L’arte come missione: il collezionismo di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo

Patrizia Sandretto Re Rebaudengo con il pittore Gerhard Richter
Patrizia Sandretto Re Rebaudengo con il pittore Gerhard Richter

Se da sabato scorso, nelle acque delle Gaggiandre, all’interno dell’area storica dell’Arsenale di Venezia, può veleggiare la S.S. Hangover di Ragnar Kjartansson è tutto merito suo e della fondazione che presiede. Stiamo parlando di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, collezionista, mecenate ma, soprattutto, innamorata dell’arte contemporanea tanto da averne fatto una vera e propria missione di vita, proiettandosi fin da subito nella dimensione pubblica del collezionismo. Dal 1995, infatti, la Fondazione che porta il suo nome si impegna a sostenere e promuovere l’arte contemporanea e avvicinare a questa un pubblico sempre più vasto.

Ragnar Kjartansson, S.S. Hangover, 2013.

Ragnar Kjartansson, S.S. Hangover, 2013.

Ultima “fatica”, appunto, l’appoggio, in qualità di donor, dato a Kjartansson perché potesse essere presente nel Palazzo Enciclopedico dell’Esposizione veneziana con l’opera S.S. Hangover: una nave a vela riadattata dall’artista partendo da un vecchio peschereccio degli anni Trenta, che per tutta la manifestazione solcherà, ad orari prestabiliti, le acque dell’arsenale e dai cui legni riecheggeranno nell’aria le note di una composizione per sei strumenti in ottone suonate da altrettanti musicisti. Un appoggio, quello dato dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo all’artista islandese, che sottolinea la volontà della sua presidente di promuovere l’arte contemporanea non solo attraverso l’attività espositiva ma anche tramite la committenza e produzione di opere nuove. Una visione, questa, che colloca, giustamente, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo tra i principali protagonisti della scena artistica contemporanea italiana e internazionale. Esempio di un collezionismo alto, che stimola la produzione  di qualità puntando sui giovani artisti e credendo nelle loro potenzialità; proteggendo l’arte, almeno nel suo momento creativo e gestazionale, dalle dinamiche commerciali e politiche. Ma da dove (e come) nasce tutto questo? Lo racconta, a Collezione da Tiffany, la diretta interessata: Patrizia Sandretto Re Rebaudengo.

Nicola Maggi: La sua “carriera” di collezionista inizia molto presto, già da giovanissima con una raccolta di portapillole se non erro…

Patrizia Sandretto Re Rebaudengo: «Collezionare fa parte del mio Dna. Da piccola raccoglievo scatoline portapillole, tutte catalogate con gran rigore e numerate pazientemente su un piccolo quaderno».

Patrizia Sandretto Re Rebaudengo fotografata innanzi all'opera "Senza Titolo", 1999 di Giuseppe Gabellone. © Canio Romaniello

Patrizia Sandretto Re Rebaudengo fotografata innanzi all’opera “Senza Titolo”, 1999 di Giuseppe Gabellone. © Canio Romaniello

N.M.: Dalle scatolette portapillole all’arte contemporanea. Quando è entrata nel mondo del contemporaneo?

P.S.R.R.: «La Collezione è nata grazie a un viaggio a Londra nel 1992. Ci sono naturalmente degli episodi che precedono quel momento, per esempio la decisione di voler vivere in una casa che avesse alle pareti non dipinti antichi, come nella tradizione della mia famiglia, ma opere d’arte contemporanea. Ma il vero e proprio inizio è segnato da quel viaggio. Lo ricordo con emozione. Ricordo il mio entusiasmo di neofita in giro per le gallerie e i musei di Londra, l’intensità delle conversazioni con gli artisti, incontrati nei loro studi, in mezzo alle opere, i libri, i progetti. A distanza di vent’anni riconosco in quell’incipit alcune di quelle che sono poi divenute le caratteristiche del mio modo di collezionare».

N.M.: Come si è evoluta negli anni, dal punto di vista progettuale, la sua collezione? Ha avuto fin dall’inizio un disegno preciso in mente o la sua rotta si è aggiustata nel tempo?

P.S.R.R.: «Quando ho iniziato a collezionare, ho strutturato la Collezione intorno a cinque filoni: l’arte inglese, la scena di Los Angeles, l’arte italiana, l’arte femminile e la fotografia. Queste aree di ricerca costituivano allora l’impalcatura della collezione. Negli ultimi anni ho sentito il bisogno di una visione più destrutturata, non più improntata ad una lettura per categorie specifiche – nazionalità, generi espressivi, strumenti utilizzati: una concezione che favorisca ulteriormente il dialogo all’interno dei diversi ambiti dell’arte contemporanea. L’opera, che sia fotografia, pittura, video, scultura o installazione, deve essere di qualità, deve avere una sua precisione ed essere in sincronia col tempo che stiamo vivendo, perché l’arte è un modo di esprimersi ed è il riflesso del momento sociale e politico in cui l’artista vive».

Maurizio Cattelan, ”Bidibidobidiboo,” 1996, Taxidermied squirrel, ceramic, Formica, wood, paint and steel, Courtesy Collezione Sandretto Re Rebaudengo

Maurizio Cattelan, Bidibidobidiboo, 1996, Taxidermied squirrel, ceramic, Formica, wood, paint and steel. Courtesy Collezione Sandretto Re Rebaudengo

N.M.: Nella sua storia di collezionista esiste un aneddoto, un fatto che, in qualche modo, ha segnato il suo modo di approcciarsi al collezionismo?

