L’arte in prima linea di Michelangelo Consani

Ritratto di Michelangelo Consani con forno solare
Ritratto di Michelangelo Consani con forno solare

La prima volta che ho conosciuto Michelangelo Consani (n. 1971) era il 2010. Aveva appena vinto il premio Ex3 Toscana Contemporanea per artisti Under 40 con Dynamo, un lavoro complesso che muoveva da una riflessione profonda attorno ai temi dell’ingiustizia sociale e dello sviluppo sostenibile. Da allora sono accadute tante cose e l’opera di Consani è stata protagonista di una serie di importanti mostre collettive e personali in Europa, negli Stati Uniti e in Giappone. Ma questo successo non ha intaccato il suo spirito e, a distanza di cinque anni, ho ritrovato lo stesso artista impegnato e dal lavoro estremamente delicato, che rifiuta le spettacolarizzazioni mirando, piuttosto, alla riflessione intima su temi chiave come la decrescita, la convivialità e la riscoperta di rapporti umani, contro «l’ormai logoro modello della produzione e dello sviluppo perseguiti secondo un criterio di esclusivo profitto economico».

Nicola Maggi: Secondo te, nella società contemporanea, l’arte può avere un’utilità concreta o può servire solo a “nutrire” lo spirito?

Michelangelo Consani: «Non so oggi in che termini si possa parlare di utilità concreta dell’arte; nutrire lo spirito sarebbe già una grande utilità. Sicuramente posso affermare, da “sognatore”, che l’arte è vita e che, di conseguenza, l’arte e gli artisti, si trovano ad affrontare anche tematiche concrete, legate al quotidiano e al mondo che ci circonda.  Generalmente non mi piace parlare attraverso un’esperienza personale, ma in questo caso penso ad un mio progetto; uno che più di altri si è manifestato in modo concreto, diventando un “oggetto utile”. Mi riferisco a Barter the solar project, una scultura che è un vero e proprio forno solare. Il forno arriva ad una temperatura di 220°, è costruito interamente in legno e acciaio. Una sorta di ibrido tra scultura e oggetto di design. L’oggetto “forno” nasce nel 2013, ma la ricerca che è servita per realizzarlo è partita nel 2008, con il lancio del progetto alla Biennale d’Architettura di Venezia. Barter the solar project per me è un laboratorio di ricerca in progress sul quale sto ancora lavorando. L’intento del progetto è molto ambizioso, mi piacerebbe riuscire a far arrivare in larga scala dei “forni solari a basso costo” in quei luoghi, vedi alcuni villaggi africani, dove grazie al suo utilizzo, non solo si potrebbero cucinare gli alimenti con la luce solare, ma soprattutto si potrebbe bollire l’acqua rendendola potabile. Ecco, questo è un progetto di Arte di concreta utilità».

Michelangelo Consani, Il seme dell'uomo, 2010. Ceramica, 22 x 14 x 3 cm. Courtesy Prometeo Gallery, Milano / Lucca

Michelangelo Consani, Il seme dell’uomo, 2010. Ceramica, 22 x 14 x 3 cm. Courtesy Prometeo Gallery, Milano / Lucca

N. M.: Come nascono i tuoi lavori? Ci dici qualcosa del tuo processo creativo?

M.C.: «Non è facile parlarti del mio processo creativo; i progetti nascono tutti in modo diverso. Alcuni sono frutto di un lavoro progettuale, che poi si concretizza nell’opera completa attraversando tutti i normali processi di produzione. Altri si manifestano spontaneamente come miraggi, illuminazioni. In ogni caso l’artista ha una grande responsabilità nei confronti della produzione, l’arte non è un prodotto, anche se viene commercializzato. La sostenibilità, la decrescita la convivialità sono temi che trovi rappresentati da sempre nel mio lavoro. L’etica del lavoro è l’unico movente del mio fare arte».

