Da Kosuth a Schnabel, nuove mostre a New York

Una vista della mostra "Joseph Kosuth - Existential Time" da Sean Kelly a New York

Dopo il lockdown e la parziale riapertura (quasi esclusivamente su appuntamento) a partire dallo scorso agosto, le gallerie di New York, passata anche l’estate, ricominciano a sgranchirsi con proposte interessanti.

Diversi spazi tuttora richiedono ufficialmente un appointment ma in realtà, se non affollati al momento (cosa generalmente piuttosto rara, al di fuori delle inaugurazioni), fissano l’appuntamento anche in tempo reale al visitatore.

Riprendiamo quindi finalmente le nostre incursioni nel mondo dell’arte newyorkese, partendo da Sean Kelly (475 Tenth Avenue) che propone fino al 24 ottobre una mostra/installazione di Joseph Kosuth: Existential Time.

Joseph Kosuth. One and Three Chairs. 1965 | MoMA

La ricerca di Kosuth, da sempre incentrata sul linguaggio verbale e le sue interazioni con l’opera d’arte in un continuo rispecchiarsi di significati, significanti e referenti (forse la sua opera più celebre è One and Three Chairs del 1965, che accosta una sedia reale, una fotografia di quella sedia e il testo di un dizionario con la definizione della parola sedia), si volge in quest’occasione ad esplorare la natura del tempo, nella sua duplice declinazione bergsoniana di tempo misurabile (spazializzato) e durata interiore.

Lo fa con un’elegante installazione che accosta citazioni da varie fonti letterarie (non esplicitate se non dalle iniziali degli autori) a orologi analogici le cui lancette girano a velocità diverse.

Sulla parete di sinistra le frasi, realizzate con tubi al neon, sono accompagnate da orologi dall’andamento accelerato, mentre sulla parete di destra gli orologi (a velocità normale) inglobano le stesse citazioni. Ne riporto alcune:

I am the story which happens to me. R.B.

[Sono la storia che mi accade]

She wanted to die, but she also wanted to live in Paris. G.F.

[Voleva morire, ma voleva anche vivere a Parigi]

If you add infinity to infinity, you get infinity. R.B.

[Se sommi infinito a infinito, il risultato è infinito]

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Joseph Kosuth – Existential Time #19, 2020

Le uniche due citazioni esplicitate (da Nietzsche e Antonio Porchia) accompagnano invece le foto sulla parete di fondo, che ritornano al tema del nominalismo e dell’esistenza reale delle cose.

Come spesso nei lavori di Kosuth, l’eleganza e la stilizzazione sono il distillato di una riflessione concettuale degna di questo nome, testimone il ritmo delle uscite pubbliche dell’artista, molto meno frequenti della media degli artisti à la page di oggi.

Deludente invece la collettiva Drawing 2020 in corso (fino a dicembre) alla Gladstone Gallery nella sede di 530 West 21st Street. Nel 2000 la galleria aveva presentato una mostra intitolata 00, che intendeva esplorare la creatività legata al disegno all’affacciarsi del nuovo millennio.

Una vista di “Drawing” alla Gladstone Gallery

Nel ventennale di quella mostra, e nel pieno della situazione eccezionale creatasi con la pandemia, si è voluto nuovamente indagare la vitalità di questo medium che spesso esprime l’essenza della ricerca in corso degli artisti.

Bella, in linea di massima, anche l’idea di un’esposizione/installazione che si ispira alle quadrerie settecentesche, con una sorta di horror vacui sulle pareti.  

Ma nonostante tutto questo, e la partecipazione all’operazione di molti artisti di primo piano (da Ed Ruscha a Alex Katz, da Cecily Brown a Richard Prince, da Matthew Barney a Rirkrit Tiravanija…), il risultato assomiglia più a un saggio di secondo anno di un’accademia d’arte che alla mostra che era lecito aspettarsi.

Moltissimi “esercizi di stile” un po’ sterili, diverse opere insulse, pochissime quelle davvero degne di nota, tra cui Salzburger Schwarz di Georg Baselitz, House in Okayama proposal di Philippe Parreno (magnifica china) e i bei ritratti di Thomas Schütte. Su 120 artisti, alcuni di loro presenti anche con più di un lavoro, non è molto…

La mostra di Julian Schnabel alla Pace Gallery

Tra gli eventi espositivi in corso nelle sedi della Pace Gallery, infine, vale la pena visitare la mostra di Julian Schnabel The Sad Lament of the Brave, Let the Wind Speak and Other Paintings (510 West 25th Street, fino al 24 ottobre), che riprende la personale che nel marzo scorso dovette chiudere i battenti, causa pandemia, poco tempo dopo l’inaugurazione.

Sono esposti undici lavori dell’artista, sei dei quali mai esposti in precedenza: caratteristica della maggior parte di essi è il supporto costituito da tela usata in origine come copertura di un mercato messicano, montata su intelaiature sagomate in maniera irregolare.

La base in rosa incarnato, su cui grandi pennellate materiche e getti di vernice disegnano belle figurazioni astratte, ci restituiscono la poetica gestuale e la sperimentazione sui materiali che caratterizzano il miglior Schnabel.