e firmate?

      2ª domanda: le foto utilizzate per l’esposizione come vengono nominate? Prove d’artista, copia per esposizione o altro?

      3º: quale sarebbe il loro destino a fine esposizione?

      4ª domanda: essendo il file originale digitale, e non un negativo analogico, c’é una qualche differenza di “valore” e “unicità” della foto stampata?

      Ultima domanda: se ho ben capito la fatturazione dell’opera riguarda il reale guadagno dell’autore, quindi si deve escludere il costo della stampa e del supporto: ho capito esattamente?

      Mi scuso per la lista di quesiti ma ne approfitto in quanto il sito sembra competente e utile.
      Ringrazio in anticipo,
      MS

      • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

        Gent.le Marco,

        cerco di risponderle nel modo più sintetico e chiaro possibile.

        1) Dichiare anticipatamente l’entità di un’edizione è la strada più corretta. Questo non vuol dire che tutti gli esemplari debbano essere stampati nello stesso momento. Può tranquillamente decidere di stamparli via via, a seconda della domanda del mercato, numerandoli di conseguenza. Un cosiglio che ci tengo a darle, seguendo la lezione di Fabio Castelli, uno dei maggiori collezionisti di fotografia del nostro Paese e patron della Milan Image Art fair, è di non fare edizioni diverse di una stessa foto giustificando la scelta con la variazione delle dimensioni si stampa. A prescindere dalle dimensioni, infatti, è bene che tutti gli esemplari facciano parte di un’unica edizione, così da non generare confusione nel collezionista. Ovviamente a dimensioni diverse corrisponderanno prezzi diversi.

        2) Direi che non hanno un nome specifico. La prova d’artista, che nasce nell’ambito della grafica, normalemnte è una stampa che si tiene l’autore o che viene donata ad un collaboratore come segno di riconoscenza. In una mostra un fotografo è libero di scegliere cosa esporre: una p.d.a. o un esemplare della tiratura. Non è richiesta una stampa ad hoc.

        3) Non so dove si tiene la sua mostra ma, di fatto, dipende da lei. Le opere vendute andranno consegnate al collezionista e quelle invendute o rimangono in suo possesso o, a seconda degli accordi, presso il gallerista che la segue e che le manterrà in vendita presso il proprio spazio. In qualunque caso vanno coservate con cura in attesa di un compratore o della prossima mostra.

        4) Per quanto riguarda l’unicità, il fatto che si tratti di un file digitale o di un negativo non cambia molto. La garanzia sta nella serietà dell’artista: se di una foto ha deciso di stampare un’edizione di 10 esemplari è bene che sia così e lo stesso vale se ha deciso di fare di uno scatto un esemplare unico. Per quanto riguarda il valore economico dell’opera, anche in questo caso non ci sono differenze. Ormai il digitale è stato sdoganato a tutti gli effetti nel mercato dell’arte.

        5) Anche in questo caso dipende se è lei a vendere direttamente l’opera o se lo fa attraverso un intermediario (mercante o galleria). In quest’ultimo frangente ci saranno delle percentuali per il gallerista o il mercante. Comunque, per definire il prezzo di un’opera, sia essa fotografica o di altro genere, ci sono vari metodi. Quello più classico, che però non tiene conto delle spese di “produzione”, è quello basato sul coefficiente: il prezzo è determinato dalla somma della base e dell’altezza dell’opera (in millimetri), moltiplicata per il coefficiente. Quest’ultimo, normalmente è determinato dall’artista assieme al gallerista e, per un artista all’inizio della carriera, può variare, generalmente, tra 0,4 e 2. Le faccio un esempio. Mettiamo che voglia vendere una fotografia di 300×400 mm e che lei abbia un coefficiente 0,4. Il prezzo si calcolerà come segue: (300+400)x0,4=280 euro. Esistono poi delle formule differenti e che tengono conto dei costi di “produzione”. Nel caso le serva qualche esempio mi scriva pure.

        Per il momento spero di essere riuscito a chiarire, almento in parte, i suoi dubbi e che le mie risposte le possano essere in qualche modo utili.

        Cordiali saluti

        Nicola Maggi

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