Investire in arte: istruzioni per l’uso

In tempo di crisi cresce, inevitabilmente, la necessità di proteggere i propri risparmi e il conseguente desiderio di investimenti sicuri. Una volta c’erano l’oro e il mattone, poi è arrivata l’arte, con i suoi record d’asta e un mercato in continua ascesa, sempre più spesso paragonato a quello finanziario. Anche se, in realtà, non esistono due mondi più diversi e distanti. A dire il vero, però, l’idea dell’arte come investimento non è nuovissima, se pensate che già nel 1200 il critico Ts’ai Tao scriveva: «L’amore e la gioia per l’arte sono diventati una moda e le opere d’arte sono ovunque considerate alla stregua di merci e investimenti. Questo il diavolo della nostra epoca». Un “diavolo” che, evidentemente, deve essere tornato a farci visita se un numero sempre maggiore di persone valutano l’idea di investire i propri risparmi in arte, spesso senza sapere bene di cosa si tratti. Ne abbiamo parlato con Chiara Zampetti Egidi, consulente e critica specializzata nel mercato dell’arte, autrice del libro Guida al mercato dell’arte moderna e contemporanea, appena stampato da Skira.

Nicola Maggi: Sempre più persone, anche in Italia, pensano di investire in arte per salvaguardare i propri risparmi. Quali possono essere i pro e i contro di una scelta di questo genere?
Chiara Zampetti Egidi: «Le performance del mercato dell’arte non sono strettamente correlate a quelle del mercato azionario, quindi l’arte può essere vista come forma alternativa di investimento per diversificare un portfolio. Non va dimenticato, però, che l’arte non è un investimento liquido, non produce reddito, i prezzi sono volatili, il mercato dell’arte non è trasparente e ci sono tante spese correlate quando si possiede un’opera d’arte come quelle per l’assicurazione, la conservazione o il trasporto. Inoltre, per comprare arte cercando di mitigare i molti rischi c’è bisogno di tanta competenza,di  tempo e, direi, di moltissima passione. Consiglio sempre di comprare solo quello che piace e se non si ama l’arte è, secondo me, meglio dirigersi verso altre forme di investimento».

Chiara Zampetti Egidi

Chiara Zampetti Egidi

N.M.: Nel suo libro, tra le altre cose, analizza i principali strumenti che oggi il mercato mette a disposizione di chi intende investire in arte. Tra questi gli Art Fund sono certamente quelli che si sentono nominare più spesso. Ci spiega esattamente cosa sono?

C.Z.E.: «Gli Art Fund sono investitori istituzionali che acquistano opere d’arte di diverso tipo a seconda degli obbiettivi dell’investimento. Una volta che la collezione è stata messa insieme e terminato il periodo dell’investimento, reinseriscono le opere d’arte sul mercato attraverso un processo di vendita che avviene con tempi e modi prestabiliti. I profitti vengono poi distribuiti tra chi ha investito nel fondo. E’ un settore che ha visto una enorme espansione negli ultimi anni, soprattutto in Cina, ma nonostante questo rimane ancora un mercato di investimento di nicchia che non è riuscito ancora ad attirare i volumi di investimento inizialmente sperati. Questo soprattutto perché gli Art Fund non sono ancora strutturati in modo tale da poter venire incontro alle necessità di possibili investitori, soprattutto istituzionali, che richiedono che questo mercato sia regolato da standard finanziari».

N.M.: Ci sono poi gli Art Exchange

C.Z.E.: «A differenza degli Art Fund, gli Art Exchange, sono piattaforme che permettono ad un investitore di comprare e vendere le azioni in cui è stata suddivisa un’opera d’arte o un pacchetto composto da più opere. Il modello è quello della borsa, ma nessuno degli Art Exchange operativi al momento è regolato da una autorità finanziaria. Il mercato cinese, con la sua passione per l’investimento è il pioniere e il maggiore protagonista mondiale in questo settore, ma in seguito ad un incremento del controllo delle autorità di regolamentazione locali verso questo tipo di operazioni ha subito un temporaneo arresto. Personalmente non credo negli Art Exchange, soprattutto perché non credo che abbiano la possibilità di ricevere opere veramente importanti e di ottima qualità. Se un’opera è richiesta dal mercato, che vantaggio ha il proprietario a consegnarla ad un Art Exchange invece di venderla o tramite trattativa privata o all’asta?»

Il mercato globale dei fondi d'investimento in arte 2011-2014 (1° semestre). AUM = Estimated Assets Under Management in   US$. (Fonte: Deloitte Luxembourg & ArtTactic Art & Finance Report 2014).

Il mercato globale dei fondi d’investimento in arte 2011-2014 (1° semestre). AUM = Estimated Assets Under Management in US$. (Fonte: Deloitte Luxembourg & ArtTactic Art & Finance Report 2014).

