L’impatto del Coronavirus sul sistema dell’arte

Secondo i dati dell’ultimo rapporto UBS sul mercato dell’arte, la Cina è oggi la terza piazza più importante dopo Stati Uniti e Regno Unito. Nel 2019, nonostante un calo del -3% rispetto all’anno precedente, il fatturato delle vendite in arte nel Paese si è attestato sui 12.9 miliardi di dollari, pari al 19% di quello globale (67.4 miliardi di $).

Ma dalla terra del Dragone arrivamo anche 13 dei 200 top collectors mondiali, oltre a più di 200 milioni di turisti che sostengono, con le loro visite, buona parte del “sistema cultura” occidentale. Mentre i bollettini sull’epidemia da Coronavirus si susseguono, snocciolando dati sempre nuovi e mostrandoci uno scenario in costante evoluzione è dunque lecito chiedersi che effetti sta avendo (o avrà) sul sistema dell’arte  questo moderno “flagello”.

Già da tempo, d’altronde, cominciano a sentirsi sempre più forti anche i contraccolpi economici del COVID-19. Tanto che gli esperti si attendono un rallentamento dell’economia cinese di almeno il 4.5% nel primo quadrimestre 2020. Una frenata che non riguarda solo l’economia interna del Paese, ma che sta avendo ripercussioni in tutto il mondo. Con tantissime aziende oggi in difficoltà a causa dell’interruzione delle catene di approvigionamento dovuta alla chiusura delle fabbriche in Cina.

Come si può facilmente immaginare il cosiddetto Sistema dell’Arte, legato a doppio nodo con quello economico-finanziario, non è assolutamente immune a questa epidemia.

Solo negli ultimi giorni  la notizia della cancellazione dell’edizione 2020 di Art Basel Hong Kong ha fatto il giro del mondo. Ma questa è stata solo la più “nota” delle tante misure che, in queste settimane, sono state adottate da case d’asta, istituzioni d’arte e artisti per far fronte all’impatto che il virus sta avendo sul loro “mondo”. Dopo Art Basel, infatti, anche Art Central – uno degli eventi più importanti al mondo del mondo dell’arte contemporanea – ha cancellato la sua edizione 2020, che doveva tenersi a fine marzo nel Central Harbourfront di Hong Kong.

Tra gli “effetti collaterali” del coronavirus troviamo, poi, la decisione di Sotheby’s, Christie’s e Bonhams di rimandare a giugno le aste in programma durante l’Asian Art Week di marzo a New York perché, come hanno spiegato a The Art Newspaper, a causa del virus e delle conseguenti restrizioni all’ingresso nel Paese, molti “colleghi e collezionisti asiatici non erano in grado di partecipare all’evento”.

Allo stesso tempo Christie’s Hong Kong ha spostato a maggio la sua 20th Century and Contemporary Art Evening Sale inizialmente programmata a marzo, nella settimana di Art Basel Hong Kong. E lo stesso ha fatto Bonhams HK, ma ancora le sue nuove date devono essere definite. Nessun cambiamento, invece, per le aste primaverili di Sotheby’s, sempre in programma ad inizio aprile. Ma dalla casa d’aste hanno fatto sapere che “continueranno a monitorare attentamente la situazione, comprese le restrizioni di viaggio e le raccomandazioni delle agenzie governative”.

Situazione simile anche per quanto riguarda i programmi delle principali case d’asta cinesi, con la China Guardian che ha annunciato di voler spostare le sue aste primaverili ad aprile o, al più tardi, a maggio, come sta facendo anche Poly Auction. Valutare oggi quale sarà l’impatto di tutto ciò sull’economia globale dell’arte è difficile da prevedere.

Ma a soffrire potrebbero essere, in prospettiva, anche molte istituzioni d’arte, solo apparentemente meno legate alla Cina. E questo non ci deve meravigliare, se pensiamo che nel 2010 i cinesi che viaggivano nel mondo erano “appena” 57 milioni, destinati a diventare, propriprio in questo 2020, 220 milioni. Di questi il 23%, secondo le più recenti statistiche sul turismo cinese outbound, è interessato a musei d’arte. Basta un dato su tutti per capire l’impatto di questa epidemia: ben 800.000 dei 10 milioni di visitatori del Louvre proviene dal Paese del Dragone.