LA PRATICA DELLA CONSERVAZIONE DELLE OPERE D’ARTE

La pratica della conservazione delle opere d’arte si concretizza in una scelta metodologica ben precisa che passa attraverso la definizione di svariate attività che concorrono tutte alla salvaguardia e alla protezione della materia di cui sono fatte le opere.

Così, una corretta ed efficace attività di conservazione può tradursi anche solo nel mettere in atto misure di piccola entità o nell’attuare corrette abitudini per tardare il più possibile (o, meglio ancora, evitare del tutto) il degrado delle opere.

Ma cosa si intende per Conservazione di opere d’arte? Di per sé il verbo conservare può essere definito come “tenere una cosa in modo che duri a lungo, che non si guasti” e ciò si può applicare perfettamente anche all’attività di cura delle opere d’arte attraverso la messa a punto di una serie di buone pratiche.

Secondo il Codice dei beni culturali e del paesaggio, che ne da una definizione puntuale, “la conservazione è assicurata mediante una coerente, coordinata e programmata attività di studio, prevenzione, manutenzione e restauro”.

Tutte queste operazioni hanno l’obiettivo fondamentale di minimizzare, per quanto possibile, gli effetti del degrado della materia delle opere d’arte; alcune di queste sono propedeutiche alle altre, alcune più invasive, altre meno. Alcune sono definite come dirette, altre invece agiscono indirettamente sull’opera.

La prima e fondamentale attività indiretta, per un monitoraggio costante dello stato di conservazione delle opere, è senz’altro il suo studio attraverso la documentazione. Ogni opera deve essere analizzata nella sua veste materica in modo da prevenirne criticità e gestirne eventuali spostamenti.

Uno strumento certamente utile per documentare compiutamente lo stato conservativo di un’opera è il condition report, documento utilizzato anche a livello istituzionale che rappresenta una sorta di cartella clinica dell’opera, destinato ad accompagnarla durante tutta la sua vita e a “raccontarne” lo stato di salute a partire da un preciso momento.

Di solito, esso viene redatto durante l’analisi dello stato di conservazione dell’opera, spesso in occasione di un suo spostamento, di un allestimento o prima di un intervento di restauro e contiene, in particolare, le immagini dell’opera, i suoi dati anagrafici e di contesto, così come ogni dettaglio sulla tecnica esecutiva e sullo stato di salute del manufatto. Accompagnando materialmente l’opera, tale documento potrà quindi essere consultato – traendone informazioni utili – dai diversi professionisti che dovranno occuparsi dell’allestimento, della movimentazione, gestione e ovviamente conservazione dell’opera.

Una volta analizzata la collezione nel suo dettaglio, sempre sul piano delle attività conservative indirette, si potrà agire sull’ambiente circostante che inevitabilmente interagisce con la materia di un’opera. Si cercherà, così, di creare e mantenere un equilibrio ambientale in grado di garantire la corretta convivenza di più opere differenti in uno stesso ambiente, ad esempio avendo cura di trovare la corretta disposizione delle opere e individuare la corretta temperatura, luce e umidità degli spazi per garantire la conservazione delle stesse.

Tutte queste azioni, volte a prendersi cura dell’opera senza sfiorarla, possono essere racchiuse in una specifica categoria di intervento, la cosiddetta conservazione preventiva che, come dice il termine, permette di conservare le opere attraverso processi di prevenzione del danno.

Tutte le misure e le azioni preventive, infatti, vengono svolte costantemente in modo da limitare il futuro deterioramento dei manufatti e degli ambienti che li custodiscono e ridurre significativamente anche il numero e l’invasività di eventuali interventi diretti.

Venendo invece alle operazioni dirette sulle opere, la prima (e più “discreta”, ma quanto mai importante) è la manutenzione: essa è costituita dal complesso delle azioni conservative dirette che, pur implicando un contatto fisico con l’opera, non ne modificano la consistenza fisica e chimica.

Come per la manutenzione di qualsiasi oggetto, dalla propria auto ad un orologio da polso, anche per le opere è necessario verificare l’integrità e la funzionalità di ciascun pezzo, ponendo in essere interventi minimi e non invasivi per allontanare il più possibile gli agenti di degrado. In particolare, esistono due tipi di manutenzione: la manutenzione ordinaria e quella straordinaria.

Come enunciano i termini stessi, nel campo della conservazione, per manutenzione ordinaria si intende il complesso di operazioni costanti e ripetute periodicamente nel tempo, volte a mantenere invariato lo stato di conservazione delle opere (a volte si tratta di semplici spolverature, altre volte serve oleare ingranaggi o sostituire cespi di insalata o altri elementi organici da installazioni di arte contemporanea).

Nella manutenzione straordinaria, invece, rientrano tutti quei piccoli interventi che in genere non si ripetono e che si rivelano necessari a seguito di incidenti di poco conto come cadute di colore, micro lacerazioni o sollevamenti di strati pittorici. Tali fenomeni di degrado non implicano la necessità di un vero e proprio intervento di restauro ma richiedono interventi micro invasivi che possono molto spesso essere svolti direttamente nel luogo dove l’opera è collocata e che richiedono poco tempo.

Da ultimo, laddove a causa di eventi accidentali o del semplice passare del tempo, la prevenzione e la manutenzione non siano più in grado di assicurare la salvaguardia e una perfetta conservazione dell’opera, sarà necessario ricorrere ad un’operazione più invasiva e diretta: il restauro.

Questa attività agisce direttamente sull’elemento materico di un’opera e, attraverso operazioni specifiche, interviene sulla natura fisica e chimica dell’oggetto, ripristinandone l’integrità materiale e proteggendolo il più possibile da eventi dannosi futuri. Così, può succedere che il semplice trascorrere del tempo porti all’ingiallimento della vernice di un quadro o che un evento straordinario si abbatta su una collezione (incendio, allagamento): in questi casi, evidentemente, nessuna azione indiretta sarà più sufficiente e l’opera dovrà dunque essere trasportata nel laboratorio di restauro per essere sottoposta a tutte le cure necessarie per riportarla al suo fasto originale.

Il restauro è dunque considerato e messo in atto come ultima risorsa, come extrema ratio per arrestare i processi di degrado dell’opera. Inoltre, questo intervento sarà, in sé solo, con ogni probabilità, insufficiente a garantire la corretta conservazione di un’opera se non verrà seguito da pratiche di conservazione e manutenzione idonee al momento della ricollocazione dell’opera nel suo allestimento originale.

Come sapientemente affermato dal dott. Giorgio Bonsanti a Napoli durante il VII convegno nazionale dell’IGIIC (Gruppo italiano dell’International Institute for Conservation) “se vi può essere conservazione senza restauro, non è pensabile il contrario, un restauro senza conservazione”.