Collezionare Fotografia: le tecniche

Diversamente da altre arti, in cui la tecnica di produzione dell’opera ha generalmente poche o minime variazioni o innovazioni lungo periodi storici piuttosto lunghi, la fotografia ha collezionato, in quasi due secoli di vita, una quantità straordinaria di processi fotografici sia per riprendere le immagini sia per riproporle su un supporto durevole.  E, come già detto altrove, soprattutto per quanto riguarda la fotografia storica, spesso la tecnica ha più valore del soggetto.

Di seguito si presenta una carrellata in ordine cronologico delle principali tecniche di stampa fotografica tentando di darne brevi ed esaustive descrizioni.

PRIMA PARTE

 

POSITIVI DIRETTI

 

Dagherrotipo (1839-1860 ca.) – Immagine fotochimica unica su lastra di rame argentata, è un positivo diretto con destra e sinistra invertite rispetto al soggetto. La lastra veniva esposta ai vapori di iodio per la sensibilizzazione, spesso i dagherrotipi erano colorati con pigmenti per assimilarli ai ritratti pittorici. Erano conservati in appositi “case” – cornici con vetro sigillate per preservarli più a lungo e inserite custodie in pelle finemente lavorate. Le lastre usate erano di misure standardizzate: cm. 21.5×16.5; 10.5×8; 7×5.5; 16×12; 8×7.

Ambrotipo (1853 – 1865 ca.) – Dal greco “indistruttibile”. Lastra di vetro su cui si stendeva collodio umido. In genere si tratta di ritratti fortemente sottoesposti che, osservati in particolari condizioni, possono apparire sia positivi che negativi.

Ferrotipo (1856 – 1870 ca.) – Fogli di ferro, laccati di nero e coperti da un’emulsione sensibile, in genere gelatina al bromuro, ma anche al collodio che, dopo lo sviluppo, dà un’immagine positiva di riflesso.

 

MATERIALI NEGATIVI

 

Disegno fotogenico (1839) – Fogli di carta su cui è spalmata una sostanza sensibilizzante e poi esposti alla luce con un oggetto (pizzo, foglia etc.) appoggiato sopra. Inventato da Talbot.

Calotipo (1841- 1860 ca.) – Negativo su carta o stampa positiva diretta. Primo procedimento in cui l’immagine dopo l’esposizione rimane latente, ha bisogno cioè di essere “sviluppata” tramite un lavaggio successivo all’esposizione. Procedimento inventato da Fox Talbot, tra le varie migliorie quella della ceratura della carta di Gustave Le Gray nel 1851 che rendeva il foglio più trasparente. Il calotipo permetteva di ottenere copie a contatto; le stampe, però, presentavano una certa granulosità dovuta alle fibre della carta.

William Henry Fox Talbot. Il pagliaio, stampa su carta salata da calotipo negativo, 1844. Da The Pencil of Nature, Tav. X

William Henry Fox Talbot, Il pagliaio, stampa su carta salata da calotipo negativo, 1844. Da The Pencil of Nature, Tav. X

Negativo all’albumina (1848 – 1852 ca.) – Preparazione di lastre fotografiche negative su vetro con albume d’uovo, il procedimento fu velocemente soppiantato dal collodio umido, ma rimase a lungo per la stampa.

Negativo al Collodio Umido (1850 – 1870 ca.) – Molto più sensibile del procedimento all’albumina. Le lastre in vetro dovevano essere esposte e sviluppate subito dopo la loro preparazione, ancora umide, altrimenti perdevano la sensibilità. Il procedimento al collodio umido fu sostituito da quello al collodio secco (1864) creato addizionando al collodio sostanze idrosolubili per cui le lastre potevano essere preparate ed usate a distanza di tempo. In genere il collodio si usa per le stampe ad annerimento diretto.

Negativo alla gelatina secca (1871- 1920 ca.) – Lastre di vetro su cui è stesa una gelatina sciolta in acqua che ha in sospensione bromuro d’argento che permette un’esposizione veloce, anche di cose in movimento. Prodotta in fabbrica, non più artigianalmente. Questi negativi sono usati per le stampe a sviluppo.

Negativo al Nitrato di Cellulosa (1920 – 1940 ca.) – Prodotto dalla Kodak dal 1883, materiale flessibile, antenato dei rullini, molto usato anche nel cinema. Ha però una serie di svantaggi in quanto non è stabile, è infiammabile e tende a sbriciolarsi.

