Gallerie: Serve innovazione. Basta “subire” le proposte estere

Mauro Stefanini, presidente dell'Associazione Nazionale Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea.
Mauro Stefanini, presidente dell'Associazione Nazionale Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea.

Professionista stimato e uomo di grande cultura, Mauro Stefanini, direttore della Galleria Open Art di Prato, è il nuovo presidente dell’Associazione Nazionale Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea. Dopo aver dato l’annuncio della sua nomina, gli abbiamo rivolto alcune domande per conoscere meglio qual è oggi il ruolo dell’Associazione che “governa” il mondo della gallerie d’arte nel nostro Paese e capire lo stato di salute attuale del nostro sistema dell’arte e cosa lo ha determinato. Il tutto, ovviamente, con uno sguardo al futuro e agli impegni dell’ANGAMC per i prossimi tre anni.

Nicola Maggi: Che cos’è oggi l’ANGAMC e come se la immagina nel futuro?

Mauro Stefanini: «L’ANGAMC è l’unica associazione di categoria che a livello nazionale è riconosciuta dalle istituzioni pubbliche come interlocutrice. Il suo obiettivo principale è rappresentare e tutelare le gallerie italiane, garantendo una consulenza amministrativa e fiscale oltre che una consulenza legale ai propri associati, grazie all’intervento di professionisti che, anche attraverso una continua collaborazione con l’Associazione, si sono specializzati nel nostro settore. L’espressione di ottime qualità professionali e morali e la garanzia di operare nel rispetto della deontologia professionale, è quanto chiediamo ai nuovi associati, assicurando così, al collezionista che si rivolge ad una galleria ANGAMC, di acquistare un’opera d’arte in un contesto serio, professionale e trasparente! Nel prossimo futuro immagino un’Associazione snella ed elastica che sappia essere al passo con i tempi per adattarsi con prontezza ai cambiamenti; un’Associazione in cui un numero sempre crescente di colleghi comprenda che le ragioni principali che dovrebbe spingerli ad associarsi sono da ricercarsi soprattutto nel senso di appartenenza a una categoria che, per la specificità del settore, ha numeri esigui e per raggiungere gli obiettivi prefissi, ha la necessità che tutti gli operatori qualificati ne facciano parte. Ciò sarà possibile grazie anche al superamento della reciproca diffidenza che caratterizza gli attuali rapporti tra le realtà del moderno e del contemporaneo, che possono e devono dialogare in maniera sempre più proficua e positiva».

N.M.: Qual è oggi lo stato di salute del sistema delle gallerie italiane?             

M.S.: «Lo stato di salute del sistema delle gallerie italiane rispecchia la situazione socio-economica in cui si trova il nostro paese. Chi a suo tempo ha innovato, investito e creduto nel proprio lavoro, strutturandosi per fronteggiare la crisi, è più in salute di chi, al contrario, non ha saputo o voluto lavorare in funzione di allargare le proprie possibilità di successo, aprendosi ad esempio al mercato internazionale. La mia impressione è che in Italia vi sia una forte volontà di investire nell’arte, ostacolata da un immobilismo dal quale il nostro paese deve al più presto liberarsi. Un primo passo per superare questa impasse, può ad esempio essere l’alleggerimento del “peso” dell’acquisto di opere d’arte, attraverso la riduzione delle penalizzanti aliquote IVA attualmente in vigore, ma sarebbe ancor più auspicabile agire a livello europeo attraverso l’equiparazione della normativa fiscale vigente tra gli stati membri dell’UE».

N.M: L’arte italiana, a livello internazionale, sta vivendo un momento d’oro, generando un indotto di cui, però, il nostro paese raccoglie poco. Con una conseguente situazione di difficoltà per i nostri operatori. Realisticamente, cosa andrebbe fatto per sbloccare questa situazione?