N.M.: Qual è il profilo tipico di chi investe in arte? E’ una pratica accessibile anche per i normali risparmiatori o richiede, comunque, capitali abbastanza ingenti?

C.Z.E.: «Non amo generalizzare, ma se vogliamo farlo direi che inizia ad interessarsi all’arte come investimento chi già possiede la casa dove vive, almeno una residenza per le vacanze, mobili, automobili, etc. Se si comprano artisti giovani, si può comprare arte anche con poche migliaia di euro, sono investimenti con un alto tasso di rischio che in alcuni casi possono portare grandi guadagni».

N.M.: Un tema molto interessante, in particolare in tempi di crisi come quelli che sta attraversando l’Italia, è quello che riguarda la possibilità di ottenere prestiti dando opere d’arte in garanzia. Quanto è diffusa questa pratica nel nostro Paese?

C.Z.E.: «Non conosco studi su cui fondare la mia risposta, ma non credo che il prestito con l’arte a garanzia sia molto diffuso in Italia. E’ una operazione che può essere piuttosto pericolosa vista l’alta volatilità dei prezzi dell’arte».

N.M.: Un’ultima domanda… l’arte parla sempre di più in gergo finanziario e i paragoni con i titoli di borsa sono sempre più frequenti. Questa invasione della “finanza” quanto sta influenzando il mercato e il sistema dell’arte?

C.Z.E.: «Sicuramente siamo in un momento di transizione in cui il mondo della finanza è sempre più interessato al mercato dell’arte. L’arte però parla un linguaggio diverso da quello della finanza e, nonostante i tentativi, non è ancora possibile conciliare i due mondi. Il mercato dell’arte è più complesso del mercato finanziario, non è regolato, non è trasparente, non è liquido, tratta di oggetti unici, rari, dipende dal gusto e dallo stato d’animo di una persona in sala. Come si può conciliarlo con le esigenze della finanza?»

© 2014 – 2015, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

5 Commenti

  • rosy menta ha detto:

    Il libro di Chiara Zampetti è sicuramente interessante se non altro per conoscere un sistema “alto” che comunque determina, spesso, le scelte e le tendenze del marcato e può orientare anche i gusti e le scelte di chi acquista arte oggi ma, a mio avviso, sono esperienze – le sue – molto elitarie e non incoraggiano le persone ad avvicinarsi all’arte nè a comprenderla nè ad entrare in gallerie e non è ciò d cui si ha bisogno oggi. Anzi! Il mercato, da sempre, ha avuto due livelli: quello “alto”, in cui solo qualcuno se lo può permettere e, quello che, non definirei “basso” ma terreno di scoperta in cui tutti hanno iniziato la loro avventura e la loro professione.
    Trovo scoraggiante questa dichiarazione: “Se si comprano artisti giovani, si può comprare arte anche con poche migliaia di euro, sono investimenti con un alto tasso di rischio che in alcuni casi possono portare grandi guadagni». E’ abbastanza vera se si acquista senza alcuna cognizione e in modo scriteriato senza informazioni e passione ma diventa demotivante per un mercato giovane che ha bisogno di incentivi e uscire dal “ghetto” delle “mafie” dei soldi e dei poteri. Sarebbe stato più opportuno mettere certamente in guardia sui rischi che si possono incontrare ma cercare soluzioni tutelanti sia per gli artisti sia per gli acquirenti. ll mondo che Chiara Zampetti presenta è solo lo spaccato degli “speculatori” (purtroppo) che con il collezionismo non ha nulla a che fare. E’ utile, anche per gli artisti, conoscere la “stanza dei bottoni” dove si decidono le sorti di molti, ma chi si avvicina e inizia a collezionare, pur consapevole dei rischi che corre (e ci sono indubbiamente) sa anche d’essere una parte importante dell’ingranaggio dell’arte in generale e degli artisti che sceglie in particolare e il profano, può iniziare i propri acquisti, diversificando, appunto, i suoi investimenti proprio per “pareggiare” su eventuali perdite o acquisti fatti d’impulso… In ogni caso, pur nella consapevolezza che tutti vorrebbero veder crescere gli artisti seguite/acquistati/amati (se non altro per la gratificazione d’aver “puntato” sul cavallo giusto) l’unico imput per sbloccare questo mercato stagnante sta proprio nel fatto che è nel mercato “giovane” (e non intendo solo artisti giovani o esordienti) il percorso che si dovrebbe fare ma è anche cercare di tutelare meglio con maggiore selettività, regolamentazioni chiare e applicate davvero, maggiori incentivi, defiscalizzazioni etc.