Negativo all’Acetato di Cellulosa (Safety film) (1939 – 1950) – In sostituzione del nitrato, ha il vantaggio di non essere infiammabile, ma non è molto stabile e si restringe deformandosi nel tempo.

Negativo al Triacetato di Cellulosa (1947-) – Usato ancora oggi, materiale durevole e stabile.

Negativo al Poliestere (1940- 1960) – E’ il più resistente ma molto caro. Usato solo dai professionisti. (è il PET, lo stesso delle bottiglie).

STAMPE DA NEGATIVO

Nelle stampe vanno distinte, soprattutto per l’Ottocento, quelle fatte ad Annerimento Diretto (POP- Printing out paper), cioè quando la carta sensibilizzata è a diretto contatto con il negativo e poi esposta alla luce per molto tempo, dette anche stampe a contatto; e quelle fatte per Sviluppo (DOP – Developing out paper) in cui si impressione sulla carta un’immagine latente che diviene visibile con il bagno di sviluppo. Il procedimento POP decade nel Novecento e in genere veniva usato con carta a un solo strato; mentre in procedimento DOP è quello che si continua ad usare anche oggi nella camera oscura e si usa con carte a strati multipli o politenate.

La diversità di questi due procedimenti, oltre che dai medium su cui sono usati, si può notare anche dai toni dei grigi delle stampe stesse: più caldi nei primo, più freddi nel secondo.

Tutti i procedimenti descritti di seguito sono in bianco/nero.

Carta Salata (1840-1860) – Semplici fogli di carta da disegno imbevuti di cloruro di sodio con soluzione di nitrato d’argento (un solo strato). La superficie sensibilizzata veniva posta a contatto con un negativo e, per azione della luce, i sali d’argento si trasformavano in argento metallico, con effetto rossastro dell’immagine. Dopo l’annerimento diretto veniva virata e fissata.

Minor White, Window Easter Sunday, Rochester NY, 1963. Stampa ai sali d'argento. 28x35.5 cm. Courtesy: Fabio Castelli

Minor White, Window Easter Sunday, Rochester NY, 1963. Stampa ai sali d’argento. 28×35.5 cm. Courtesy: Fabio Castelli

Carta Albuminata (1851- 1900 ca.) – Il foglio di carta veniva ricoperto con bianco d’uovo nel quale erano sciolti bromuro di potassio e acido acetico (due strati). Una volta asciutta una soluzione di nitrato d’argento veniva agitata sulla superficie, poi di nuovo asciugata. Questa è il primo tipo di carta che viene prodotto industrialmente. La carta sensibilizzata era messa a contatto con il negativo. Poi la stampa veniva messa in una soluzione di cloruro d’oro che le dava una sfumatura di un marrone intenso, fissata in iposolfito di sodio, lavata completamente e asciugata. Le albumine sono molto sottili e con il tempo tendono ad arrotolarsi, per questo le si trova generalmente montate su supporti di cartone.

Carte Aristotipiche (1886- 1920) – Comprendono sia positivi al collodio ad annerimento diretto sia positivi alla gelatina ad annerimento diretto (carta al citrato). Il foglio di carta era coperto prima da uno strato di barita (solfato di bario) e su questo era stesa l’emulsione o di gelatina al cloruro d’argento o di collodio (tre strati). Potevano essere di aspetto lucido se erano virate con cloruro di sodio o opaco se veniva aggiunto dell’amido all’emulsione. Essendo difficilissimo distinguere tra le due emulsioni si può procedere a un test dell’acqua: poggiando una goccia d’acqua sulla superficie si noterà che la gelatina rigonfia mentre il collodio è impermeabile. Le carte aristotipiche ebbero una notevole diffusione, sostituendo quasi completamente quelle albuminate, ma intorno al 1920 caddero a loro volta in disuso.

Carta alla gelatina ai Sali d’argento ( 1880/) – Foglio di carta con barita ed emulsione di gelatina con generalmente bromuro d’argento, perché è il sale più sensibile. Carta a tre strati usata in camera oscura con ingranditore e luce elettrica (DOP). Per migliorare la stabilità della stampa nel tempo si è aumentato il numero di lavaggi a cui viene sottoposta la carta (sviluppo- doppio fissaggio- stop) per sopportare tutto questo è stata creata una carta detta politenata che ha uno strato di plastica sia sul retro sia tra la carta e l’emulsione. La carta baritata però si conserva meglio nel tempo.

