Istat: nel 2014 il 72% degli italiani non è mai entrato in un museo

Gli Italiani non visitano i musei. Quali sono le variabili per cui questo accade in Italia e che ruolo ha la didattica dell’arte nel nostro paese? Chi crede in essa e alla sua reale capacità di poter modificare questa situazione?
Gli Italiani non visitano i musei. Quali sono le variabili per cui questo accade in Italia e che ruolo ha la didattica dell’arte nel nostro paese? Chi crede in essa e alla sua reale capacità di poter modificare questa situazione?

Secondo i più recenti dati Istat il 72% degli italiani non è mai entrato in un museo o in una mostra nell’ultimo anno. Questo semplice dato, commentato da Ledo Prato (presidente dell’associazione Mecenate 90) in occasione di TTG Incontri, conferma la debolezza del nostro patrimonio culturale – un immenso tesoro che continua a rimanere parzialmente nascosto. Un bacino di ricchezze non ancora adeguatamente valorizzato e che, soprattutto, non comunica o comunica ancora troppo poco.

Fonte: Istat, Indagine multiscopo sulle famiglie "Aspetti della vita quotidiana"

“Persone di 6 anni e più che hanno visitato musei e mostre almeno una volta negli ultimi 12 mesi per regione Anno 2014 (per 100 persone con le stesse caratteristiche) “. Fonte: Istat, Indagine multiscopo sulle famiglie “Aspetti della vita quotidiana”

I musei, come tutti sappiamo, non sono soltanto le sedi che accolgono e conservano le opere d’arte, ma hanno, nell’insieme delle funzioni che svolgono, un valore educativo fondante che si traduce nella capacità di rendere i beni accessibili a chiunque. Rendere fruibile un’opera, però, non vuol dire necessariamente renderla comprensibile ai più. Qui entra in gioco la didattica dell’arte. Intendendo con essa l’insieme di strumenti e metodologie finalizzati al raggiungimento dell’obiettivo appena esposto.

 

C’era una volta la “didattica dell’arte”

 

Emersa in Italia nel secondo Dopoguerra, la didattica dell’arte raggiunse livelli molto alti soprattutto tra gli anni Cinquanta e Settanta. Nel clima di generale rinascita che caratterizzò quel ventennio, i più importanti musei italiani, guidati da lungimiranti direttori, si adoperarono per formulare nuovi programmi che avvicinassero e coinvolgessero maggiormente la popolazione. Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, al Museo Poldi Pezzoli di Milano, alla Galleria degli Uffizi e alla Galleria Borghese, alla Pinacoteca di Brera si studiarono i primi strumenti di indagine per comprendere i problemi di approccio al museo (legati in particolare ai bambini e ragazzi), analizzando interessi e bisogni di cultura, si produssero le prime schede critiche delle opere, si adottarono nuovi metodi per svolgere le visite guidate, magari gratuite e di domenica mattina. Nel 1969 fu istituita presso il Ministero della Pubblica Istruzione la Commissione per la didattica dei musei e così nacquero i dipartimenti di educazione.

Nel 1971, poi, si tenne a Roma un convegno di fondamentale importanza: “Il museo come esperienza sociale”, perché in fondo è di questo che si sta parlando. Quando si varca la soglia di un museo, infatti, non si è soltanto di fronte ad una serie di nozioni nuove da apprendere e di opere da guardare, ma si dovrebbe avere la possibilità di compiere un percorso di trasformazione anche fermandosi di fronte ad una sola opera. La didattica dell’arte attraverso i laboratori, sfruttando l’interazione (intesa come azione che sia anche partecipazione) e la multisensorialità, non soltanto si concentra sulla trasmissione di contenuti, ma cerca di mettere in pratica, e dunque sviluppare, una serie di abilità inerenti ad esempio le tecniche artistiche. L’importanza ovviamente non risiede nel manufatto creato, ma nel processo attivato per realizzarlo, che avrà condotto alla sviluppo di capacità creative, immaginative, relazionali, progettuali fondamentali non solo nel processo di crescita del bambino ma anche nella vita quotidiana dell’adulto. Esistono infatti percorsi e attività mirate per ogni fascia di età, sfatando il mito che queste siano “cose da bambini”.

Le dinamiche del gioco (artisti come Bruno Munari e Maria Lai lo hanno ampiamente dimostrato) continuano ad essere un mezzo insostituibile per catturare l’attenzione e la curiosità, ancora una volta, più dei grandi che dei piccoli. Perché bisogna dirlo: camminare per ore in sale stipate di opere con l’ausilio delle audioguide o delle più recenti e innovative app funziona, ma fino a un certo punto. Bisogna mettersi all’opera e fare – “fare per capire” appunto – affinché ci sia un reale lascito da parte del museo. L’emozione, l’immaginazione e la progettualità sono le chiavi che la didattica museale ha e con le quali potrebbe sovvertire il dato iniziale. Ma chi crede ormai in queste cose?

