Uno sguardo sul mondo dell’arte: intervista a Claudio Spadoni

Claudio Spadoni al Moma davanti alla 'Ruota' di Duchamp

Nato a Ravenna nel 1944, Claudio Spadoni è storico dell’arte e curatore. Ha fatto parte della Commissione internazionale della Biennale di Venezia nell’edizione del 1986 e ha curato mostre sulla storia dell’arte moderna e contemporanea. Il MamBo di Bologna, per il quale era già stato tra i coordinatori di “Spazio Aperto”, lo ha recentemente nominato tra i 3 componenti della Commissione Collezioni Pubbliche del Trust per l’Arte Contemporanea. Lo abbiamo incontrato per una chiacchierata sull’arte, la critica e il mercato e sugli anni Novanta italiani.

 

Roberto Brunelli: Mi piace iniziare questa nostra chiacchierata citando una mostra che hai curato a Ravenna nel 1985 dal titolo “Il fantasma della qualità” e questo per due motivi. Il primo perché il titolo scelto, a mio avviso, era particolarmente rappresentativo nel descrivere il costume di un sistema dell’arte che sempre più spesso propenso a prediligere gli interessi economici a discapito della qualità. Il secondo, partendo dall’ottimo catalogo a firma dell’Essegi, per ricordare quanto in quegli anni vi siano state esperienze editoriali di notevole qualità e lungimiranti nel proporre artisti e tendenze ancor oggi meritevoli di approfondimenti e riscoperte…

Claudio Spadoni: «La mostra “Il fantasma della qualità” del 1986, contava una cinquantina di grandi protagonisti del Novecento: Picasso, Matisse, Boccioni,  Duchamp – con Fountaine, l’orinatoio –  Kandinsky,  Bacon, Giacometti, Pollock, Rothko, Manzoni, Klein, per fare solo alcuni nomi.

Era allestita per sezioni tematiche e non cronologiche, con accostamenti e confronti inusuali come, tanto per fare un esempio, una Natura morta di Morandi e una di Braque fiancheggiavano il Grande Sacco di Burri del ’52 della Gnam di Roma, con affinità di tono e di qualita pittorica sorprendenti. 

Ma soprattutto poneva la questione, appunto, se ancora si potesse parlare di  ‘qualità’ o come questa dovesse essere intesa in un panorama artistico quanto più eterogeneo, come quello del secolo scorso, tra i nuovi linguaggi delle avanguardie e i permanenti rapporti con la tradizione.

Ricordo che  Lucrezia De Domizio, che mi aveva prestato una Lavagna di Beuys, ne  rimase sorpresa ed entusiasta. Ma la mostra, decisamente anomala anche negli accostamenti, poneva inerrogativi inevasi e comunque fu penalizzata da una memorabile nevicata e un gelo che resero per settimane quasi impraticabili le strade cittadine».

 

Claudio Spadoni e Pierre Rosenberg direttore onorario del Louvre

R.B.: Nel 2012 sei condirettore di Arte Fiera a Bologna. Come avevi trovato la fiera bolognese e che soddisfazioni e rimpianti hai avuto da quell’esperienza…

C.S.: «Quando fui nominato condirettore di ArteFiera, assieme a Giorgio Verzotti, la manifestazione bolognese versava in un periodo di ‘stanca’ con una diminuzione preoccupante di visitatori e di gallerie importanti. Su mia indicazione si  puntò sul ‘made in Italy’  e non per ridimensionarne il ruolo, ma per rilanciare tanta parte dell’arte italiana ingiustamente sottovaluta sul piano internazionale.

Forse non a caso c’è stato poi un clamoroso rilancio, perfino spropositato, nelle quotazioni di mercato, di tutta un’area di artisti italiani degli anni ’60. Per quanto il cambio di marcia in ArteFiera suscitasse delle perplessità, soprattutto a Bologna, si registrò un considerevole aumento di visitatori e di vendite.

Fa sorridere che ora, con un’altra gestione, si sia ritornati ad insistere proprio  sul ruolo svolto dall’arte italiana, ma con una presenza di gallerie straniere ormai ridottissima. Questa mia esperienza si chiuse dopo quattro edizioni che avevano visto accrescere notevolmente il numero dei visitatori, vendite e fatturato, con mostre collaterali, dal MAMBO alla Pinacoteca Nazionale, organizzate da ArteFiera.

Avevo proposto un’apertura di ArteFiera anche alle migliori gallerie che si occupavano di Ottocento e, in prospettiva, anche ad importanti gallerie antiquariali. Questo per caratterizzare Bologna ancor più rispetto a Milano e ad Artissima di Torino. Soprattutto quest’ultima vista come concorrenziale, ma impropriamente poiché incentrata sul contemporaneo e con una fisionomia ben diversa da Bologna, la Fiera italiana per antonomasia.