Wilhelm Von Gloeden, Seated youth and child holding vases of roses, 1914. Stampa salata virata seppia. 39.5x29 cm. Courtesy: Fabio Castelli.

Wilhelm Von Gloeden, Seated youth and child holding vases of roses, 1914. Stampa salata virata seppia. 39.5×29 cm. Courtesy: Fabio Castelli.

NOTA: Tutte le stampe di cui abbiamo parlato sopra in genere vengono sottoposte a Viraggio, che è un trattamento chimico che serve a migliorare la stabilità di una fotografia e trasformare il colore di un’immagine argentica. L’argento si unisce ad un altro composto quale oro, platino, selenio, uranio e zolfo. I primi due tipi di viraggio sono i più stabili, danno toni caldi all’immagine, ma sono i più costosi; gli ultimi due danno il caratteristico color seppia.

 

TECNICHE NON ARGENTICHE

Ci sono procedimenti che sfruttano la fotosensibilità di elementi chimici diversi rispetto all’ argento.

 

Platinotipia (1880- 1930 ca.) – Carta sensibilizzata con sali di platino e ossalato ferrico, quest’ultimo, modificandosi in ferroso per esposizione alla luce, fa si che i sali di platino si trasformino in platino, metallo ben più stabile dell’argento. E’ una carta a un unico strato e si stampa per annerimento diretto. Fu messa sul mercato dalla Platinotype Company di Londra, essendo però molto costosa decadde durante la Prima Guerra Mondiale venendo sostituita dalla più economica Carta al Palladio, che sfrutta esattamente lo stesso procedimento ma con i sali di palladio.

Cianotipia (1880- 1910) – Anche detta Blue-print perché l’immagine finale è di colore blu. Metodo veloce basato su sali di ferro, carta a un unico strato e ad annerimento diretto. Oggi è usato per planimetrie.

Procedimento al carbone (1860/) – Si stende sulla carta una miscela di particelle di carbone, gelatina e bicromato di potassio. Carta a due strati e ad annerimento diretto. Dopo l’esposizione le parti non impressionate venivano lavate, ottenendo cosi un’immagine con chiaroscuri proporzionali alla densità e alla trasparenza del negativo. Per migliorarne i mezzi toni si creò un procedimento di trasporto (transfert) su carta al carbone acquistabile in commercio in tre differenti colori: nera, seppia e bruno-rossastra. In pratica l’emulsione esposta, indurita, veniva staccata dal foglio originale e riposizionata su un nuovo foglio. Poiché l’immagine così era rovesciata, solitamente si eseguiva un secondo transfert.

Procedimento alla gomma bicromatata ( 1855/) – Semplificazione delle tecniche di stampa al carbone. Ul procedimento si basa sulla proprietà della gomma arabica, in presenza di bicromato di potassio, di diventare insolubile se esposta per qualche tempo alla luce. Un pigmento viene mescolato con la gomma bicromatata e applicato sulla superficie di un foglio di carta da disegno. Carta a due strati e ad annerimento diretto. Molto usata dai pittorialisti perché si può intervenire con altri strati di gomma e pigmento per rafforzare le zone deboli e inoltre si possono fare modifiche con pennello.

 SECONDA PARTE

 

Nelle due  sezioni seguenti ci sono forse indicazioni un po’astruse e di difficile comprensione, il motivo per cui sono state compilate è perché uno possa avere un minimo di guida tecnica a quello che acquista soprattutto nella fotografia contemporanea poiché con il prevalere dell’aspetto industriale spesso su molti supporti moderni è praticamente impossibile qualsiasi tipo di restauro in quanto le composizioni dei medium sono troppo complesse e misteriose.

Serve anche a sfatare un’errata idea di una maggior qualità in senso di durata delle stampe moderne..anzi, quasi più della stampa antica la stampa moderna ha bisogno di essere maneggiata con cura, poco esposta, non piegata e la sua durata è comunque inferiore.