N.M.: In questi anni hai esposto varie volte in Giappone dove, nel 2014, hai presentato un lavoro molto particolare: Nove elefanti bianchi e una patata…

M.C.: «Si tratta di un progetto che esce fuori dal mio normale processo creativo e formale. Mi è stato commissionato dalla galleria Side 2 di Tokyo e si pone come obbiettivo quello di creare uno ponte di comunicazione tra oriente ed occidente. Per un artista occidentale non è facile riuscire a entrare in sintonia completa con l’estetica e con il pensiero orientale. Lo sforzo di colmare le diversità è stato la riuscita del progetto stesso. La formalizzazione che sono riuscito ad ottenere attraverso il percorso espositivo, mi ha permesso di poter trattare temi difficili, quali ad esempio la crisi del modello capitalistico causato dalla fine delle risorse energetiche, con estrema semplicità formale. Una mostra quella di Tokyo che sembra incompleta, un’incompletezza che diventa “terreno di incontro” dei due diversi emisferi, quello orientale e quello occidentale».

Veduta della mostra Nove elefanti bianchi e una patata 2014 Courtesy Galleria Side, Tokyo

Veduta della mostra Nove elefanti bianchi e una patata (2014). Courtesy Galleria Side, Tokyo

N.M.: Tra i tuoi principali riferimenti culturali ci sono Ivan Illich, Masanobu Fukuoka o Serge Latouche… come hanno influenzato la tua ricerca artistica?

M.C.: «Mi sono sempre posto in modo critico nei confronti del potere politico dominante; per cui ho indirizzato il mio interesse nei confronti di personalità di alto livello intellettuale anch’esse critiche nei confronti di tale sistema. Per questo mi sono “imbattuto” nel pensiero di Ivan Illich, di cui ho letto praticamente tutto e grazie al quale ho imparato a sviluppare uno sguardo critico. Poi, di conseguenza, sono arrivato a Serge Latouche che basa tutta la sua ricerca partendo proprio dal pensiero di Illich. Ho avuto anche il piacere di conoscere personalmente Latouche ed è un uomo straordinario, che mi ha permesso di ospitare un suo scritto dal titolo La festa è finita all’interno della pubblicazione The Caspian Depression and a One Straw Revolution curata da me e da Matteo Lucchetti e che ho presentato nel 2013 al PS1 di New York e alla Fiera del Libro di Berlino.  La mia posizione nei riguardi della storia e del potere dominante che la scrive è sempre stata chiara; per questo ho indirizzato la mia ricerca alla scoperta, o riscoperta, di personalità scomode per il loro pensiero e per il loro modo di applicarlo, come ad esempio Masanubu Fukuoca, una delle tante personalità che mi affascinano. Studio i suoi pensieri e cerco di farli trasparire nei miei lavori, nello stesso modo faccio con lo scienziato Pier Luigi Ighina piuttosto che con l’eco-attivista Barbara Kerr».

Michelangelo Consani, La festa è finita, 2011. Courtesy Kunstraum München, Monaco di Baviera

Michelangelo Consani, La festa è finita, 2011. Courtesy Kunstraum München, Monaco di Baviera

N.M.: Noi ci siamo conosciuti nel 2010, quando hai vinto con Dynamo il premio per artisti toscani emergenti Ex3 Toscana Contemporanea. Un’opera in cui emergeva in modo forte il tuo interesse non solo per le sostenibilità e l’equità sociale ma anche per la storia…

M.C.: «Sì, ricordo con piacere il nostro incontro. Tu mi facesti un’intervista per TK magazine e mi piacque molto il tuo approccio nei confronti del mio lavoro, ed in particolar modo, di quel progetto. Il lavoro presentato per il premio Toscana Contemporanea, è nato attraverso una meticolosa ricerca storica che ho condotto sul ciclista afro-americano Marshall Walter Taylor. Taylor è stato il primo vero atleta afro-americano a godere di fama internazionale. Non sono bastate le discriminazioni raziali, non è bastata la zavorra di dieci chili con cui era obbligato a correre solo per il fatto di essere nero, non è bastata una legge – abolita solo nel 1999 – che vietava ai ciclisti di colore di correre su pista, non sono bastati gli avversari caucasici a fermarlo. Era il 1899 e il black cyclon, il Major Taylor – così lo chiamavano – raggiunse il gradino più alto del podio diventando campione mondiale di velocità su pista. Distanza un miglio. Un talento naturale sulla bicicletta, la cui vicenda di iniquità è alla base di DYNAMO: Bicycles against Black Out!, progetto che invita a riflettere sui temi della discriminazione razziale, interrogandosi anche sui rapporti viziosi e viziati tra ambiente, energia, equità e giustizia sociale. Nel mio lavoro la storia è sempre il punto di partenza che muove l’opera».

