Materia prima… Seconda o terza. Alberto Burri

Una sala della sede di Palazzo Albizzini della Fondazione Burri a Città di Castello, dove sono coservate 130 opere di Alberto Burri. Courtesy:, Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri
Una sala della sede di Palazzo Albizzini della Fondazione Burri a Città di Castello, dove sono coservate 130 opere di Alberto Burri. Courtesy: Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

Poche parole e molte opere: è quello rimane oggi del lavoro di una vita, quella di Alberto Burri, silenziosamente e caparbiamente dedito a una ricerca continua, costante, testimoniata oggi da una galleria di lavori decisamente ricca e diffusa. Anche senza voler considerare le numerose opere presenti nelle più prestigiose raccolte d’arte moderna e contemporanea del mondo, o finite nei circuiti del collezionismo privato,la sola Città di Castello, con la sua triplice, enorme superficie espositiva della Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, regala un viaggio completo nell’opera dell’artista, attraverso un percorso da lui stesso costruito.

Passando di sala in sala, di opera in opera, si scopre il susseguirsi dei materiali e delle tecniche, dai sacchi alle plastiche, ai cellotex e poi ai grandi cicli degli Ex Seccatoi del Tabacco, fino ai piani interrati, dove si aprono altrettanti scenari dedicati alla sola produzione grafica.  Un lavoro immenso, dunque, fatto di diversi esiti estetici e processi, che da solo basta a spiegare l’irritazione di Burri quando si sentiva definire “quello dei sacchi”.

Dai sacchi si comincia, certo, insieme alle muffe e al catrame, ma poi la sperimentazione si fa ampia, tanto che si sarebbe portati, per orientarsi, a cercare una periodizzazione, una certa suddivisione, come se dall’isolamento di fasi diverse potessimo derivare le risposte alle domande che fin dai primi approcci all’arte di Burri cominciano ad affollarci la testa. Che cosa significano queste tele, queste sculture? A risponderci è subito Cesare Brandi, che nel 1975 già si chiedeva: «Perché a una pittura che si è liberata del soggetto, vogliamo imporglielo per forza?». Seguiamo il consiglio, e proviamo a cercare altrove.

Alberto Burri fotografato nel suo studi nel 1959. Courtesy: Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

Alberto Burri fotografato nel suo studi nel 1959. Courtesy: Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

E’ cosa nota che la cifra che contraddistingue l’opera di Burri sia la materia. Non è naturalmente il primo per cui valga un’affermazione simile, molti esponenti dell’informale, giusto per citare un caso, hanno fatto della materia una componente importante della propria ricerca. In Burri però la materia assume un peso e un significato diverso, originario quasi, tanto che sembra non esserci esposizione a lui dedicata in cui la materia non compaia quale protagonista, molto spesso addirittura nel titolo della mostra. Tutta l’arte di Burri sembra fondata sulla materia, quindi, ma più precisamente sui materiali, materia prima, appunto. Eppure… Eppure Burri è il primo che, tra le poche considerazioni che ci ha lasciato, sostiene: «I materiali non hanno alcuna importanza». Un’affermazione categorica, che ci impone alcune riflessioni, per andare oltre una prima lettura che sembrerebbe ridimensionare drasticamente e drammaticamente gli elementi su cui paiono fondarsi molti suoi lavori.

Alberto Burri, Grande Ferro, 1961. Courtesy: Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

Alberto Burri, Grande Ferro, 1961. Courtesy: Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

Sostenere che i materiali non hanno importanza, in realtà, ci lascia intendere che non siano i materiali di per sé ad avere o creare significato, quanto piuttosto l’uso che di questi viene fatto. Detta in altri termini, i sacchi potrebbero non essere stati scelti per il loro valore metaforico, narrativo, in quanto cioè simboli di chissà quali storie e contesti, ma magari per la loro valenza pittorica e cromatica. E questo varrebbe anche per le plastiche, i cellotex, i cretti, il legno, e così via. Per come questi si trasformano e si comportano tra le mani di Burri, ciò che si ottiene sono quadri in cui i materiali non raccontano una loro storia intrinseca, non sono simbolo di nulla, metafora di niente, ma vanno invece a sostituire l’elemento che da secoli stava al loro posto sulla tela: la pittura.