M.S.: «Quando si semina bene, si ottengono buoni frutti. Chi ha lavorato con serietà su quegli artisti che attualmente sono protagonisti delle Italian Sale delle principali case d’asta internazionali, chi ha prodotto cioè mostre e cataloghi, chi ha investito con professionalità su progetti curatoriali ambiziosi, potrà dirsi soddisfatto. Abbiamo assistito ad un mercato secondario povero di inventiva, incapace il più delle volte di distaccarsi dal mainstream monocorde di cui siamo stati testimoni, rinunciando a partorire idee e tendenze minoritarie che avrebbero potuto incuriosire e coinvolgere il collezionista. La conseguenza di ciò è stata un’uniformità di proposte e un’ovvia uniformità di richieste che hanno impoverito, in generale, la proposta culturale delle gallerie. La soluzione a questa problematica l’abbiamo a portata di mano, poiché è tale la ricchezza che l’arte italiana ci offre, da permetterci di essere noi stessi i primi promotori del gusto dominante, senza aspettare di “subire” le proposte che ci giungono, ad esempio, dal mercato estero. Spero, in tal senso, che le gallerie d’arte riescano a riappropriarsi di quel ruolo centrale che ha permesso loro di formare negli anni passati il gusto dei collezionisti, grazie anche ad un rapporto diretto con gli stessi, contrastando il dannoso collezionismo fai-da-te che ha alimentato un mercato che ha potuto prescindere dalla componente culturale, la quale, più di ogni altra cosa, differenzia un gallerista da un mercante d’arte».

La sede dell'ANGAMC in Via degli Olivetani 8 a Milano

La sede dell’ANGAMC in Via degli Olivetani 8 a Milano

N.M.: In Italia, ormai da tempo, non esiste un report dedicato al mercato dell’arte. E l’immagine del nostro mercato è affidata a repporti realizzati da centri studi internazionali. Non crede che avere uno studio dedicato al nostro paese potrebbe essere uno strumento utile di analisi strategica?

M.S.: «E’ un tema, questo, che merita un approfondimento. Il primo passo per impostare una valida strategia è analizzare lo stato attuale delle cose. Conoscere approfonditamente il mercato dell’arte è la condizione senza la quale non potremmo studiare le mosse atte a risolvere i problemi che sicuramente ci sono. Faccio un esempio: a seguito dell’indagine che ha portato alla luce il forte aumento delle transazioni sulle piattaforme online (siti web, piattaforme specializzate etc) molti operatori del settore hanno potuto impostare una strategia che implicasse un potenziamento delle proprie proposte sul web, con il conseguente risultato di moltiplicare le possibilità di vendita, aprendosi al collezionismo internazionale e ottenendo nuova linfa per le proprie attività commerciali».

N.M.: Numerosi studi dimostrano come un mercato dell’arte forte porti benefici all’intero sistema dell’arte sia in termini di risorse da reinvestire che di conoscenza. Come mai in Italia è mancata, nel tempo, questa sensibilità da parte delle istituzioni?

M.S.: «Il patrimonio artistico italiano è unico per ricchezza e vastità, e testimonia praticamente tutta la storia della civiltà occidentale. A fronte di tale abbondanza, è chiaro che gli sforzi delle Istituzioni per tutelarla e valorizzarla si perdano o si parcellizzino dando l’impressione di non esser mai abbastanza. Tanto è stato fatto fino ad oggi, molto rimane ancora da fare. Tranne rare eccezioni, in Italia negli ultimi sessanta anni non si è sviluppato un insieme di musei e/o istituzioni ramificato sul territorio, che difenda e promuova l’arte moderna e contemporanea paragonabile ad esempio alle FNAC e FRAC regionali francesi o alle diverse Kunsthalle tedesche. Fortunatamente nell’ultimo periodo si è affacciata sulla scena italiana l’opera dei privati, con la nascita di diverse Fondazioni e l’operato di alcune ottime gallerie, che stanno svolgendo un importante ruolo di promozione e aggiornamento culturale, riportando l’Italia tra i protagonisti del dibattito artistico internazionale. I privati, però, non possono esser lasciati soli in questo ruolo. La politica non dovrebbe demonizzare il mercato, ma cogliere le opportunità che il sistema economico legato all’arte può offrire, non soltanto agli artisti ma anche a tutti gli operatori e ai fruitori finali. Come detto, l’Italia ha una grande storia e un potenziale altrettanto importante ma ha bisogno di investimenti e progettualità condivise. Un primo passo per sciogliere questa contrapposizione (Istituzioni VS mercato) potrebbe essere di affrontare i vari nodi burocratici e fiscali in materia di “beni artistici”».

N.M.: Lei guiderà l’ANGAMC fino al 2018. Quali sono le 3 priorità nella sua agenda?

M.S.: «Il nostro primo obiettivo è far crescere il numero degli associati, coinvolgendo un numero sempre maggiore di giovani gallerie; in secondo luogo ci poniamo l’obiettivo di consolidare ulteriormente i rapporti con le istituzioni pubbliche e i principali enti fieristici; infine puntiamo a creare un dialogo fruttuoso con gli archivi e le fondazioni».