La pittura “mobile” di Nazzarena Poli Maramotti

Nazzarena Poli Maramotti nel suo studio di Norimberga dove, attualmente, vive e lavora.
Nazzarena Poli Maramotti nel suo studio di Norimberga dove, attualmente, vive e lavora.

Vincitrice del Premio Euromobil 2014, Nazzarena Poli Maramotti (n. 1987) è una pittrice autentica la cui indagine, come ha scritto Rossella Moratto, «esplora i generi tradizionali – figura, paesaggio, natura morta – con costanza, sviscerando le possibili relazioni di forma e colore, tonalità e luce, densità e leggerezza della materia, sperimentate nell’esperienza della pratica pittorica». Un’indagine che la caratterizza fin dagli esordi, nei primi anni 2000, e che è alla base di un lavoro che colpisce per l’elegante naturalezza con cui coniuga cultura e innovazione, reinterpretando suggestioni del passato e confermando l’attualità e l’urgenza del linguaggio pittorico.  Ma la carriera di un artista è fatta anche di verifiche e proprio da questa necessità nasce Wanderdüne 57°38’53”N 10°24’22”E, progetto espositivo presentato dalla galleria A+B di Brescia che prende il nome dalla più grande duna mobile nordeuropea, situata in Danimarca.

Una vista della mostra Wanderdüne 57°38'53''N 10°24'22''E presso A+B galleria, Brescia.

Una vista della mostra Wanderdüne 57°38’53”N 10°24’22”E presso A+B galleria, Brescia.

Un’enorme massa di sabbia che si sposta incessantemente, sospinta dal vento, di circa 18 metri all’anno, trasformando costantemente il paesaggio e presa dall’artista come metafora “naturale” della sua ricerca artistica che nella mostra bresciana conclusasi sabato scorso, ha trovato, appunto, un momento di verifica e di rilettura della propria opera. Il progetto Wanderdüne 57°38’53”N 10°24’22”E, infatti, come mi spiega Nazzarena, è nato da una vera e propria presa di coscienza: «All’interno della mia ricerca, talvolta molto sfaccettata ed eterogenea pur rimanendo nell’ambito della pittura, ho individuato –  racconta l’artista – un filone di opere particolarmente “sinergiche” e in dialogo tra loro che abbiamo selezionato per la mostra. Presentarle assieme fa emergere un discorso che affonda le proprie radici in lavori precedenti che stavano “aspettando” il momento per potersi lasciar comprendere all’interno di un progetto organico più ampio».

Nicola Maggi: Ti riferisci a Ohne Titel del 2013 e Muta del 2014, immagino…

Nazzarena Poli Maramotti: «Esattamente, sono due lavori molto importanti per me. Dato questo lento stratificarsi di epifanie che hanno luogo nella mia ricerca e che ne determinano l’avanzamento e l’evoluzione, la scoperta dell’esistenza del fenomeno delle dune mobili e in particolare di questa, la Råbjerg Mile, che appunto abbiamo scelto come titolo per la mostra, è stato come trovare una corrispondenza ideologica nella natura. L’avanzare lento della sabbia investe ciò che gli si presenta davanti inghiottendolo e rielaborandolo, generando nuove identità e la duna stessa, formata da granelli che mai si troveranno nello stesso punto di un minuto prima, si trasforma completamente pur rimanendo se stessa».

Nazzarena Poli Maramotti, Muta, 2014, olio su tela, 100x80cm, courtesy A+B, Brescia. Foto Sala Davide

Nazzarena Poli Maramotti, Muta, 2014, olio su tela, 100x80cm, courtesy A+B, Brescia. Foto Sala Davide

N.M.: Si arriva poi a Dirupo e Ohne Titel (Blu), entrambi del 2015, che rappresentano un po’ dei punti di svolta nella tua produzione, ma anche delle aperture verso possibili sviluppi futuri…

N.P.M.: «In Ohne Titel del 2013 si percepiscono già le premesse che poi verranno riprese da Muta nel 2014 e che raggiungeranno il punto di maturazione con Dirupo e Ohne Titel (Blu), che sono stati i due lavori coi quali mi si è palesato questo movimento costante e continuo. Punti nuovi e allo stesso tempo esistenti da sempre. Riguardo ai possibili sviluppi futuri è certo che i due lavori che abbiamo citato ora saranno fondamentali, ma nemmeno io so definire in questo momento ciò che verrà. Probabilmente ci sono anche altri elementi del passato che stanno consciamente o inconsciamente “covando”, aspettando di prendere coscienza e tornare a galla travolgendo, inghiottendo e modificando il punto in cui è ora la duna, portando il lavoro a un nuovo stadio. La mia pittura, almeno fino a ora, è abbastanza incompatibile con la progettualità, nel senso che più che con piani per il futuro ho a che fare con prese di coscienza del passato».

Nazzarena Poli Maramotti, Ohne Titel (Blu), 2015, olio su tela, 120x100cm. Courtesy A+B, Brescia. Foto Sala Davide

Nazzarena Poli Maramotti, Ohne Titel (Blu), 2015, olio su tela, 120x100cm. Courtesy A+B, Brescia. Foto Sala Davide

N.M.: Nella tua indagine artistica esplori molti generi tradizionali, come il ritratto, il paesaggio, la natura morta, che rileggi attraverso una forma di astrazione che ha radici lontane. Ci dici qualcosa del tuo approccio alla pratica pittorica?

N.P.M.: «Volendo vedere la pratica pittorica come il “fare pittorico”, il mio approccio nei suoi confronti è quello che si ha verso una Disciplina. Il dipingere ha bisogno dei suoi tempi materiali che si devono integrare con quelli di chi lo pratica, anzi, devono diventare quelli del pittore per evitare il contrasto. Nel mio approccio non c’è nulla di meccanico o automatico e ogni quadro è una storia e una lotta a sé. Se mi rifaccio ai generi tradizionali della pittura è perché, volente o nolente, da pittori ci si trova a fare i conti con la Pittura, sia essa contemporanea o passata. Di fronte alla Pittura si può reagire in molti modi, sia negandola che abbracciandone la tradizione, in ogni caso ognuno prima o poi si pone la domanda che riguarda la propria posizione all’interno di essa».

Nazzarena Poli Maramotti, Ohne Titel (Tiepolo), 2013, olio su tela, 200x150cm. Collezione privata. Foto Mauro Prandelli

Nazzarena Poli Maramotti, Ohne Titel (Tiepolo), 2013, olio su tela, 200x150cm. Collezione privata. Foto Mauro Prandelli

N.M.: Ed è un po’ quello che hai fatto in opere come Tiepolo o la Crocifissione di Pietro in cui di confronti a viso aperto con l’arte del passato… 

N.P.M.: «L’arte del passato è una miniera infinita dalla quale attingere. Le opere che tu citi fanno parte di un ciclo di lavori nei quali ho avvertito il bisogno di un confronto più diretto con la storia, portandola nella mia sfera d’azione e facendola mia, per così dire. L’obiettivo non era quello di legarmici a filo doppio, ma di capire come muovermici assieme in maniera più libera».

N.M.: Cosa c’è dopo Wanderdüne 57°38’53”N 10°24’22”?

N.P.M.: «Dopo Wanderdüne? Ne riparliamo tra qualche mese».