Le corporate art collections del settore moda e tessile

Vista dell'esposizione, Etel Adnan, Simone Fattal, Bob Wilson, Garden of Memory, presso il musée YVES SAINT LAURENT di Marrakech, 2018.
Vista dell'esposizione, Etel Adnan, Simone Fattal, Bob Wilson, Garden of Memory, presso il musée YVES SAINT LAURENT di Marrakech, 2018.

Se storicamente il fenomeno Corporate Art Collection, soprattutto in una prima fase, ha interessato solamente il settore bancario, finanziario e assicurativo, oggi invece coinvolge realtà aziendali tra le più varie che, per ragioni diverse, decidono di investire importanti risorse economiche nell’acquisizione di opere d’arte. (Leggi -> Breve storia del collezionismo d’impresa)

Da sempre, le industrie della moda e del settore tessile hanno mantenuto uno stretto rapporto con l’Arte, per motivi legati rispettivamente alla passione di alcuni stilisti e all’attività di disegnatori d’avanguardia e fin dagli anni Sessanta si è assistito a diversi casi di collaborazioni tra il mondo dell’arte e mondo moda: Yves Saint Laurent, ad esempio, si ispirava per le sue creazioni a Piet Mondrian e a Van Gogh; mentre Gianni Versace era solito commissionare opere d’arte ad artisti come Alighiero Boetti e Roy Liechtenstein per il lancio delle proprie collezioni.

È però a partire dagli anni Ottanta che la relazione tra questi due mondi si sviluppa in modo più proficuo e, come ricorda Alessia Zorloni nel suo L’economia dell’arte contemporanea, accanto al connubio tra arte e fashion da un punto di vista creativo, dagli anni Novanta ad oggi si registrano molteplici iniziative volte alla creazione di fondazioni culturali con lo scopo di promuovere l’arte contemporanea, assicurando ai marchi della moda vantaggi non solo sul piano del ritorno d’immagine ma anche in termini fiscali.

Una vista della mostra 8½ (Firenze, 2011), organizzata in occasione del Centenario del Gruppo Trussardi e che riuniva, negli spazi monumentali della Stazione Leopolda, le opere dei tredici artisti internazionali a cui a Milano, dal 2003 al 2011, la Fondazione Nicola Trussardi ha dedicato ambiziose mostre personali e spettacolari progetti d’arte pubblica.

Una vista della mostra 8½ (Firenze, 2011), organizzata in occasione del Centenario del Gruppo Trussardi e che riuniva, negli spazi monumentali della Stazione Leopolda, le opere dei tredici artisti internazionali a cui a Milano, dal 2003 al 2011, la Fondazione Nicola Trussardi ha dedicato ambiziose mostre personali e spettacolari progetti d’arte pubblica.

Realtà artistiche oggi molto apprezzate in Italia sono: la Fondazione Nicola Trussardi, la Fondazione Prada, la Fondazione Furla, la Fondazione Alda Fendi Esperimenti, la Fondazione Zegna; mentre nella vicina Francia si trovano la Fondazione Cartier puor l’Art Contemporain e la Fondazione Yves Saint Laurent. Allo stilista francese che più di tutti ha influenzato la moda contemporanea e che per primo ha messo i pantaloni alle donne, è stato dedicato, il 19 ottobre 2017 un museo. Questo – situato a Marrakech – è stato fortemente voluto da Pierre Bergé, suo compagno di vita, scomparso poco prima che venisse inaugurato il Musée Yves Saint Laurent.

L’edificio – progettato da Studio KO (duo di architetti parigini) – è il risultato della commistione tra forme quadrate e circolari, alti e bassi, pieni e vuoti. Molto interessante è anche l’uso dei materiali stratificati (terracotta, cemento, pietra e marmo) e l’effetto monocromatico dato dagli stessi, che contrastano con le vetrate colorate del patio, ispirate a Matisse; opaco all’esterno mentre liscio, luminoso e vellutato all’interno, proprio come il rivestimento di una giacca sartoriale. 4.000 mq suddivisi tra spazi per l’esposizione permanente e le mostre temporanee, un caffè-bistrot, un bookstore, una biblioteca di libri rari e un auditorium da 130 posti. Il Musée Yves Saint Laurent è un museo non convenzionale, studiato al dettaglio da Bergè per ritrarre il suo amato compagno e genio della moda.

Altri esempi di musei in campo fashion sono l’Armani Silos a Milano e il Museo Ferragamo e il Museo Gucci a Firenze. In questi casi gli stilisti hanno realizzato con i bozzetti e i modelli delle proprie collezioni, veri e propri musei d’impresa dove esporre la propria creatività prestata al servizio della moda nel corso della propria carriera artistica e professionale. Altre case di moda hanno istituito dei premi d’arte come Furla che, con il premio Furla per l’Artedurato dieci edizioni, dal 2000 al 2015, in collaborazione con la Fondazione Querini Stampalia di Venezia, ha promosso e valorizzato artisti italiani emergenti.  Joseph Kosuth, Michelangelo Pistoletto, Kiki Smith, Marina Abramovic e Vanessa Beecroft sono alcuni tra gli artisti che, nel corso dei quindici anni, si sono avvicendati nel ruolo di padrini del Premio, ideando il titolo e l’immagine guida di ogni edizione e presiedendone la giuria.