Deve essere il gallerista o chi per esso ad essere in grado di comunicarvi tutti i dati tecnici dell’oggetto, su che tipo di carta è stato stampato, con quali inchiostri e con quali macchinari, le referenze dell’eventuale laboratorio in cui il lavoro è stato stampato.

MODERNI PROCEDIMENTI A COLORI

 

Stampe Cromogeniche – C print (1940/) – Sono le fotografie a colori che tutti hanno a casa. La composizione è complessa, fino agli anni ’70 il supporto era cartaceo o in acetato pigmentato (Kodak dal 1940). Sul supporto primario vengono stesi diversi strati contenenti coloranti JMC (Giallo-Magenta-Ciano). L’immagine è molto instabile a causa della fragilità chimica dei coloranti. Dal 1970 con in supporti in RC Paper si ottiene miglior stabilità. I procedimenti più stabili oggi sul mercato sono :

  • Fujicolor Crystal Archive (1997) notato sul verso della stampa
  • Kodak Endura (2002) notato sul verso della stampa
  • Una volta che i colori hanno virato è impossibile ripristinarli.
    Luigi Ghirri, Senza Titolo, della serie: Paesaggi di Cartone, 1971. Stampa cromogenica su carta al polietilene. 18.5x23 cm. Courtesy: Fabio Castelli

    Luigi Ghirri, Senza Titolo, della serie: Paesaggi di Cartone, 1971. Stampa cromogenica su carta al polietilene. 18.5×23 cm. Courtesy: Fabio Castelli

Diapositive Ektachrome e Kodachrome – Entrambe a base di coloranti cromogeni e quindi con le stesse problematiche delle stampe. Le Kodachrome sono più stabili perché i copulanti sono nel rivelatore: non ci sono dunque copulanti residui nelle immagini a strati. Essendo tutti prodotti industriali e frutto di brevetti l’indicazione del tipo di materiale è sempre stampigliata sull’oggetto.

Procedimento a colori per distruzione di coloranti
Detto anche Dye destruction
Cibachrome 1963 – Ilfochrome 1991. S’impone a partire dal 1980. Si basa sulla dustruzione selettiva dei coloranti JMC distrubuiti in tre strati in cui sono presenti anche sali d’argento. Supporto di poliestere e polietilene. L’immagine finale è di coloranti azoici, prodotti sintetici, che sono stabili; il problema è la stabilità meccanica del medium che si divide in bande.

STAMPE A SVILUPPO ISTANTANEO


Polaroid –
Si divide in due tecniche: quella in cui il negativo e il positivo sono separabili (1947 Polaroid b/n – 1963 Polacolor – 1984 Fuji instant film FP 100) e quella in cui c’è un blocco unico con uscita automatica dall’apparecchio, detto sistema integrale (1972 SX 70). Soprattutto il sistema integrale ha i coloranti molto instabili alla luce (infatti i grandi formati professionali sono sempre in positivo/ negativo separabili), all’umidità e al calore. E’ il procedimento più instabile di tutti.

Procedimento a colori per trasferimento di coloranti
Detto anche  Dye transfer.

In commercio con diversi nomi, come Pinatype (1880), Eastman Wash-off relief (1936). Tra il 1945-1994 prootto da Kodak e poi dal 1995 Dye Tranfer Corporation per il mercato americano.

E’ usato principalmente da artisti e mondo professionale.,è il procedimento più caro ma anche più stabile. Sulla carta c’è una strato baritato e uno di gelatina brillante più tre strati (matrici) in gelatina caricati ciascuno con JMC.

La sovrapposizione delle tre immagini avviene per trasferimento (dye transfer). Si prepara una matrice di gelatina che assorbe la materia colorante in misura proporzionale alle luci e alle ombre e che, messa a contatto con la carta, dà luogo all’immagine colorata.

Le tecniche a carbone, alla gomma bicromatata e dye transfer richiedono tre negativi distinti. Se il soggetto è immobile, è facile fare esposizioni in tempi successivi, ma se si devono riprendere soggetti in movimento bisogna fare esposizioni simultanee. Le tre matrici di gelatina sensibilizzata corrispondente alla selezione tricromia blu, verde e rossa, vengono inchiostrate in giallo, magenta e ciano, e stampate su uno stesso supporto di carta alla gelatina dando una stampa a colori.