 

La situazione oggi

 

Oggi, tutti i più importanti musei dispongono di validi dipartimenti di educazione, ma spesso questi ultimi sono costretti a lavorare in condizioni estreme: con pochissimi fondi e in situazioni di precariato perenne riescono a offrire un servizio didattico che, portato avanti grazie alla passione del personale che vi lavora, inevitabilmente risente di tali ristrettezze. Fatta eccezione per alcuni casi particolari di eccellenza, l’esperienza comune sembra evidenziare che nel nostro Paese il ruolo dell’edutainment museale sia ancora scarsamente diffuso.  Una delle motivazioni che portano a questo risultato è una riflessione vera per il sistema museale, ma non solo: i fondi destinati all’educazione molto spesso sono i primi a venir tagliati quando c’è bisogno di restringere il budget. In altre parole, agli occhi di chi gestisce un museo è sempre più importante fare mostre belle che assicurarsi che le stesse possano essere veramente comprese da tutti.

E qui c’è l’errore di una classe culturale che di manageriale ha spesso soltanto i titoli della stampa generalista: l’edutainment non solo rappresenta per il museo una delle più forti leve per l’engagement con i fruitori, ma permette anche di conoscere, apprezzare e fidelizzare il proprio pubblico. Detto in altri termini: conosci il tuo cliente, capisci le sue esigenze, e sulla base di queste rendi piacevole il consumo dei tuoi beni e/o servizi. Ai più questa visione potrà sembrare eccessivamente liberista, ma sfido a mantenere una posizione contraria ad essa dopo aver visitato un museo o un luogo della cultura con un operaio, un anziano, una casalinga che ha come consumi culturali principali le ore medie trascorse davanti a programmi televisivi di dubbia qualità.

Se il dibattito pubblico è “perbenisticamente” unanime nello stabilire che un vero cambiamento ci sarà quando si deciderà di ridare alla formazione il ruolo fondante che le spetta nella società civile, sono meno chiari i criteri con cui questo debba avvenire: esperienze interessanti, nazionali ed internazionali, esistono, ma non tutte necessariamente copia-incollabili sulle realtà locali, ma comunque fonte di stimoli. Certo, la scarsità di risorse è un “allegro” che unisce tutti gli operatori culturali, ma vorrei ricordare che la “scarsità di risorse” è il principio alla base della nascita dell’Economia. Potrà piacere o meno: di sicuro motivare la mancanza di appeal con la scarsità di risorse è una strada che sinora ha portato a poco.

(Articolo aggiornato il 03/11/2015 ore. 23.29)

Nota per il lettore

L'articolo è stato scritto in collaborazione con la dott.ssa Maria Grazia Battista

© 2015 – 2016, Collezione da Tiffany. Tutti i diritti riservati.

12 Commenti

  • tizleo ha detto:

    Sconcertante per certi versi, ma anche un terreno vergine tutto da coltivare!

  • Stefano Armellin ha detto:

    Stefano Monti, é innovativo per l’Italia e il Mondo il mio post : 1. Educare con l’arte : La Figlia del Vesuvio su http://armellin.blogspot.com giusto per dire che siamo sempre all’avanguardia. Questo post va comunque integrato dal libro di Abravanel e D’Agnese, La ricreazione é finita, scegliere la scuola, trovare il lavoro. SA

  • Adrian ha detto:

    Questo vizio di non lasciare mai una fonte….
    E’ davvero così difficile inserire un link all’origine del dato a cui si fa riferimento?

    • Nicolò Calabro ha detto:

      Ma le tabelle del MIBACT che ha appena linkato non dicono nulla riguardo quello che è il titolone dell’articolo. Il dato del 58% proprio non si capisce

      • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

        Vero, il dato, infatti è stato analizzato da Ledo Prato, presidente di Mecenate 90, che lo ha divulgato durante un workshop su turismo e cultura che si è in occasione di TTG incontri come riportato anche dall’articolo “Turismo e Cultura, Italia un patrimonio ancora debole“. L’articolo del dott. Monti è un commento che parte da questo dato e vuole far riflettere sulla situazione del nostro patrimonio che, se adeguatamente valorizzato, potrebbe essere una vera risorsa per il nostro Paese. E’ vero, però, che il link alle tabelle dice poco. Il problema è che l’analisi di quei dati è stata pubblicata in un testo dell’Istat di recente pubblicazione, ma al momento non scaricabile dal sito per un problema tecnico. Appena sarà disponibile sarà mia premura pubblicarlo e condividerlo con tutti i lettori. Intanto, per correttezza nei confronti di chi legge, è stato aggiunto nell’incipit un riferimento più chiaro alla fonte (ossia Prato) che ha divulgato la notizia anche se sempre su base dati Istat. Lo scenario non cambia e il titolo è corretto, ma effettivamente mancava un elemento che l’avvalorasse. Adesso spero che l’informazione sia più completa.

          • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

            Dovere. Anzi, mi scuso con lei e tutti i lettori (cosa che nella fretta di rispondere non avevo fatto prima) per l’iniziale omissione. Grazie per averci “richiamati all’ordine”, la vostra attenzione ci permette di migliorarci ed è un contributo prezioso.

          • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

            Come promesso ho inserito nell’articolo la mappa dell’indagine Istat relativa alle “Persone di 6 anni e più che hanno visitato musei e mostre almeno una volta negli ultimi 12 mesi per regione – Anno 2014 (per 100 persone con le stesse caratteristiche)”. La situazione, peraltro, è peggiore di quella descritta da Ledo Prato: nel 2014 è addirittura il 72% degli italiani a non aver mai visitato un museo o una mostra. Il precedente dato (58%), si riferiva infatti ad uno studio pubblicato nel 2015 ma relativo a dati 2011. Direi che la situazione si sta deteriorando sempre di più.

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Abbiamo aggiornato l’articolo con un dato ancor più recente da quello usato inizialmente. La situazione, come può vedere dalla grafica dell’Istat, è ancora peggiore di quanto inizialmente descritto: nel 2014 il 72% degli italiani non ha visitato né una mostra né un museo. Il precedente dato (58%) era riferito ad uno studio, sempre dell’ISTAT, pubblicato qualche settimana fa ma su base dati 2011.

  • lauranorci ha detto:

    Sicuramente l’accessibilita’ dei materiali nei musei e’un problema anche di fondi. Non sono purtroppo sicura che assegnare fondi sufficienti cambi di molto la situazione del numero di persone che accedono ai musei. Ancorche’ la presentazione accessibile e magari interattiva e’ essenziale occorrerebbero misure a piu’largo spettro per convincere coloro che non sono mai stati in un museo. Coinvolgere di piu’ le scuole naturalmente e’ una cosa ovvia ma e’solo un problema di fondi nei musei? O un problema piu’ampio dove anche la scuola necessita sia dei fondi che delle risorse umane. Ugualmente il coinvolgimento degli anziani. Voglio dire che e’necessaria una azione ad ampio raggio che concerne si’ i fondi ma anche e sopratutto le strategie.

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Verissimo. Il caso riportato è solo la punta di un iceberg, ma è specchio di un paese dove da troppo tempo manca una politica culturale, la cito, “ad ampio raggio”. Parlando della scuola, ad esempio, da padre di tre figli vedo ogni giorno che tutto è demandato solo alla buona volontà del singolo insegnante. Se trovi quello giusto porta i ragazzi nei musei o alle mostre, altrimenti ci deve pensare la famiglia, ma una “buona scuola” (tanto per citare il Matteo nazionale) dovrebbe sopperire anche alle carenze culturali delle famiglie. Ma questo non avviene e il buon livello di culturale dei nostri figli, più che ai programmi, è legato ad una specie di lotteria che li spedisce in una sezione migliore o in una peggiore. Detto questo, la mancanza di fondi è un problema, ma lo è ancor di più la mancanza di progettualità e di idee. Anche se i dati non sono confrontabili, perché nascono da basi diverse, mi ha colpito, ad esempio, la notizia che nel 2014 sono stati 21 milioni gli italiani che hanno visitato i musei londinesi segnando un nuovo record. Probabilmente sono gli stessi italiani che visitano anche i nostri, ma forse no. Sarebbe interessante approfondire l’indagine e capire come cambiano, in termini di consumi culturali, le “abitudini” dei nostri connazionali a seconda che si trovino in Patria o all’estero.

  • Stefano Armellin ha detto:

    Chiaramente parliamo di visite fisiche, in quel 72% di assenti sul posto ci sarebbe da togliere i fruitori della mia mostra on line ad esempio, e di tutto quanto sui media viene trasmesso…abbasserei l’età d’ingresso, il 24 ottobre 2015 agli Scavi di Pompei ho visto una mamma che camminava fra le rovine allattando suo figlio al seno, visitatore anch’esso, idem mia figlia quando é nata nel 2001, vanta inoltre una presenza permanente in loco, visto che ho nascosto il suo ombelico in un muro di Villa dei Misteri, qui al Sud si sostiene che influenza la vita di famiglia, infatti ho fatto poi La Madonna del Vesuvio (2007-2009), La Figlia del Vesuvio (2015), e lì a Villa dei Misteri a pochi metri dall’ombelico nascosto, mi ha intervistato Rai Tg1 (Pasqua 2015) ; SA http://armellin.blogspot.com

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