Nonostante i buoni risultati della prima esperienza con l’800, si ritenne di dover rinunciare a questa prospettiva per l’opinione contraria di qualche gallerista milanese che in realtà non vedeva di buon occhio l’espansione di ArteFiera  rispetto a quella di Milano».

 

Foto di gruppo in occasione della conferenza stampa di presentazione della 37° Arte Fiera di Bologna. Da sin: Claudio Spadoni, Giorgio Verzotti, Duccio Campagnoli, Fabio Roversi Monaco, Alberto Ronchi, Gianfranco Maraniello.

R.B.: Come critico d’arte per importanti testate giornalistiche italiane credi che si possa ripartire oggi da rotocalchi e quotidiani per parlare di arte contemporanea in maniera seria e approfondita oppure che da tali giornali non si possa fare seri approfondimenti, ma parlare in maniera incisiva solo di eventi mediatici di massa?

C.S.: «Ho cominciato fin da giovane a collaborare a dei quotidiani, poi sono stato critico d’arte del Resto del Carlino e quindi di Q.N, (Quotidiano Nazionale del Carlino, La Nazione, Il Giorno). Mi è stato molto utile per sfrondare la mia scrittura da orpelli intellettualistici, al fine di renderla accessibile anche a lettori non addetti ai lavori. 

Ho spesso pensato a quanto richiese il Carducci – poeta non proprio tra i miei preferiti – dettando il tema di un esame cui partecipava anche il giovane Pascoli: “Ordine, semplicità, chiarezza; e non mi facciano un trattato di estetica, tanto non se sarebbero capaci”.

Con tutto questo credo che divulgazione e approfondimento non siano incompatibili, come hanno dimostrato grandi storici e critici che collaboravano a quotidiani o a riviste non specialistiche. Un nome fra tutti: Giuliano Briganti. Ora vedo comunque che sulla stampa scrivono d’arte  molti giornalisti generici che spesso si limitano a rielaborare comunicati o appunti presi alle presentazioni delle mostre. Che tristezza.

Senza riandare agli esercizi di stile, ma criticamente acutissimi alla Roberto Longhi, credo che proprio per un pubblico vasto di lettori di quotidiani sarebbe utile un esercizio di divulgazione che non rinunci all’approfondimento dei temi trattati, e magari critico nell’accezione etimologica, vale a dire in termini di giudizio, per parziale che possa essere».

 

Claudio Spadoni davanti al ‘ragazzo morso da un ramarro’ di Caravaggio, esposto nella sua mostra su Giovanni Testori

R.B.: Negli anni Novanta diversi artisti collaboravano con riviste, come «Tema Celeste» e «Flash Art», in veste di recensori delle mostre dei loro coetanei. Come mai oggi, nonostante le enormi potenzialità del web, questo è venuto meno?

C.S.: «In effetti c’è stato un tempo in cui anche alcuni artisti scrivevano, soprattuto per riviste specialistiche, magari recensendo mostre di colleghi. Ma era una pratica abbastanza diffusa già nel primo Novecento – si pensi a Carrà, de Chirico, Sironi, per fare solo qualche nome – anche nel segno di una partecipazione spesso animosa e polemica, ma talvolta anche in nome di una causa comune.

Se le cose sono cambiate già da alcuni decenni si deve al protagonismo della critica, che ha preso il sopravvento soprattutto con i famosi – o famigerati per qualcuno – anni Ottanta. Una critica che stava già mutando identità, ruolo, funzioni. E gli artisti, esaurite le stagioni degli scheramenti, dei gruppi, dei movimenti, hanno ripiegato su un sostanziale individualismo, badando soprattutto alla propria immagine. Anche per far fronte ad una concorrenza  sempre più numerosa».

 

Francesco Arcangeli

R.B.: Sei stato uno degli allievi più talentuosi di Francesco Arcangeli. Che testimonianza puoi portare della sua esperienza, della sensibilità e della lungimiranza con la quale ha saputo cogliere i grandissimi cambiamenti che l’arte contemporanea stava vivendo in quegli anni...

C.S.: «Francesco Arcangeli, Momi per gli amici, è stato un maestro indimenticabile e indimenticato anche quando, dopo la sua scomparsa – spiace dirlo – qualche suo allievo gli ha girato le spalle, considerandolo una figura che aveva fatto il suo tempo, salvo poi riscoprirlo tessendone gli elogi quando il clima culturale è mutato.

