Facing America: Mario Schifano 1960–65

"Facing America: Mario Schifano 1960-65": particolare della mostra

Si potrebbe pensare che su Mario Schifano sia stato ormai detto tutto, mostrato tutto il mostrabile in retrospettive e antologiche, nonostante la fluviale produzione dell’artista.

Giunge invece questa esposizione al Center for Italian Modern Art di New York — uno spazio bellissimo aperto nel 2013 a SoHo (421 Broome Street) per la promozione e lo studio dell’arte moderna e contemporanea italiana — a dimostrare come l’universo-Schifano si possa ulteriormente esplorare.

“Facing America: Mario Schifano 1960-65”: particolare della mostra

Schifano fece il suo primo viaggio a New York nel 1962, tornandovi poi alla fine del 1963 e restandovi sei mesi (nel 1970 avrebbe poi viaggiato attraverso gli Stati Uniti, arrivando fino alla California, alla ricerca di locations per un film, Laboratorio Umano, che non venne mai realizzato).

Entrato da subito in contatto con la Factory di Andy Warhol e con l’ambiente del New American Cinema, partecipò nell’ottobre del 1962 alla mostra seminale New Realists alla Sidney Janis Gallery, collettiva che comprendeva gran parte dei giovani artisti della Pop Art e del Nouveau Réalisme.

Nel 1964 fu invece la volta di una personale alla Odyssia Gallery, e anche di una collettiva al Carnegie Institute di Pittsburgh.

Mario Schifano: Untitled, 1961-62 – The Sonnabend Collection and Antonio Homem

I soggiorni americani segnano il passaggio della pittura di Schifano dalle istanze informali a una nuova figurazione legata all’iconografia Pop e massmediatica.

La mostra al CIMA, Facing America: Mario Schifano 1960-65, curata da Francesco Guzzetti, si concentra esattamente su questo momento di transizione, accostando a un’intelligente selezione di opere di qualità strepitosa alcuni esempi della produzione americana dell’epoca, i cui esiti coincidevano con quelli dell’artista italiano, oppure ebbero plausibilmente un’influenza sull’evoluzione della sua pittura.

Abbiamo quindi esempi delle sperimentazioni sul monocromo di Robert Rauschenberg dell’inizio degli anni Cinquanta, come pure un piccolo, bellissimo Numbers di Jasper Johns, olio su masonite del 1957, e anche un particolare Black Zipper di Jim Dine del 1962.

Jasper Johns: Numbers, 1957 – The Sonnabend Collection and Antonio Homem

La produzione di Schifano viene rappresentata invece da 25 opere che vanno dal 1959 al 1965 e, se sono presenti esempi delle serie più famose di quegli anni — i monocromi, i Numeri, le Propaganda, le Indicazioni, gli En plein air, il Futurismo rivisitato — vi sono anche opere meno viste e talvolta sorprendenti, come il cemento su tela Pittura (1959) del periodo informale-materico, o il Leonardo del 1963.

Fu Ileana Sonnabend — dalla cui collezione provengono alcune delle opere esposte — a “importare” Schifano in America. La Sonnabend frequentava Roma con l’intenzione di aprirvi una galleria, e visitando una mostra nel 1961 rimase colpita dalle opere del pittore, cui offrì un contratto in esclusiva.

(Leggi anche -> Mercato: il ritorno, alla grande, di Mario Schifano)

Tuttavia già il primo soggiorno americano di Schifano, come detto, lo fece avvicinare alle istanze Pop, e la Sonnabend, che invece puntava soprattutto sui  monocromi, non accolse con favore la svolta neofigurativa.

Questo fatto, unito alle ripetute violazioni del contratto da parte di Schifano — che, tipicamente, continuava a vendere anche “in proprio”, ignorando le regole contrattuali — portò allo scioglimento del rapporto dopo meno di un anno.

Mario Schifano: En plein air, 1963 – Coll. priv.

La Sonnabend aveva scelto Schifano per il parallelismo delle sue ricerche con quelle di alcuni artisti statunitensi del suo roster. Sulle possibili influenze degli artisti americani sul pittore italiano va fatto però qualche distinguo.

Se è vero che i Numeri di Jasper Johns precedono le tele di Schifano sullo stesso “soggetto” (in questa mostra peraltro ve n’è una, N. 3 del 1960, dal supporto concavo, particolarmente interessante) va anche ricordato l’uso di numeri quali pure icone segniche da parte di Kounellis fin dalla fine degli anni Cinquanta.

Le celebri Coca-Cola del pittore romano sono poi in realtà esattamente contemporanee a quelle di Andy Warhol (e si concentrano sul logo più che sulla bottiglia-oggetto); si noti infine come Schifano reinterpretasse comunque a suo modo le influenze Pop dopo l’esperienza americana: gli Incidenti ad esempio — qui ne è presentato uno del 1965 — potrebbero essere stati ispirati dalla celebre serie dei Car Crash di Warhol, ma il risultato estetico e concettuale è radicalmente diverso.

Ed è ancora quasi del tutto da studiare l’influenza che potrebbe aver esercitato a sua volta Schifano sugli artisti dell’ambiente newyorkese da lui frequentati.

Mario Schifano: Smalto su carta (Incidente), 1965 – Coll. priv.

 Ma ancora più importante — e ben sottolineata in questa mostra — è la differenza sostanziale d’approccio al materiale e all’iconografia Pop da parte dell’artista italiano.

Lo stesso uso di un titolo come Propaganda lascia intendere come la “società dei consumi” venisse vista da Schifano in un’ottica critica — pre-sessantottina, se vogliamo — lì dove lo sguardo candido di un Warhol nei confronti del logo pubblicitario o dell’immagine-simbolo — con la sospensione di qualsiasi giudizio etico — si rivolgeva alla sua pura e semplice esteticità, avallando quindi il trionfo della civiltà dell’immagine e implicando che l’arte potesse essere “consumata” come qualsiasi altro prodotto commerciale (sotto questo aspetto la poetica di Schifano è semmai molto più vicina a quella di Jasper Johns).

Mario Schifano: Pittura, 1959 – Collezione Fergus McCaffrey

Alla fin fine, come ben sottolinea Francesco Guzzetti nel commento alla mostra, l’esperienza statunitense di Schifano si conclude con un sostanziale «senso di disillusione e disincanto rispetto al “sogno americano”».

Completano l’esposizione 14 fotografie in bianco e nero scattate a New York dall’artista nel 1964, un film dello stesso anno in bianco e nero con la partecipazione di Tano Festa (Round Trip) e, sempre del 1964, le 17 tecniche miste realizzate in collaborazione con il poeta e critico d’arte Frank O’Hara.

Mario Schifano: Leonardo, 1963 – Coll. priv.

Facing America: Mario Schifano 1960-65 rimarrà aperta fino al 5 giugno. Durante il periodo della mostra, è prevista una serie di conferenze e incontri online gratuiti, dal titolo Schifano and Friends.

Il primo appuntamento, dedicato a Robert Rauschenberg e tenuto da Julia Blaut, è per il 18 marzo alle ore 12.30 locali (le 18.30 in Italia). Per registrarsi: https://www.eventbrite.com/e/lecture-qa-schifano-and-friends-robert-rauschenberg-tickets-141208657897