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Cara Rosy,
      questa volta devo dire che non sono d’accordo sul tuo attacco. L’intervista in questione parla dell’arte come investimento: tema che sta interessando sempre di più varie tipologie di risparmiatori (dal ricco alla famiglia). Il fatto che acquistare un giovane possa comportare dei rischi in termini di investimento mi sembra un corretto avvertimento che Chiara Zampetti dà a chi compra arte anche con un occhio al possibile ritorno economico (questa cosa è sempre esistita!). D’altronde non si può sapere che fine farà un artista all’inizio della carriera. Potrebbe anche, molto semplicemente, decidere di smettere. Ma è anche vero che gli artisti giovani e emergenti sono quelli che, oggi, hanno prezzi più abbordabili. Non capisco come tu possa trovare scoraggiante la frase: “Se si comprano artisti giovani, si può comprare arte anche con poche migliaia di euro, sono investimenti con un alto tasso di rischio che in alcuni casi possono portare grandi guadagni”. E’ la pura verità. Chi ha comprato per poche centinaia di dollari le tre bandiere di Jasper Johns in pochi anni si è trovato tra le mani un capolavoro milionario. Ma se Johns avesse attaccato il pennello al chiodo, molto probabilmente, sarebbe rimasto con un pugno di mosche in mano. L’insvtimento, ovviamente, non deve essere il primo motivo dell’acquisto, ma è comunque uno dei fattori che fanno parte della scelta di un collezionista del XXI secolo. Che ci piaccia o meno.

      Al di là dell’intevista, non capisco bene neanche l’attacco al libro che spiega a noi comuni mortali le dinamiche di un mercato che in Italia non esiste, ma che fa notizia e che spesso lascia i più un po’ sbalorditi. E’ un libro sul mercato non un manifesto pro-collezionismo. Sarebbe come dire che un libro che parla dei cibi contraffatti ci fa passare la voglia di mangiare, semmai ci mette in guardia. Ed è quello che, in certo senso, fa il libro della Zampetti, spiegandoci come il mercato di fascia alta sia un mondo a sé e che, quindi, non ci si deve lasciare impressionare da certe cifre perché appartengono ad una fetta del mercato che detta certamente le tendenze, ma che non rappresenta l’intero mondo dell’arte: di fatto corrisponde solo allo 0.3% di questo.

      Conoscerlo, però, ci fa capire come, in potenza, potrebbe muoversi il mercato nelle zone più basse, in termini di offerta. E questa è una cosa, a mio avviso, utile. Dipende tutto dallo spirito con cui si leggono le cose. Secondo me, dire che il mercato di fascia alta è solo quello degli speculatori mi sembra, perdonami la durezza, un ragionamento un po’ provinciale. Anche perché, se devo guardare alle “mafie” e ai “ghetti” non è che nelle fasce più basse ne trovo di meno. Il mercato è fatto dagli uomini e come tale ne rispecchia vizi e virtù.

      Sai che per primo parlo di speculazione quando un giovane alle “prima armi” raggiunge cifre che non hanno senso, vedi un Alex Israel della situazione, che ad inizio carriera ha già aggiudicazioni che superano il milione di dollari. Ma i 12 milioni per un Manzoni non li vedo come speculazione: è il prezzo pagato per un bene che non ha prezzo. Stiamo attenti a non farci guidare dalla frustrazione di vivere in un Paese dove il mercato non decolla. In Italia un collezionista raramente è una parte importante del sistema dell’arte: questo esiste al di fuori dei nostri confini, dove chi colleziona è considerato il primo promotore dell’arte. Vedi la Germania, il Regno Unito, la Francia ecc. Il nostro paese non sostiene i suoi giovani e con “nostro paese” non intendo il governo, ma il nostro collezionismo che spesso compra altro e spesso lo fa all’estero, perchè in Italia abbiamo delle regole folli che bloccano tutto. I nostri giovani, comunque, quando hanno il coraggio di affrontare il Mondo in tanti casi ce la fanno, sia che siano artisti o ricercatori.
      Con affetto. Nicola

  • Stefano Armellin ha detto:

    Poi c'è l'aspetto non proprio irrilevante di capire cosa é arte da cosa non é arte, di capire cosa é un Capolavoro e cosa non é un Capolavoro : "Quasi ogni uomo, fino a un certo grado, può fare dell'arte, mentre per oltrepassare il punto in cui propiamente inizia l'arte è necessario un superiore innato talento artistico". Hegel ; C'é anche un talento nella vendita dell'arte al punto che vendere bene un Capolavoro può essere difficile come farlo ! Stefano Armellin, Pompei, martedì 25 novembre 2014, http://armellin.blogspot.com

  • Daniele Taddei taddei daniele ha detto:

    Gentilissimo Nicola è sempre difficile parlare di ARTE e MERCATO, se poi entriamo nel vivo diventa ancora più complessa la questione quando affrontiamo il tema della FINANZA intesa come INVESTIMENTO.
    Nella mia pur breve storia di collezionista, non ho usato il termine “raccoglitore” ne tanto meno di “arredatore”, ho potuto notare che l’ARTE è avara con i più per non dire con la stragrande maggioranza degli artisti e degli operatori. Quello che dico è suffragato da migliaia di storie che vedono negativamente protagonisti tantissimi autori, persino coloro che a diverso titolo fanno parte della Storia dell’Arte Contemporanea Italiana. Non voglio fare nomi ma personaggi di assoluto livello per ricerca, sperimentazione, innovazione sono ancora al palo, acquistabili con alcune centinaia di euro, con qualche centinaia di euro in più si possono acquistare lavori di grande pensiero e significato.
    Di recente, mi riferisco al massimo ad uno o due anni da questa parte artisti con alle spalle 50 anni di carriera avevano quasi rinunciato al mercato, ma poi improvvisamente qualcuno si accorge di loro (dopo 50 anni) ed i prezzi salgono vertiginosamente tanto a raggiungere migliaia o decine di migliaia di euro.
    Come si spiega questo? Su due piedi potrebbe essere anche semplice dare una risposta, ma a mio avviso l’arte non c’è più, o meglio, è diventata un prodotto, un bene al consumo, dove una corretta impostazione strategica di MKTG può dettare la differenza.
    Ma Nicola chi compra arte per investimento? Credo proprio nessuno. L’arte è qualcosa di “tuo”, è un tuo desiderio, è una tua conquista, è un tuo prestigio, è qualcosa che uno compra e che non pensa mai di alienare, quantomeno dopo averla “goduta”, “posseduta” ,”ammirata”!!!
    Tutti noi che compriamo Arte, ai vari livelli sappiamo che il prezzo al momento dell’acquisto non sarà mai come quello di vendita con i dovuti aggi, anche perché chi vende (o è costretto a vendere) si trova sempre in una posizione debole.
    Nicola pensa per un attimo se non ci fossero manifestazioni di crisi monetarie ed economiche in genere, ovvero che le persone sono costrette a “svendere” a quale mercato saremo costretti a rivolgerci???
    Da che mondo e mondo l’Arte è così, oggi la possiedi domani non è più tua, in questa temporalità non so chi ci ha guadagnato!!!
    Rimane a questo punto la cosa più bella a mio avviso, quella di aver vissuto con l’opera il periodo più entusiasmante e passionale, poi per il resto ci penserà il tempo a dire cosa ne sarà!!!
    In ultima analisi mi piacerebbe analizzare maggiormente il MKTG CULTURALE che a mio avviso, fermo restando la riconosciuta scientificità, nel settore dell’arte dovrebbe fare un passo indietro, o meglio, è necessario a monte una educazione all’arte, alla conoscenza degli artisti, dei movimenti, dei gruppi, dei periodi, delle generazioni, perché solo dopo aver trasferito queste conoscenze l’utente sarà più coinvolto nel sistema MERCATO, viceversa ascolterà le “sirene”, quelle “sirene” che un giorno smetteranno di cantare, allora lì ne vedremo delle belle!!!
    La discussione è davvero intrigante, ci sarebbe tanto da dire, ma lasciamo spazio ad altri interventi che sicuramente offriranno ulteriori contributi.
    Un caro saluto, Daniele

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      I prezzi vertiginosi di molte aste sono certamente dovuti anche alla globalizzazione che ha aumentato il numero dei ricchi e, di conseguenza, la quantità di capitale presente sul mercato di fascia alta. Il fatto che dopo 50 anni le quotazioni di alcuni artisti siano cresciute, non deve meravigliare. E’ un fatto che, se si vuole, si lega ancora ai vecchi (e sani) tempi di valorizzazione di una volta. E’ quello che è successo con l’arte italiana che solo dopo aver ottenuto, ormai 15 anni fa, il riconoscimento del grande pubblico, ha avuto poi anche quello del mercato internazionale raggiungendo vette una volta impensabili (parlo delle Italian Sales). Chi compra arte per investimento? Ormai molti, magari in pochi lo fanno solo per quel motivo, ma è una delle caratteristiche del nuovo collezionismo del XXI secolo. Giusto? Sbagliato? Non saprei, ma non immagini quante persone (in particolare tra i 35-40 anni) mi scrivono per avere consigli su chi investire i propri risparmi. Poi, io la vedo come te: amo l’arte e mi piace circondarmi di opere, ma il collezionismo – proprio come l’arte e il suo mondo – è sempre uno specchio fedele del tempo e della società in cui si vive. Che dire: a ognuno il suo collezionismo! D’altronde il mondo è bello perché è vario.
      Buon serata
      Nicola

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