Alberto Burri, Nero 1, 1948. Courtesy: Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

Alberto Burri, Nero 1, 1948. Courtesy: Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

Già Argan, commentando l’opera di Burri, affermava: «Non è la pittura che finge la realtà, ma è la realtà che finge la pittura». Da tempi antichi l’arte pittorica imponeva il farsi trasparente degli elementi, dalla tela ai colori, stesi nella maniera più mimetica e simile a una natura che diventava il soggetto del dipinto. Non si dovevano vedere le pennellate, le ombre dovevano apparire naturali, le proporzioni realistiche, in modo che la verosimiglianza e l’illusione del reale potessero stupire l’osservatore.

Alberto Burri, Sacco 5P, 1953. Courtesy: Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

Alberto Burri, Sacco 5P, 1953. Courtesy: Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

Con Burri sembra avvenire l’esatto opposto. Il “reale”, cioè i materiali, non solo entrano nei confini della tela, ma anzi ne sono il maggiore elemento costitutivo. Tuttavia il modo in cui questi vengono disposti, tirati, composti e assemblati fa sì che non siano lo strumento per veicolare un contenuto ad essi collegato, ma che anzi diventino un mezzo con cui sostituire i tradizionali colori e pennelli. I sacchi, i cellotex, i legni, i ferri vengono infatti utilizzati per la loro valenza cromatica, o di trama, o di effetto visivo, esattamente come per secoli si è fatto con polveri, olii e pigmenti. E’ la materia che si comporta da pittura, dunque, e non più la pittura che vuole farsi credere materia, realtà. Detta così, una vera e propria rivoluzione copernicana!

Alberto Burri, Legno SP, 1958. Courtesy: Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

Alberto Burri, Legno SP, 1958. Courtesy: Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

E’, questa, una considerazione che non si fonda solo sulle parole di Burri, ma che trova una sua conferma anche nell’interesse e nell’attenzione che l’artista riservava ai grandi capolavori dei secoli passati. Dall’arte antica, infatti, Burri deriva un approccio, una serie di insegnamenti che ripropone nelle proprie opere, seppure tramite mezzi differenti. Uno di questi potrebbe essere il senso dell’equilibrio della composizione, di cui si può avere una riprova se si prova a isolare un dettaglio di una tela, e si noterà che questo non ha senso se non inserito nell’intero. Oppure ancora lo stretto rapporto tra l’opera e il luogo in cui dev’essere esposta: come gli antichi maestri, lavorando su commissione, studiavano la luce e gli ambienti destinati a ospitare il loro lavoro, così Burri sceglie, modifica e organizza personalmente i propri spazi espositivi di Città di Castello, scegliendo la collocazione appropriata per ogni opera.

Alberto Burri, Nero Cretto G4, 1975. Courtesy: Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

Alberto Burri, Nero Cretto G4, 1975. Courtesy: Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

In quest’ottica le cuciture dei sacchi, le giunture tra i legni o le crepe dei cretti, minuziosamente e sapientemente indotte per rispondere a una precisa volontà compositiva, prendono il posto dell’antico disegno, e tracciano linee guida con cui soppesare proporzioni ed equilibrio.  Ciascun materiale segue poi una tecnica e quindi delle regole ben precise, come la plastica, bruciata con attenzione e poi collocata in modo da aprirsi in punti precisi, in corrispondenza del nero, ad esempio, preventivamente steso sulla tela come una tradizionale pittura: se si scostano i lembi della plastica, si vedrà molto bene il limite di quella porzione di colore dipinto, che proprio in quel punto doveva finire e proprio da lì doveva lasciar posto alla plastica.

Alberto Burri, Rosso Plastica, 1964. Courtesy: Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

Alberto Burri, Rosso Plastica, 1964. Courtesy: Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

Nulla di irrazionale, dunque, nulla di istintivo, ma piuttosto un paziente lavoro di conduzione, di governo dei materiali, usati appunto come strumenti di pittura. Visti in questa prospettiva, anche i grandi cicli in cui i materiali si fanno più discreti, quasi silenti, come Il Viaggio, Sestante o Annottarsi, conquistano un loro posto, perché diventano la conferma di un ritorno verso la pittura tradizionalmente intesa, su supporti però che mantengono ancora la memoria dei materiali tanto usati prima. In queste campiture di colori vivaci, si notano infatti ancora le trame della materia, che sembra dare corpo e volume alla pittura stessa.

E allora, forse, possiamo sperare di intuire cosa davvero volesse dire Burri, che nella sua ritrosia a usare le parole volle comunque farci sapere che il suo ultimo quadro “è come il primo”.

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