Del resto Argan, suo autorevolissimo antagonista, scrisse che Arcangeli era stato il suo più temibile avversario culturale, l’unico – parole sue – ad avergli creato dei dubbi sulle proprie convinzioni. Per quanto mi riguarda posso dire che mi ha cambiato la vita da quando l’ho conosciuto in un’aula universitaria e, abbandonando la tesi quasi pronta con un altro docente, ho scelto di rivolgermi a lui sentendomi in sintonia su quasi tutto, umanamente e per propensioni culturali.

E debbo aggiungere che  sono stato ampiamente ricambiato con una comprensione che agli inizi perfino mi sorprendeva. Anche per questo  gli ho dedicato una grande mostra al MAR (Museo d’Arte di Ravenna) quando ne ero direttore, all’interno di un ciclo di esposizioni miranti a ricostruire fisionomia, orientamenti e scelte di alcuni grandi studiosi come Longhi, Corrado Ricci, Giovanni Testori. Mostre e cataloghi che si avvalevano di  comitati scientifici internazionali e  che ottennero, se posso dirlo, notevole fortuna di critica e di pubblico».

 

La copertina del catalogo della mostra al MAR: “Turner Monet Pollock. Dal Romanticismo all’Informale. Omaggio a Francesco Arcangeli” (17 Marzo 2006 – 23 Luglio 2006)

R.B.: Da parte tua saresti disponibile a prendere parte a un percorso di rivalutazione dell’arte italiana degli anni Novanta e che dovrebbe, nella mia idea, rendersi concreto in un progetto espositivo da sottoporre al Ministro della Culturale da realizzare nel Padiglione Italia di una futura Biennale di Venezia?​

C.S.: «Una mostra sugli anni Novanta? Renato Barilli ne aveva realizzato una molto vasta nel 1992, se ben ricordo, sostenendo che se degli anni Ottanta si poteva fare un consuntivo già nell’1985, per il decennio successivo si poteva addirittura farlo fin dagli inizi del decennio. 

Una storicizzazione singolare, d’accordo; ma in fondo la situazione non è poi cambiata molto, almeno fino allo scadere del secolo e del millennio. Salvo registrare una sempre maggiore attenzione, anche in Italia, ad artisti stranieri, grazie anche al diverso potere di istituzioni, musei e soprattutto di quello esercitato da gallerie definibili multinazionali di un mercato ormai protagonista indiscusso.

Alcune dizioni della Biennale di Venezia, per dire, ne sono state un eloquente esempio. Se poi, come ritengo altamente improbabile, la stessa Biennale intendesse programmare una mostra su quegli anni Novanta, non penso proprio che sarei la persona più adatta a curarla».

 

R.B.: Quale sarebbeper te la sede ideale dove istituire un tavolo permanente sull’arte degli anni ‘90 e fare incontrare i critici che volessero accogliere questo invito?

C.S.: «Quanto ad un’ipotetica tavola permanente per quella stagione artistica, credo sia un’eventualità improbabile. Sarebbe più realistico pensare a un dibattito, per cui ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta della sede, fra Fondazioni prestigiose, Gallerie pubbliche di rilievo ecc.  Ma anche in questo caso sarebbe indispensabile una presenza internazionale di critici, di operatori e in particolare di galleristi che, alla fine, piaccia o meno, sono quelli che più contano».

 

R.B.: Che ruolo potrebbe avere, in tutto questo, il collezionismo italiano e internazionale?

C.S.: «In questo ipotetico contesto anche i collezionisti potrebbero rendere la loro testimonianza. Soprattutto le grandi collezioni attestano in modo inequivocabile l’interesse per gli artisti che risultano alla prova del mercato i protagonisti. E da quel che risulta mi sembra che non siano molti gli italiani che vi figurano».

 

R.B.: Per finire mi piacerebbe che ci parlassi dei tuoi progetti attuali, dei tuoi sogni e di quanto si è davvero concretizzato rispetto a quello che hai e/o avresti voluto portare come contributo a quel mondo fantastico che rimane pur sempre quello dell’arte...

C.S.: «Attualmente, dopo aver fatto parte del Consiglio diettivo dell’IBACN (Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali) attualmente sono nel Comitato Scientifico della Pinacoteca Nazionale di Bologna, e impegnato in collaborazioni editoriali.  Uscirà a breve un mio libro, Storie d’arte e di critica fra Ottocento e Novecento: una raccolta di scritti pubblicati per occasioni diverse lungo un trentennio. Francamente non ho rimpianti per aspirazioni mancate. Ho fatto fin dagli inizi scelte di lavoro e di vita che non si prestassero a compromessi, come in diversi casi mi si erano prospettati per ulteriori prospettive professionali. Del resto diversi incarichi che ho avuto, mai richiesti, sono giunti del tutto inattesi. Questo è tutto».