Collezionare Fotografia: il Vintage

Nei primi anni Ottanta, il mercato delle fotografie di Ansel Adams fa registrare un crollo vertiginoso. Immagini che pochissimi anni prima si vendevano tra i 4000 e i 16000 dollari vedono il loro valore quasi dimezzarsi: sono gli effetti della recessione, l’offerta supera la domanda  e  il mercato si ferma. Oggi le opere del fotografo americano, come abbiamo visto parlando di Tiratura&Dimensioni, sono arrivate a valere attorno ai 100mila dollari nel caso di particolari stampe vintage della famosa Moonrise, Hernandez, New Mexico, scattata da Adams nel 1941 e stampata nel 1942. E’ l’effetto di un cambiamento nel mercato avvenuto negli anni Novanta e che ha visto un incremento di interesse, appunto, per le cosiddette stampe vintage che argina la stampa “senza regole” di nuovi esemplari dei lavori di artisti come Adams ma anche Andre Kertesz o Henri Cartier-Bresson. Ma cos’è questa parola magica che fa lievitare così tanto i prezzi?

Alle origini del termine Vintage

Con molta probabilità, durante la vostra vita, la parola vintage vi sarà apparsa davanti agli occhi nelle più svariate occasioni. Dal mondo della moda a quello della musica, infatti, questo termine è tra i più utilizzati (e abusati) degli ultimi decenni. Nato dal latino vindēmia, filtrato attraverso il  francese antico dove diventa vendenge, l’aggettivo vintage è stato coniato, in primo luogo, per indicare vini di particolare pregio diventando sinonimo dell’espressione d’annata. Dal mondo dell’enologia questo termine si è poi diffuso in tutti i campi possibili assumendo, di volta in volta, connotazioni specifiche. Nella moda, tanto per fare un esempio, con vintage si connota un capo di abbigliamento non classificabile come semplicemente “usato” ma d’epoca, di lusso o firmato (pensate agli occhiali anni Settanta tornati di moda ultimamente).

Il termine vintage da vino si è diffuso a vari settori. In primo luogo alla moda dove esistono addirittura guide per vestire, truccarsi e pettinarsi vintage.

Il termine vintage dal vino si è diffuso a vari settori. In primo luogo alla moda dove esistono addirittura guide per vestire, truccarsi e pettinarsi vintage.

Ma, a seconda delle mode e del settore, vintage diventano determinati oggetti che assurgono quasi a ruolo di icone e così lo potrebbe essere una Fender Stratocaster degli anni Sessanta o un pianoforte Rhodes autentico, così come un orologio Casio o un Commodore 64 degli anni Ottanta.  Dai negozi di usato à la page a eBay, vintage – come recita anche la definizione reperibile su Wikipedia, «è un attributo che definisce le qualità ed il valore di un oggetto prodotto almeno vent’anni prima del momento attuale e che può altresì essere riferito a secoli passati senza necessariamente essere circoscritto al Ventesimo secolo. Gli oggetti definiti vintage sono considerati oggetti di culto per differenti ragioni tra le quali le qualità superiori con cui sono stati prodotti, se confrontati ad altre produzioni precedenti o successive dello stesso manufatto, o per ragioni legate a motivi di cultura o costume».

E la fotografia? Come spesso accade nel mercato dell’arte, molte delle certezze che pensiamo di avere vivendo nel mondo “normale” si incrinano. Quando si parla di stampe vintage, infatti, non si intendono affatto foto d’epoca nell’accezione più comune di questa espressione…

Le Stampe Vintage

In un mercato dell’arte sempre affamato di pezzi unici e rarità, l’avvento di un medium come la fotografia che, idealmente, permette la creazione di opere riproducibili all’infinito, pone una sfida senza eguali. Una sfida che gli operatori del settore hanno affrontato, negli anni, introducendo limitazioni in grado di arginare rischi come, ad esempio, la svalutazione di una determinata opera dovuta ad un eccesso di offerta.  Per dirla con Walter Benjamin il mercato dell’arte cerca di “salvare” l’aura dell’opera d’arte e con essa, ovviamente, il suo valore economico. In una visione non dissimile da quella esposta dal critico tedesco, infatti, il mercato vede nella riproducibilità dell’opera d’arte la messa in crisi della stesso concetto di autenticità, legato all’unicità e all’irripetibilità dell’opera. Per questo, dopo la numerazione delle stampe e l’introduzione dell’edizione limitata, fa la sua comparsa il termine vintage che sta ad indicare, secondo la definizione più comunemente utilizzata, una «stampa eseguita dall’autore (o da un laboratorio sotto il controllo dell’autore) in un periodo non superiore ai due o tre anni dopo la data dello scatto dell’immagine stessa».

