Investimenti: se l’Unione Europea si “scorda” la cultura

Le discipline sociali e umanistiche sono tra i pilastri di Europa 2020, la strategia decennale per la crescita e l’occupazione che l’Unione Europea ha varato nel 2010, ma rappresentano solo il 7% dei progetti finanziati per un totale di circa 101 milioni di euro. E come se non bastasse, le industrie culturali e creative, il mercato dell’arte, musei e patrimonio culturale sono praticamente assenti dai programmi d’investimento europei. Uno scenario, quello relativo alla comunità europea e i suoi finanziamenti sulla cultura, estremamente confuso e in cui l’Italia sembra scontare la scarsa affidabilità delle sue strutture a tutto vantaggio di tedeschi, inglesi e olandesi.

 

Solo 67 progetti su 1000 riguardano discipline sociali o umanistiche

 

La ricerca è alla base del nostro sistema economico. Non è uno slogan ma un dato di fatto. La ricerca è alla base del progresso, che rappresenta esattamente il divario tra l’economia di Malthus e l’economia che nasce a partire dalle rivoluzioni industriali. Senza il progresso (tecnico, scientifico, etc.) non ci sarebbe stato un aumento della “produttività” e di conseguenza la vita sarebbe ancora scadenzata da periodi di grandi carestie a periodi di maggiore benessere. Questo giustifica gli ingenti investimenti che Imprese, Nazioni e organismi sovranazionali vincolano in quella voce di spesa nota come Ricerca&Sviluppo. L’Unione Europea non fa differenza, dedicando alla ricerca una considerevole mole di “aiuti” finanziari. Tuttavia, siccome il lessico è importante, il ruolo che in questo contesto svolge l’Unione Europea è quello di definire una policy di investimento, impegnandosi a sostenere economicamente quei progetti che ne rappresentano una valida implementazione.

Quando si parla di Unione Europea c’è generalmente un po’ di confusione, quindi sarà utile stabilire alcuni punti che possano chiarire il senso di tutto il discorso: primo, i programmi di policy dell’Unione Europea indirizzano lo sviluppo degli Stati Membri sia a livello macro, che a livello di singola comunità locale. Secondo: le risorse economiche stanziate provengono in larga misura da denaro pubblico; terzo: l’investimento si differenzia dal consumo perché nel primo c’è un’aspettativa di maggior ritorno.

Stando così le cose è lecito e anzi doveroso chiedersi come vengano utilizzati i fondi dei contribuenti, quali siano le scelte in tema di ricerca e infine come vengano misurati i risultati dei progetti stanziati. Questi interrogativi sono tanto più urgenti quanto si prendono le distanze dalle discipline esatte che per propria caratteristica interna riescono a fornire elementi di valutazione espliciti ed esplicitati. Non è un caso, dunque, che tali discipline rivestano, nei programmi europei, un ruolo assolutamente maggioritario: sulla base di un’estrazione campionaria realizzata dal sito del Cordis è emerso come su 1000 progetti analizzati, soltanto 67 appartengano a discipline sociali o umanistiche, con una percentuale che quindi si attesta poco sotto il 7%. La Tag Cloud permette di analizzare percettivamente il risultato di classificazione dei progetti attraverso le  “parole chiave” in essi contenute: di fatto si intuisce il ruolo prioritario della “ricerca” su temi quali il cancro, il cambio climatico e la salute e ancora su cellule, spazio, rifiuti.

La tag cloud delle discipline oggetto dei progetti finanziati dall'Unione Europea

La tag cloud delle discipline oggetto dei progetti finanziati dall’Unione Europea

Limitando la concentrazione ai progetti di natura sociale umanistica, tra i 67 progetti selezionati come appartenenti a questa categoria, i temi più importanti riguardano soprattutto la Sociologia, l’educazione, la storia e ricerche su mercato e affini.