Una vista di "Tightrope Walking and Its Wordless Shadow", prima mostra personale di Haegue Yang in un’istituzione italiana a cura di Bruna Roccasalva e promossa da Fondazione Furla e dalla Triennale di Milano. Foto © Masiar Pasquali / Fondazione Furla

Una vista di “Tightrope Walking and Its Wordless Shadow”, prima mostra personale di Haegue Yang in un’istituzione italiana a cura di Bruna Roccasalva e promossa da Fondazione Furla e dalla Triennale di Milano. Foto © Masiar Pasquali / Fondazione Furla

Significativo anche il premio biennale, Max Mara Art Prize for Women, che celebra lo stretto rapporto che Max Mara intrattiene con il mondo femminile e artistico. È organizzato assieme alla Whitechapel Gallery di Londra e vuole sostenere e favorire giovani artiste donne residenti nel Regno Unito. L’attribuzione del Premio avviene tramite una giuria tutta al femminile, composta da una gallerista, una giornalista o critica d’arte, un’artista e una collezionista, che propone una lista di artiste emergenti, dalla quale poi vengono selezionate le cinque migliori. Ogni finalista presenta un progetto di lavoro che realizzerà durante un periodo di residenza di sei mesi nella sede di Max Mara Italia. Infine il progetto artistico realizzato entrerà a far parte della Collezione Maramotti. (Leggi -> Arte da vivere: la Collezione Maramotti)

Il Gruppo Ermenegildo Zegna, invece, oltre ad assegnare ogni anno il trofeo “Vellus Aureum” all’allevatore più meritevole di pecore merinos, come segno di riconoscenza e di qualità, da anni si impegna in progetti filantropici rivolti al territorio tramite la sua Fondazione e in particolare, dal 2012, ha dato avvio al Progetto ZegnArt. Progetto che si articola in tre sezioni: Public, Art in Global Stores e Special Projects. Art in Global Stores, in particolare, è una linea di intervento che consiste in commissioni di opere d’arte affidate ad artisti italiani per la realizzazione di lavori ispirati allo spirito e alla filosofia del Gruppo. Tutte le opere sono concepite per essere ospitate all’interno del Global Stores Ermenegildo Zegna, trasformandoli in prestigiose vetrine artistiche.

L'opera Dare/Avere del 2016, disegnata da William Kentridge che l'ha realizzata per la commissione ZegnArt a Londra, creando un arazzo, che trae ispirazione dall’Archivio Zegna e include dettagli realizzati con il filato del Trofeo Mohair Ermenegildo Zegna.Photo: Kendal Young. Courtesy: Galleria Lia Rumma Milano / Napoli

L’opera Dare/Avere del 2016, realizzata da William Kentridge per la commissione ZegnArt a Londra, creando un arazzo, che trae ispirazione dall’Archivio Zegna e include dettagli realizzati con il filato del Trofeo Mohair Ermenegildo Zegna.Photo: Kendal Young. Courtesy: Galleria Lia Rumma Milano / Napoli

Nel settore tessile si ricorda invece Marco Rivetti, amministratore delegato del GFT-Gruppo Finanziario Tessile fino alla sua scomparsa nel 1996 (il GFT ha cessato di esistere nel 2003, ndr), che, grazie alla sua passione, diede forma ad una collezione corporate che vantava opere di Calzolari, Merz, Paolini, Melotti e tanti altri ed era conservata nella sede dell’azienda progettata dall’architetto milanese Aldo Rossi, già di per sé un’opera d’arte. Appartengono prevalentemente al settore tessile anche tutte quelle aziende che hanno finanziato la nascita e continuano in parte a sostenere l’attività del Centro Luigi Pecci di Prato, dotato di una collezione che comprende opere di Cucchi, Kapoor, Merz, Plessi, Schnabel e Opie.

Si ricorda infine la Fondazione FILA Museum che, situata nel cuore del centro storico di Biella, nasce nel 2010 per volontà del presidente e attuale proprietario del marchio Gene Yoon, in occasione del novantanovesimo anno d’età del marchio FILA, per promuovere e diffondere i suoi valori e la sua storia dalle origini locali fino alla sua notorietà globale nell’ambito dell’abbigliamento e delle calzature sportive. Attualmente, il Museo FILA raccoglie oltre 15.000 pezzi di campionario e altrettante immagini, cataloghi, rassegne stampa, materiale pubblicitario e video e persegue scopi di pubblica utilità nell’ambito della tutela, promozione e valorizzazione del patrimonio storico e culturale, che da sempre rappresentano gli elementi fondamentali anche nell’ambito dello sviluppo del brand.

Una vista del FILA Museum di Biella

Una vista del FILA Museum di Biella

È stato progettato senza barriere tattilo-visive permettendo al visitatore di ‘viverlo’ a 360 gradi. Le attività della Fondazione, svolte da un team di tre persone, riguardano il censimento, la catalogazione, l’archiviazione del proprio patrimonio storico, nonché la ricerca e lo sviluppo archivistico del brand. Numerosi sono i progetti didattici e di interesse socio culturale organizzati dal Museo e non mancano visite guidate, laboratori specifici e stage per studenti e dipendenti. Fondazione FILA Museum fa inoltre parte dell’associazione Museimpresa con la quale organizza eventi ed incontri rivolti al grande pubblico.

L’attuale esposizione si articola in nove sale (230 mq di superficie) in continua trasformazione, con fotografie, filmati e modelli dedicati alla nascita dell’azienda e del brand e ai vari sport a lei collegati (tennis, sci, nuoto, basket, calcio, motori). Mentre l’archivio storico si distribuisce in sei sale, due delle quali aperte al pubblico (130 mq), dove sono conservati i campionari e i documenti di FILA. L’azienda contraddistinta dalla “F” scomposta, rossa e blu, creata dal pubblicitario e disegnatore Sergio Privitera, finanzia e alimenta annualmente la sua stessa Fondazione.

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