Egon Egone (1890-1958) Tuscan Cypresses, 1926, vintage, stampa ai sali d'argento, cm 34x25. Courtesy: Fabio Castelli

Egon Egone, Tuscan Cypresses, 1926, vintage, stampa ai sali d’argento,cm 34×25. Courtesy: Fabio Castelli

Anche se alcuni autori fanno salire questo tempo fino a cinque anni, vale sempre la regola secondo la quale più questo è breve, maggiore è il suo valore. Le stampe realizzate molto dopo lo creazione del negativo, anche realizzate dallo stesso autore, tendono ad avere un valore di mercato minore. Tutto ciò innesca un sistema premiante che predilige, dunque, alcune stampe di uno scatto rispetto ad altre, tutelando, così, in modo ancor più stringente, la rarità dell’opera. Non solo, in alcuni momenti, il vintage è stato interpretato quasi come sinonimo di autentico, in quanto questo concetto si basa sull’idea che essendo la stampa molto vicina al momento dello scatto, questa rispecchi maggiormente le intenzioni dell’artista. Non a caso, il loro valore economico maggiore, rispetto ad altre stampe più tarde della stessa foto, rende quasi il termine vintage sinonimo di migliore, proprio come accadeva, in origine, per il vino.

Vintage = migliore?

Quella che potrebbe sembrare una definizione perfettamente accettabile, negli anni ha dato vita ad un acceso dibattito che ha avuto – e continua ad avere – partecipanti illustri come Allan Douglass Coleman, fotografo e primo critico fotografico del New York Times. Secondo Colemann la definizione “ufficiale” di Vintage presenta due problemi di base: da un lato, infatti, sembra dare per scontato che le prime stampe, come detto, siano le migliori; dall’altro, sembra implicare il fatto che niente se non una stampa vintage sia meritevole dell’attenzione dei collezionisti. Questo approccio, afferma il critico del NYT, non tiene conto di una parte essenziale di questo particolare medium e, allo stesso tempo, ignora il metodo di lavoro adottato da tantissimi fotografi, tra i quali anche alcuni dei più grandi come Bill Brandt o il più volte citato Ansel Adams: conservare per anni i negativi per svilupparli molto dopo il loro utilizzo o tornare su un particolare negativo in tempi successivi per reinterpretarlo.

Joost Schmidt (Wunstorf, Hannover, 1893, Norimberga, 1948) Rilievo di un uomo in corsa, 1932, vintage, stampa ai sali d’argento, cm 5,8x7.

Joost Schmidt, Rilievo di un uomo in corsa, 1932, vintage, stampa ai sali d’argento, cm 5,8×7. Courtesy: Fabio Castelli

Non è raro, d’altronde, che le stampe più tarde realizzata da un fotografo o da un laboratorio sotto la sua supervisione, siano in realtà migliori delle prime. «Il punto essenziale – scrive a tal proposito A. D. Colemann sul sito web dell’Archivio di Bill Brandt – è che un fotografo può avere un rapporto continuo con i suo negativi, talvolta lungo quanto la sua vita. Questo è un elemento legato alla natura stessa del medium. Comprendere questo fatto è cruciale per un collezionista che intenda sviluppare un approccio coerente alla fotografia». Egli giunge così a chiedere che venga formulata una nuova definizione di vintage in quanto quella attuale, secondo lui, inquadra solo un aspetto del problema.

Ma i dubbi sulla definizione di vintage sembrano non affliggere solo personalità come Colemann. La stessa IPAD – l’associazione internazionale dei mercanti di fotografia d’arte, nata con l’intento di mantenere standard elevati in questo particolare mercato – ha recentemente suggerito ai suoi membri di sostituire la parola vintage con la semplice indicazione delle due date relative allo scatto e alla stampa. Un suggerimento che, però, presenta numerose vulnerabilità: in primo luogo legate all’accuratezza delle datazioni.