Le prime 10 Tag

È possibile dunque rilevare come manchino all’appello alcune grandi tematiche che pure rientrano tra i “pillars” della Strategia 2020: le Industrie Culturali e Creative, il mercato dell’Arte, l’Audience Analysis, lo studio dei Musei. Tutte tematiche degne di nota eppure, assenti o quasi tra quelle trattate dai questi progetti. Di fatto, il totale dei progetti che riguarda direttamente musei o l’aspetto non hardware del patrimonio culturale sono in tutto 3 su mille.

 

Contributi: i partner italiani “valgono” meno

 

Oltre alle dinamiche strettamente contenutistiche c’è però una serie di riflessioni prettamente economiche da approfondire: in breve, ai 67 progetti di ricerca hanno preso parte un totale di 486 partner (non univoci) con sede in 46 differenti Nazioni, per un totale di contributi pari a € 100.758.536.98, con un contributo medio di circa €1.5 milioni a progetto, e di circa € 200 mila a partner. Altrettante informazioni si possono evincere dalla distribuzione geografica dei progetti finanziati, con un primato della Germania, seguita da Regno Unito, e con l’Italia al terzo posto ma ben distante dalle prime due.

Distribuzione geografica dei progetti finanziati dell'Unione Europea

La questione cambia invece quando si va ad analizzare l’ammontare del contributo ricevuto per Nazione. In questo caso, l’Olanda, che ha ben 21 partner finanziati in meno del nostro Paese, si ritrova al terzo posto. Segno che in media, un partner olandese tende a ricevere un contributo molto più sostanzioso di quello invece concesso ai partner Italiani.

Distribuzione geografica dei contributi concessi dall'Unione Europea

Chiaramente questa è una ricerca campionaria, con una validità soprattutto descrittiva, eppure non si può non notare come per ogni progetto di questa estrazione ci siano in media, almeno 1 partner tedesco e un partner inglese. Anche questa concentrazione può avere numerose ragioni, dall’affidabilità delle strutture alla presenza di un network consolidato tra organizzazioni che tendono a privilegiare la collaborazione con partner già noti. Per verificare questa ipotesi sono stati selezionati quei soggetti che hanno partecipato almeno a 3 progetti all’interno del campione, tali soggetti sono descritti nella seguente tabella:

Soggetti finanziati dall'Unione Europea

Prevedibilmente le Università hanno un ruolo primario in questo tipo di progetto: fa eccezione oltre ai centri di ricerca (tra i quali l’enorme struttura della Fraunhofer), la D’Appolonia SpA, società per azioni che corrisponde al braccio operativo del Gruppo Rina, la società partecipata anche da Intesa Sanpaolo e dal Fondo Palladio dell’omonima società finanziaria vicentina. Esaminando i pattern di partnership di questi soggetti, è possibile presumere l’esistenza di una serie di forti relazioni tra loro: in totale, hanno partecipato a 23 progetti distinti, e escludendo i 3 progetti soggetto unico, emerge che sui 20 rimanenti, 10 vedono la compresenza di almeno due delle organizzazioni segnalate, con un progetto che prevede la collaborazione di 5 soggetti inclusi nell’elenco: certo non una coincidenza.

 

Qualche dubbio sui criteri di valutazione

 

Resta da capire come e con quali criteri vengano valutati i “risultati dei progetti europei”: perché sono appunto investimenti e non consumo. Qui la questione diviene più ostica perché se tra siti dell’Unione Europea e le innumerevoli agenzie di consulenza, c’è un intero disboscamento di pagine legate alla valutazione dei progetti pre-funding (vale a dire come vengono valutati i progetti per la selezione del finanziamento) nulla appare in merito alla valutazione dei risultati dei progetti finanziati. Sono previsti, a onor del vero dei “technical audit” che il personale dell’Unione Europea può svolgere in qualunque momento durante la ricerca e fino ai cinque anni successivi al termine della stessa, non è molto chiaro con quanta frequenza questi audit vengano condotti, quali siano i parametri di valutazione concreti e quali siano i risultati che i singoli progetti hanno ottenuto.