Questo procedimento ha un’ottima stabilità all’oscurità mentre alla luce reagisce molto meglio delle stampe cromogeniche.

STAMPE DIGITALI

 

Stampe a getto d’inchiostro – Sono le più comuni, mercato molto diffuso, anche “casalingo”. Difficile darne una descrizione precisa perché le caretteristiche di una stampa dipendono dal tipo di stampante, dal tipo di inchiostro e dal tipo di carta. Dopo un periodo di “stampa selvaggia” si è sentita la necessità di ragolamentare questo tiupo di stampa per poter dare partametri di qualità e durevolezza.

Stampa a getto d’inchiostro “fine art” IRIS – Nel 1987 nasce la prima stampante IRIS (nome commerciale) e negli anni Novanta le IRIS-print o Giclée hanno avuto la loro età dell’oro. Usata soprattutto da artisti o per riproduzioni. Si può usare con qualsiasi tipo di carta, sia semplice o con strato di gelatina. Si basa sulla quadricromia (JMCK). Sono stampe molto fragili perché i colori non sono dentro la carta, ma sopra, quindi sono soggetti a colature in presenza di umidità o acqua e a forti sbiadimenti in presenza di luce. Per ovviare a questo a volte le stampe venivano verniciate, ma dopo un po’ la stessa vernice si deteriora e a volte assume un colore giallastro.

Stampa a getto d’inchiostro pigmentato di tipo “fine art” – Iniziano ad essere usate negli anni Novanta, soprattutto per le produzioni di artisti che spesso si rivolgono ad atelier specializzati in questo tipo di stampa. In genere si usa una carta stile “acquerello” (Sommerset, Hahnemuhle, Lyson, Velin d’Arches) perché gli inchiostri pigmentati sono più adatti alle carte opache, è possibile usarli però anche su carte brillanti. E’ poco raccomandabile verniciate gli inchiostri pigmentati su carta opaca nella speranza di dare lucentezza. Grazie all’inchiostro pigmentato (che non è a base d’acqua) le stampe risultano più stabili, ma i colori sono comunque sensibili alla luce e alle abrasioni.

Riccardo Varini, Serie Silenzi S18-09, 2012. Stampa su carta cotone 100% Epson Velvet Fine Art, a pigmenti K3. 30x45 cm. Ed. 1/27 + II p.a. Courtesy: Fabio Castelli

Riccardo Varini, Serie Silenzi S18-09, 2012. Stampa su carta cotone 100% Epson Velvet Fine Art, a pigmenti K3. 30×45 cm. Ed. 1/27 + II p.a. Courtesy: Fabio Castelli

Stampa a getto d’inchiostro su carta commerciale multistrato – Inizia a comparire negli anni Novanta ed è diventata in fretta il procedimento più usato sul mercato della stampa fotografica. Le carte sono vendute dall’industria delle stampanti. Copre sia il mercato amatoriale che quello professionale-artistico per i prezzi molto più bassi delle stampe “fine art”. Le carte essendo industriale hanno una struttura molto complessa e nei loro strati sono inseriti anche agenti protettivi anti-UV, anti-ossidanti e filtri ottici, possono essere usate con coloranti o pigmenti e possono essere di due tipi:

  • Carte microporose: strato ricevente minerale che rende la carta poco flessibile e quindi non va arrotolata. Se viene stampata a coloranti è molto sensibile all’acqua e alla luce, se invece viene stampata a pigmenti è davvero molto sensibile all’abrasione.
  • Carta con strato ricevitore a polimero assorbente: meno sensibile all’inquinamento, all’acqua e all’abrasione.

Rispetto ad altre stampe il problema di queste con carta commerciale è che spesso il deterioramento non è ne progressivo né lineare,

Elettrofotografia (Stampe Laser) – Nel 1975 nasce la prima stampante laser e da allora il mercato si è allargato notevolmente. Col tempo la qualità delle stampe è molto migliorata, sonno comunque prodotti non pensati per un mercato patrimoniale. Si dice che a volte i fotografi usano questa tecnologia per realizzare “sterline fotografiche” cioè vendere molte copie delle loro fotografie. Segue lo stesso principio delle fotocopiatrici e per questo motivo le stampe sono molto fragili poiché il toner può deteriorarsi polverizzandosi soprattutto se si utilizza carta plastificata. Molto instabili alla luce.

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