Michelangelo Consani, DYNAMO: Bicycles against Black Out!, 2010. Courtesy Collezione Centro per l’Arte Contemporanea Lugi Pecci, Prato / Milano .

Michelangelo Consani, DYNAMO: Bicycles against Black Out!, 2010. Courtesy Collezione Centro per l’Arte Contemporanea Lugi Pecci, Prato / Milano .

N.M.: E storia e memoria sono centrali nel progetto che hai presentato a Parigi lo scorso anno nell’ambito del progetto Past forward...

M.C.: «La storia e la memoria sono indissolubili. La memoria è il tema centrale del progetto Past forward. In un’epoca in cui siamo continuamente bombardati da informazioni, immagini e nozioni, l’emergenza memoria è un problema che si impone, più o meno coscientemente, sotto vari aspetti. Potremmo parlare di una memoria libera o di una memoria che ci viene imposta, ad esempio dai media; di una memoria nostra o di una memoria che affidiamo a strumenti digitali; di una memoria che conferisce identità individuale e collettiva; di una memoria dell’arte o del sapere; di una memoria reale o virtuale. Potremmo parlare di più memorie. Ecco questi sono i temi di questo progetto nato nel 2014 e che, in divenire, ha coinvolto nel corso dei mesi anche altri artisti come ad esempio Jean-Philippe Convert, Jacopo Miliani , Joanna Peace, Paola Anziché, Stan Van Der Beek, Grègory Chatonsky  chiamati ad intervenire artisticamente all’interno della piattaforma on line www.past-forward.net. Il progetto, curato da Francesca Zappia, è stato presentato a Parigi negli spazi di Glassbox a febbraio del 2014. Nello spazio espositivo della galleria parigina è stata presentata una mia scultura, una stella a cinque punte in cartapesta ottenuta incollando fotografie storiche. Le foto partono dal 1957 con la prima immagine dello Sputnik sovietico, sino ad arrivare ai nostri giorni. Jean-Philippe Convert ha fatto un’azione di lettura performativa sul tema della memoria. Contemporaneamente abbiamo lanciato il sito che abbiamo inteso come piattaforma di ricerca. Da questa esperienza ho proseguito con il progetto Fellow Travel – presentato durante la Biennale di Berlino – che è stato completato con il lavoro dal titolo Silence is a Commons presentato insieme alla Prometeo Gallery alla Main Section di Artissima a Torino sempre nel 2014».

Veduta della mostra Le cose potrebbero cambiare 2015 Courtesy Prometeo Gallery, Milano / Lucca

Veduta della mostra “Le cose potrebbero cambiare” (2015). Courtesy Prometeo Gallery, Milano / Lucca

N.M.: Oltre che su temi sociali ed economici, alcuni tuoi lavori, come Le cose potrebbero cambiare (2015), sembrano spingere l’osservatore a riflettere sulle espressioni artistiche e i loro medium…

M.C.: «La mostra dal titolo Le cose potrebbero cambiare, curata da Matteo Lucchetti e ospitata all’interno degli spazi di Prometeo Gallery a Milano, si sviluppa sull’intreccio di una serie di alcune mie ricerche recenti, che portano i temi della decrescita e del nucleare in un dialogo fatto di rimandi continui all’immaginario collettivo e alle molte contro-narrazioni che lo contraddicono. Le cose potrebbero cambiare è un progetto che riflette anche sulle espressioni artistiche e i loro medium. Dal busto neoclassico in gesso, alla fotografia in bianco e nero, al video, alla scultura in terracotta, al monocromo minimalista di alghe nori “radioattive”, al disegno a matita, al ready made, alla pittura “pop” ad olio: come se il processo di analisi e decrescita di modelli economici fosse intrinsecamente legato alla relativa analisi dei modelli estetici occidentali».

N.M.: Ma le cose potrebbero cambiare veramente?

M.C.: «Le cose cambiano, sono in continua mutazione, anche in questo istante!»