L’affaire Manzo (diamo a Cesare quel che è di Cesare)

Cesare Manzo in una foto degli anni '80

New York, 04 giugno — In un recentissimo articolo su “Collezione da Tiffany”, l’avvocato Angela Saltarelli ricordava che «i falsi nel mercato dell’arte sono, purtroppo, in continuo aumento. Nel 2014, il Fine Art Expert Institute di Ginevra stimava che quasi metà delle opere in circolazione fossero false o erroneamente attribuite, e nel 2018 il Comandante della sezione Falsificazione ed arte contemporanea del Comando Carabinieri Tutela patrimonio culturale rendeva noto come quasi il 70% del mercato dell’arte contemporanea in Italia fosse costituito da falsi».

Apprendo qui negli Stati Uniti, tramite un’amica, della condanna da parte del Tribunale di Pescara del gallerista Cesare Manzo a due anni e due mesi di carcere, per aver falsificato e venduto delle opere della serie Frattali di Michelangelo Pistoletto. L’inchiesta era partita ufficialmente nel 2014, dopo la denuncia presentata dall’artista al Nucleo Carabinieri Tutela patrimonio culturale di Torino, ma già dal 2011 era iniziato il sequestro di falsi Frattali presso gallerie, case d’asta e singoli collezionisti in tutta Italia.

Nella conferenza stampa tenuta al proposito, Pistoletto ha raccontato: «La scoperta è avvenuta quando continuavano ad arrivare delle richieste di autentica di questi Frattali e io firmavo… anzi, a volte ho persino telefonato al gallerista per dire: “Ma sei sicuro che questo lavoro, mandato in una foto, l’ho fatto io, è autentico?”. E lui diceva: “Sì, sì: è autentico”. E poi a un certo momento, quando hanno superato le decine, abbiamo cominciato veramente a preoccuparci, sia io che la Cittadellarte che in qualche maniera fa da garanzia al mio lavoro».

La maggior parte delle opere false era stata acquistata molto tempo prima, a metà degli anni Duemila. L’intera vicenda avrebbe rischiato dunque di finire in prescrizione se nel 2016, a Pescara, non fossero stati rinvenuti e sequestrati, nei locali della galleria d’arte di Manzo, alcuni falsi Frattali.

Michelangelo Pistoletto

La prima mostra di questa serie di opere aveva effettivamente avuto luogo proprio in quella galleria nel settembre del 2000 (chi scrive l’aveva visitata). Venne redatto un catalogo e poi, qualche tempo dopo, il gallerista chiese a Pistoletto di realizzare altri esemplari, di cui l’artista redasse anche le autentiche. Col tempo, però, iniziò il proliferare dei Frattali, e lo stesso artista ha raccontato di avere ricevuto richieste di archiviazione presso la sua Fondazione per oltre 300 presunte opere della serie, con la conseguenza peraltro del progressivo crollo del loro valore di mercato.

Le opere erano spesso accompagnate da un’autentica contraffatta. Molti collezionisti conoscono bene la vicenda, poiché la Fondazione Pistoletto iniziò a rifiutare l’archiviazione dei Frattali senza addurre spiegazioni, e del resto anche un semplice giro su e-Bay o altre piattaforme analoghe rendeva evidente l’imbarazzante quantità di opere della serie in circolazione, praticamente sempre accompagnate da un’autentica dell’Associazione Arte Nova, collegata alla galleria di Manzo.

Da quel che leggo, durante il dibattimento in tribunale, il legale dell’artista aveva sottolineato come una perizia grafologica avesse escluso la mano di Pistoletto nei numeri tracciati sulla superficie specchiante (la caratteristica dei Frattali, effettivamente non difficili da falsificare), ma che la grafia fosse comunque riconducibile a un’unica mano.

Alla fine si è accertato come in commercio circolassero circa 500 opere contraffatte (stima probabilmente per difetto); 115 quelle poste sotto sequestro in quest’ultima tornata, assieme ai timbri utilizzati per la realizzazione delle false dichiarazioni di autenticità.

Elegantemente, Pistoletto ha voluto chiosare: «Certo una vera sorpresa, anche perché con questo gallerista avevamo lavorato bene nel passato, aveva fatto delle cose di prestigio, non solo presentando il mio lavoro ma come gallerista, e quindi probabilmente deve essergli successo qualche cosa di grave per arrivare a fare un’operazione così tremenda. […] Forse aveva dei debiti».

Una vista della Galleria Cesare Manzo

Ho conosciuto Cesare Manzo nel 1992, e sono stato suo cliente per diversi anni — direi senza aver preso grandi fregature, stando alle opere acquistate presso di lui che successivamente hanno ottenuto regolari archiviazioni e quant’altro. Come ho raccontato in un vecchio articolo, Cesare è sempre stato un personaggio molto controverso, soprattutto a causa del suo disinvolto comportamento sul piano economico. Certo, ricco Cesare non lo è mai diventato. Che abbia scialacquato i suoi fors’anche lauti guadagni, o che abbia sempre dovuto rincorrere l’appianamento di debiti pregressi, alla fine ha dovuto chiudere la sua galleria e ritrovarsi a vivere con una pensione minima. Ma ognuno è artefice del proprio destino, e questo non vuole essere assolutamente un articolo in sua difesa, solo una riflessione a caldo su una vicenda che ha coinvolto una persona con cui in passato ho avuto un rapporto che potrei definire d’amicizia.