Vintage sì, Vintage no

Un volta di più la parola d’ordine del collezionista deve essere: cautela.  Sostenere in modo assoluto il primato del vintage sulle altre stampe, è un approccio da non ritenersi completamente corretto. Come visto, il primato cronologico, infatti, non è detto che coincida con quello qualitativo. Oltre a ciò, a seconda delle epoche, può essere molto difficile stabilire con certezza cosa sia realmente vintage o no. Come racconta il collezionista Alex Novak, membro fondatore, tra le altre cose, del Getty Museum Photographyc Council, «specialmente quando la data di stampa valica il 1953 diventa difficile dire quando una stampa è realmente Vintage senza ricorrere a test molto costosi».  E questo a causa, principalmente di particolari sbiancanti aggiunti in quel periodo alle carte fotografiche che fanno sì che molte stampe vintage risultino identiche a stampe più tarde.

Anche per questo, non sono molti i mercanti in grado di distinguere, realmente, una stampa vintage e, non a caso, se per i galleristi il problema viene risolto con il certificato di autenticità, le case d’asta, normalmente, non danno alcuna garanzia in questo senso, certificando solo l’attribuzione dell’opera ad un determinato artista.

Hans Bellmer (Katowice, Germania, 1902 – Parigi, 1975) La Poupée, 1937- 1939, vintage, stampa ai Sali d’argento colorata a mano, cm 14,8x14,2

Hans Bellmer, La Poupée, 1937- 1939, vintage, stampa ai Sali d’argento colorata a mano, cm 14,8×14,2. Courtesy: Fabio Castelli

Un esempio di quanto possa essere spinosa la questione? Nel 1994 un esemplare della fotografia Powerhouse Mechanic di Lewis Hine viene battuto da Christie’s per 90 mila dollari. Nonostante un numero improbabile di originali firmati di Hine presenti sul mercato, sono poche le richieste di spiegazione: a garantire il tutto basta il nome di Walter Rosemblum, fonte delle immagini e curatore e conservatore dell’opera di Hine fin dal giorno della sua morte, avvenuta nel 1940. Ci vorrà un giovane fisico, Michael Mattis, coadiuvato dall’esperto forense del FBI, Walter Rentanen, specializzato nell’analisi della carta, per scoprire la realtà, ossia che si trattavano di falsi vintage: dalle analisi risultò che la carta era fatta con polpa di legno e non con gli stracci, e quindi posteriore agli anni Trenta. Inoltre questa era risultata positiva per quanto riguardava la presenza di quegli agenti sbiancanti che abbiamo detto essere stati introdotti negli anni Cinquanta e che la rendono luminescente se esposta a raggi ultravioletti. Infine, fu rilevato un piccolo cambiamento nel logo Agfa del timbro a secco: prova finale che la foto, in realtà, era una stampa realizzata tra il 1958 e il 1975.

Lewis Hine, Power house mechanic working on steam pump, 1920

Lewis Hine, Power house mechanic working on steam pump, 1920

Alla difficoltà di determinare ad occhi nudo l’autenticità di una stampa vintage posteriore ai primi anni Cinquanta, va poi aggiunto quanto sostenuto anche da Colemann circa il fatto che alcuni artisti ritornano su un negativo per rielaborarlo, talvolta anche alla luce di migliorate capacità tecniche. La cosa migliore, allora, è valutare caso per caso, artista per artista, tenendo sempre presente che una stampa Vintage può arrivare a costare anche 10 volte il prezzo di una stampa più tarda. Una maggiorazione che talvolta ha un senso, altre meno. Ed è giusto che ogni collezionista si interroghi e faccia le sue scelte con consapevolezza anche giungendo alla decisione “estrema” di acquistare più stampe di un’opera, temporalmente distanti tra loro, al fine di documentare i vari cambiamenti. Una soluzione che, ad esempio, potrebbe interessare chi sta mettendo insieme una collezione dedicata all’opera di un solo artista o ad un solo genere.

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