Questo punto è estremamente importante: perché se le azioni di monitoraggio, controllo e valutazione si estendono solo alle “premesse” del progetto, si può incorrere in distorsioni notevoli del mercato, storpiando letteralmente il ruolo dei finanziamenti alla ricerca fino a farlo corrispondere ad un sostituto di erogazione finanziaria, replicando un meccanismo che già incide negativamente sul sistema bancario,  e che prevede l’erogazione di credito su criteri fondamentalmente finanziari, che attestino la capacità della struttura di gestire una tale somma di denaro, senza tenere conto della capacità del soggetto di implementare quelle linee guida che aveva posto alla base del finanziamento.

Dato che con i programmi in oggetto si finanzia la Ricerca e non la Struttura che conduce la ricerca (per la quale altri programmi sono previsti), è bene tenere questi due elementi separati. Se questo non accade, allora non si possono stabilire quali vantaggi vengano alla comunità con queste elargizione di denaro pubblico, e, data la quantità di denaro in gioco, non si possono escludere interessi privati e un utilizzo di tali fondi meno che cristallino.

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3 Commenti

  • enrico forti ha detto:

    ll titolo del suo articolo “l’europa si scorda della cultura” non corrisponde al suo contenuto. Parla del programma di ricerca e sviluppo scientifico e tecnologico ed il suo capitolo dedicato alle scienze sociali ed umanistiche … che ovviamente non trattano prevalentemente di cultura ma anche di economia, sociologia ecc… sarebbe come dire l’Italia spende per la cultura unicamente la parte della ricerca umanistica/sociale del bilancio per l’università e la ricerca. il paragone va invece fatto tra la voce cultura e le altre voci di bilancio università, infrastrutture, sanità, agricoltura, …
    Per una misura giusta dello sforzo EU in materia culturale (sfido chiunque a trovare nel trattato una competenza che permetta l’UE di essere ambiziosa) bisognerebbe aggiungere al bilancio UE per la cultura (creative europe, media, capitale europea della cultura, europeana, CEF ) , la parte delle ricerca UE (7%), ma anche la parte di quei programmi di ricerca che utilizzano il digitale per la preservazione del patrimonio culturale, i progetti eSkills, la parte dei fondi regionali dedicati alla cultura ecc . Facendo questo non dico che la proporzione per la cultura UE sarebbe più alta , ma almeno la base del calcolo più giusta.

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      La ringrazio per il suo intervento che arricchisce la visione data dall’articolo di Stefano Monti. Il titolo, come sempre accade, non è dell’autore ma della redazione e se risulta impreciso ce ne scusiamo, ma non ci sembrava così “fuori tema”.

  • Stefano Monti Stefano Monti ha detto:

    Le sue rilevazioni sono tutte validissime, e sarebbe giusto poter trattare di questi argomenti in una pubblicazione che tuttavia, non avrebbe più il connotato di un articolo ma piuttosto di una pubblicazione tout-court. Inoltre è da notare che così come per la Cultura oltre alla ricerca ci sono, come lei giustamente sottolinea, numerose altre linee di finanziamento, lo stesso è vero per le altre discipline, che godono di programmi specifici e dettagliati. Per questa ragione la ricerca si è incentrata su un programma generico dell’Unione Europea: è chiaro che se andiamo ad analizzare tutte le fonti di finanziamento avremo dati differenti sulla cultura, ma sarebbe come analizzare il paniere di consumo dei fruitori abituali di cultura: ci saranno spese per musei, gallerie e concerti di musica colta. Il problema reale non è se e in che misura l’UE investe in progetti specifici (che ricordiamo, sono programmi a stretta policy) ma quanto la parte dei finanziamenti in ricerca (ed è superfluo ricordare quanto questo termine sia in binomio con sviluppo) rientri in questo settore.

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