P.S.R.R.: «Se penso alla mia esperienza nel mondo dell’arte, rimane indelebile la prima volta che sono entrata nello studio di Anish Kapoor durante il viaggio a Londra nel 1992, tra studi d’artista e gallerie. Si affermava allora la «British wave» con la sua forza e i suoi significati dirompenti. L’incontro con Kapoor e con i suoi lavori così incisivi e potenti, quei colori e quelle forme ancestrali mi hanno trasmesso grandi emozioni. Fu molto intenso il poter conversare con lui, saperne di più sul suo lavoro. Ricordo con grande emozione anche il viaggio a Los Angeles in cui ho conosciuto, fra gli altri, Charles Ray, Paul McCarty, Sharon Lockart, Lary Pittman, Catherine Opie».

N.M.: Dove ama acquistare le sue opere e come sceglie il pezzo da inserire nella sua collezione?

P.S.R.R.: «Acquisto nelle gallerie ma, sovente, la scelta nasce prima, attraverso il dialogo con l’artista. Una collezione è un racconto che scorre attraverso episodi, incontri, un filo rosso che unisce la biografia del collezionista a quella degli artisti, dei loro studi, delle loro città. Collezionare in questo senso è un po’ come esplorare, disegnando la propria mappa del mondo. Mi interessa l’arte concettuale, minimale: non amo i lavori kitsch, ma prediligo un’arte dal senso più politico e sociale. L’arte non è nata solo per decorare le case. Non cerco di comprare artisti già affermati, non sono alla ricerca del grande nome, ma colleziono l’opera, che dev’essere precisa rispetto al momento in cui viene prodotta, deve raccontare il presente e anticipare il futuro. Per me è importante creare un rapporto con un artista, capire lo sviluppo del suo lavoro, per questo mi interessa seguirlo e partecipare alla produzione delle opere».

Thomas HIRSCHHORN, Camo Family, 2006

Thomas HIRSCHHORN, Camo Family, 2006

N.M.: 1992-2013… come è cambiato il mercato e il rapporto tra questo e i collezionisti in questi ultimi vent’anni?

P.S.R.R.: «Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un aumento del numero dei collezionisti di arte contemporanea, dalla Russia, all’Africa, dalla Cina, all’India, al Medio Oriente. La globalizzazione dell’arte contemporanea ha portato alla ribalta artisti e scene artistiche un tempo considerate periferiche, come l’Europa dell’Est, l’Oriente, il Sudamerica, l’Africa. Questa globalizzazione è un aspetto fondamentale del sistema attuale e influenza non solo il mercato e le istituzioni, ma anche i linguaggi e i temi affrontati dagli artisti, che sempre più spesso sono caratterizzati da un forte interesse nei confronti del contesto politico, sociale e culturale di appartenenza».

N.M.: Poco dopo aver iniziato a collezionare arte contemporanea ha dato vita alla sua Fondazione. Come mai questa decisione così repentina di uscire dall’ambito del collezionismo privato?

P.S.R.R.: «La mia è una collezione privata, l’ho sempre pensata nel segno dell’apertura e della condivisione. Iniziata nel 1992, tre anni dopo aveva già prodotto un’estensione operativa, quella della Fondazione. Costituita nell’aprile 1995, con la mia famiglia, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo è un’istituzione che poggia sulla collezione – concessa in comodato – con cui intrattiene una relazione stretta e attiva ma improntata sulla reciproca autonomia. Mi è stato da subito chiaro che il ruolo di collezionista, così come inteso dalla tradizione, non era sufficiente a esprimere quella relazione con l’arte che avvertivo come potenzialmente più ampia e articolata. Ho creato la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo – di cui sono divenuta presidente sin dalla nascita – perché ho sentito forte la necessità di conferire a una passione individuale un carattere più impegnato e “pubblico”, per fare cioè della collezione uno strumento e un terreno di confronto. Supportare gli artisti, condividendo i loro progetti attraverso un impegno diretto nella produzione delle loro opere, e rendere l’arte comprensibile, accessibile e utile a un pubblico sempre più vasto, sono due delle missioni statutarie della Fondazione».

N.M.: Il suo sogno nel cassetto?

P.S.R.R.: «L’arte contemporanea insegnata nelle scuole e portare la Collezione negli spazi espositivi di tutto il mondo».

Patrizia Sandretto Re Rebaudengo

Patrizia Sandretto Re Rebaudengo è sposata e ha due figli. Dopo essersi laureata in Economia e Commercio all’università di Torino, si avvicina all’arte contemporanea, come collezionista, all’inizio degli anni ’90. La sua passione per l’arte si trasforma in attività organizzata nel 1995 quando dà vita alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, di cui è presidente. Tra le tante cariche ricoperte Patrizia Sandretto Re Rebaudengo è anche membro dell’International Council e del Friends of Contemporary Drawing del MoMA di New York, dell’International Council della Tate Gallery di Londra, del Leadership Council del New Museum di New York, dell'Advisory Committee for Modern and Contemporary Art del Philadelphia Museum of Art e del Consiglio Culturale del Magazine Cartier Art. E' socio onorario del Monaco Project for the Art. Negli anni Patrizia Sandretto Re Rebaudengo è stata insignita del Montblanc Arts Patronage Award (2003), del Premio AIDDA (2003), del Premio Marisa Bellisario (2005), del Riconoscimento di Ufficiale della Repubblica (2005), del Premio Donna conferito dall'Associazione Donne nel Turismo (2005), del riconoscimento di Cultore dell’Architettura conferito dal Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Torino (2007), del titolo di Chevalier de l'ordre des Arts et des Lettres conferito dalla Repubblica Francese (2009), del Premio GammaDonna/10 e Lode (2011) e del riconoscimento Arte: Sostantivo Femminile (2012).
 
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