Paradossalmente, ricevuta la notizia della sua condanna, la mente mi è andata subito a un pomeriggio di tanti anni fa quando, entrando nella sua galleria, lo trovai raggiante e subito mi comunicò che aveva appena ricevuto un’imprevista visita da parte della Guardia di Finanza, che però non aveva riscontrato né irregolarità fiscali né di documentazione delle opere presenti in galleria. «Guarda che può capitare a qualsiasi gallerista, anche in buona fede, di ritrovarsi qualche falso rifilatogli da un mercante» — qui però lo si è dichiarato colpevole di essere lui stesso autore di falsificazioni!

Cesare Manzo è stato un anti-intellettuale, un praticone che il rapporto con l’arte l’aveva sviluppato sul campo, per passione. Ma anche un visionario, con sogni ambiziosi, capace di inventare in una culturalmente sonnacchiosa città di provincia una manifestazione, Fuori Uso, che portò a Pescara gran parte dei maggiori artisti contemporanei (in alcuni casi fungendo anche da trampolino di lancio per qualcuno di loro) e creò una formula — quella del recupero di spazi dismessi come sedi espositive — poi largamente ripresa e imitata in molte rassegne in Italia e all’estero. Una grandeurça va sans dire — accompagnata anch’essa da perennemente travagliate questioni economiche. «La mostra che non ho mai fatto? Quella con i soldi», dichiarò Manzo in un’intervista al quotidiano “Il Centro”, uscita il 16 gennaio 2011.

Manzo con Achille Bonito Oliva e Pietro Marino

Nella stessa intervista raccontava: «Scrivevo poesie e racconti. I concetti erano anche buoni, ma non sapevo scrivere e un giorno qualcuno ebbe il coraggio di farmelo notare. Prima aprii un’edicola in via L’Aquila e portavo personalmente i giornali nei paesi: un macellaio, in cambio del giornale, mi dava salsicce a prezzo scontato e un altro, in cambio del “Manifesto”, mi dava pezze di formaggio. Così la sera, con i miei amici, una cerchia di artisti, banchettavamo, e da cani sciolti di sinistra, discutevamo con entusiasmo, con grande confusione, la voglia di andare contro il potere: “Perché il figlio di un operaio non poteva andare all’università?”».

Folgorato dall’Arte Povera, nel 1967 apre la prima galleria. Poi, all’inizio degli anni Novanta: «Avevo un pallino: in Italia non c’era un museo d’arte contemporanea. E mi dicevo: ma un museo deve essere per forza una struttura pulita, ordinata? No, ed ecco l’idea di ridare vita a edifici abbandonati a cui davamo una ristrutturatina giusto per non farci cadere le pietre addosso. La ricetta era grandi artisti internazionali uniti a talenti abruzzesi, il tutto innaffiato da un fiume di vino di ultima categoria». Questo il personaggio, nel bene e nel male.

Cesare è risultato colpevole, certo. A me rimane comunque una sensazione di angustia per lui, senza per questo — ripeto — volerlo difendere o giustificare. L’ultima volta che l’ho incontrato è stato nel 2016, in occasione dell’ultimo, bel Fuori Uso organizzato a Pescara, a quattro anni dalla precedente edizione, un pochino a mo’ di omaggio nei suoi confronti da parte di colleghi e amici (a partire dal curatore Giacinto Di Pietrantonio): in una situazione di salute un po’ precaria, lo sguardo azzurro un tempo fiammeggiante ora sperduto, la grinta irruente che caratterizzava il personaggio mutatasi in una sorta di insicurezza…

Mi resta l’impressione amara di qualcuno che, inoltratosi in una giungla, ha poi preteso di volare — come Icaro, fino a bruciarsi le ali.

2 Commenti

  • armellin ha detto:

    …aggiungerei l’ingenuità del pistola cioé Pistoletto di firmare a distanza dell’opera autentica…i falsi continuano ad essere prodotti perché i soldi facili fanno comodo…

  • Roberto Comini ha detto:

    Lo conobbi nel 1978 a Napoli. Venne all’inaugurazione di una mia personale da Lia Rumma chiedendo in prestito un mio lavoro ed altre opere a Lia per allestire una grande mostra sull’arte concettuale a Pescara. La realizzò ma poi sparì. Dopo dieci anni mi scrisse per restituirmi il lavoro che gli avevo prestato divendomi, però, che non aveva i soldi per la spedizione. Gli dissi di tenerselo in segno di solidarietà. Non fu (non è) un disonesto, ma un pasticcione creativo senza talento commerciale. Spero che se la cavi.

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