Fare arte contemporanea in Italia #1: Martina Cavallarin

Martina Cavallarin

Il 29 novembre scorso, a Trieste, si è tenuto un incontro molto interessante: Impegno diffuso. Indagini contemporanee nei luoghi della storia e del mito. Organizzato da RAVE Residency e Trieste Contemporanea, questo talk, condotto dal giovane critico e curatore indipendente Daniele Capra, ha avuto il merito di portare alla luce un tema estremamente importante quando si parla di arte contemporanea in Italia: il rapporto tra le pratiche artistiche del nostro tempo e i contesti ambientali, tanto urbani che naturali, caratterizzati da una forte presenza storica. Protagonisti dell’incontro triestino: Martina Cavallarin (curatrice indipendente), Gianluca d’Incà Levis (Dolomiti Contemporanee), Sasha Vinci (direttore artistico Site Specific/Spazi Espressivi Monumentali) e Isabella Pers (RAVE Residency). I risultati dell’incontro sono stati così stimolanti che non abbiamo resistito alla tentazione di ricontattarli per quattro chiacchiere su cosa succede nel nostro Paese quando l’arte contemporanea incontra il nostro passato e, soprattutto, su cosa manca in Italia per avere un rapporto più “rilassato” con i linguaggi artistici del nostro tempo. La prima di queste chiacchierate su come si fa arte contemporanea in Italia è con Martina Cavallarin, curatrice indipendente e direttrice dell’associazione scatolabianca.

Martina Cavallarin

Martina Cavallarin

Nicola Maggi: Come si fa arte contemporanea nei centri storici del nostro paese?

Martina Cavallarin: «Forse la domanda potrebbe essere ridotta a “come si fa a fare arte contemporanea nel nostro paese”. E non è per un istinto teso alla lamentela congenita, ma perché è difficile, lo sanno gli artisti, i critici, i curatori, i galleristi, i collezionisti, le istituzioni… Lo è per le regole che ci sono e per quelle che non ci sono, lo è perché il Sistema dell’Arte, così come è stato teorizzato nel lontano 1972 da Achille Bonito Oliva, a mio avviso è ancora la struttura di base ottimale, ma funziona solo se gli elementi interagenti tra loro sono solidali e rispettosi del proprio e dell’altrui ruolo. E’ difficile perché la legislazione dell’arte è protocollo nuovo, cito tra tutti l’avvocatessa Alessandra Donati che se ne occupa magistralmente, ma ancora non istituzionalizzato, lo è perché le tasse sono alte, l’IVA è alta e non c’è conformità nella Comunità Europea. Poi il centro storico abitato dall’arte contemporanea è una traiettoria delicata e complessa da coniugare e necessita di uno sforzo ancora maggiore. L’arte, per definizione, è sempre pubblica, però lo spazio pubblico semi privato della galleria o quello istituzionale del museo raccorda un pubblico dedicato e concentrato, mentre lo spettatore che transita nello spazio sociale e, nel nostro caso, con il plus del contesto storicizzato, è meno disposto, a volte forse più curioso, altre disturbato, perché ancorato a suggestioni e abitudini del passato. La cosa interessante è saper raccordare le parabole culturali attraverso il rispetto per la storia e l’applicazione dell’ossimoro agnettiano del “dimenticare a memoria”, che fornisce la sapienza intellettuale unita alla proposizione dell’avanzamento, all’urgenza del progresso, alla necessità di un’inarrestabile processualità».

N.M.: Cosa accade quando l’arte contemporanea si confronta il nostro passato, non solo storico-artistico?

M.C.: «La grande arte è sempre contemporanea, quindi non si tratta di una gara o di un’applicazione di forze da contrapporre, quanto una propensione a un’apertura che convalida il passato, rendendolo un ponte per un futuro in cui si transita senza soluzione di continuità. L’operazione del site specific applicata dall’artista quando si pone in rapporto con lo spazio abitativo dell’opera nel contesto sociale è inevitabilmente anche un’azione time specific. Il processo di creazione è un ultra ambiente concettuale costituito da spazio e tempo intesi come schemi che servono a misurare l’ambito in cui le cose avvengono e il loro divenire, e al contempo anche entità che si possono a loro volta catalogare, documentare, mappare».

Round the clock, evento collaterale della 54 biennale di Venezia, a cura di Martina Cavallarin

Round the clock, evento collaterale della 54esima Biennale di Venezia, a cura di Martina Cavallarin

 

N.M.: L’eredità storico-artistica che abbiamo ricevuto in dote da nostri avi, molto spesso ha l’effetto più di una zavorra che di uno stimolo. Da dove nasce secondo voi questa difficile rapporto con il nostro passato e cosa servirebbe all’Italia per rompere un certo immobilismo che caratterizza molte aree del nostro Paese?

M.C.: «Si tratta sempre di un problema culturale. In Italia siamo riusciti a tradurre la grande forza dell’eredità storica in un fardello. Con la cultura si mangia e si invitano anche molti ospiti a servirsi al banchetto. La formula dell’associazionismo unito allo sforzo coeso di singoli porta spesso oggi ai migliori risultati. Personalmente agisco in tal modo con e attraverso l’associazione che ho fondato nel 2009 e che dirigo, scatolabianca. scatolabianca nasce con l’intento di riunire, discutere, aprirsi al dialogo, intercedere e agganciare in sinergia le forze nuove, colte, propositive della società contemporanea. In questo senso si tratta di un organismo in continua mutazione, instabile e decostruito, non gerarchico e acentrico, ma assolutamente consapevole e relazionale, assolutamente germinante. Il trauma è la nostra forza, qualcosa di necessario per passare dal singolare al plurale, dall’individuale alla forza della collettività. Collettività in crisi e per questo il ragionamento si basa sul concetto di trauma, ma siamo qui e cerchiamo di cambiare in meglio, sempre, i come. I cosa in ogni storia e geografia restano gli stessi, i come vanno cambiati e registrati nuovamente».

N.M.: Il Ministro Franceschini è spesso autore di interventi a favore del contemporaneo, per il quale propone un rilancio del ruolo pubblico, anche in veste di committente, trascurando invece quello dei privati. E’ la strada giusta o, ancora una volta, stiamo sbagliando mira?

M.C.: «Annosa questione questa. Io sono per una continua alternanza e commistione, di una fluidità che partendo dal pubblico interceda e si amplifichi con il privato per tornare al bene della collettività. Credo nella politica, amo la politica e vivo nell’attesa infinita, un’attesa attiva e in responsabile azione, di buoni politici che la interpretino».

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