Tutti pazzi per l’arte aborigena

Emily Kame Kngwarreye, Summer Celebration, 1991. Courtesy Sotheby’s

Il prossimo novembre la casa d’aste Sotheby’s si prepara ad ospitare la prima grande vendita d’arte aborigena australiana negli Stati Uniti. Quest’asta è frutto della decisione di trasferire la sede del dipartimento di arte aborigena da Londra a New York, originalmente fondato a Sidney nel 1997. Sotheby’s con questa mossa mira a diventare la prima casa d’aste internazionale capace di offrire arte indigena al di fuori dell’ Australia.

 

Un crescente interesse per l’arte aborigena

 

La decisione di ricollocare il dipartimento di arte aborigena da Londra a New York arriva nel bel mezzo di un crescente interesse globale in questo settore del collezionismo, come afferma Timothy Klingender, consulente senior del dipartimento.

Negli ultimi anni abbiamo assistito infatti ad una crescita d’attenzione (soprattutto istituzionale) per l’arte aborigena australiana negli Stati Uniti, tra queste le mostre itineranti dell’importante collezione di Debra e Dennis Scholl che sono state presentate in istituzioni come la Phillips Collection a Washington. Nel 2016 l’Harvard Art Museums ha ospitato Everywhen: The Eternal Present in Indigenous Art from Australia, mentre la Menil Collection nel 2017 ha organizzato Mapa Wiya (Your Map’s Not Needed): Australian Aboriginal Art from the Fondation Opale. Questo interesse è gravitato anche per una delle più importanti istituzioni museali europee come il The British Museum con la mostra Indigenous Australia, che ha esposto nel 2015 un mix di opere del periodo coloniale in collezione, in dialogo con le creazioni di alcuni dei più ricercati artisti aborigeni contemporanei.

Come abbiamo visto negli scorsi articoli, affinché si crei un nuovo trend collezionistico occorre una buona sinergia fra istituzioni culturali e mercato. Infatti, a seguito delle mostre internazionali sopra menzionate, nel 2016 si è tenuta a Londra un’asta di Sotheby’s che ha stabilito il record di vendita per Five Stories (1984). L’opera d’arte aborigena dell’artista (vivente) Michael Nelson Tjakamarra è stata battuta per £ 401.000, superando la stima iniziale di £ 150.000 – 200.000. Nella stessa vendita è stato stabilito anche il record price per una scultura indigena australiana con l’opera Untitled, Figure maschili e femminili di Purukapali e Bima di Benedict Munkara che ha raggiunto £ 251.000 contro una stima di £ 30.000 – 50.000.

A seguito del grande successo riscontrato nel 2016, il prossimo Novembre assisteremo alla seconda parte di quella che possiamo definire una “buona operazione di mercato”. In quest’asta passeranno al martello due grandi dot paintings realizzati dall’artista Emily Kame Kngwarreye, fra cui un lavoro Senza Titolo del 1990 (stimato $ 250.000 – 350.000) e Summer Celebration del 1991 (est $ 300.000 – 500.000), una “mappa lirica” del territorio australiano in cui ha vissuto l’artista, ma anche una descrizione poetico-visiva del deserto in fiore. In Summer Celebration, riportata nella foto di copertina, la vivida punteggiatura gialla, rosa e arancione descrive i fiori e i semi del tubero atnulyare.

 

Omaggio o furto? Aspetti controversi di questo nuovo trend

 

Ma facciamo un passo indietro, cosa costituisce l’arte aborigena? È semplicemente uno stile artistico o riguarda anche una sfera più intima e strettamente connessa all’artista che realizza il lavoro?

L’arte aborigena tradizionale è stata per migliaia di anni un modo per gli indigeni australiani di registrare e raccontare la loro storia, i sogni, il legame con gli antenati e la loro cultura. L’arte aborigena contemporanea, anche popolarmente dipinta con la tecnica del punto, è diventata recentemente molto ricercata come forma d’arte commerciale riconosciuta a livello mondiale. Tuttavia, questo cambiamento di contesto e significato culturale presenta una serie di problemi: la commercializzazione di arte aborigena aumenta o sfrutta la cultura aborigena?

A tal proposito sembra utile riflettere sulla motivazione della casa d’aste di spostare il dipartimento di arte aborigena da Londra ai nuovi spazi di New York. A detta di Sotheby’s la nuova location permetterà di esibire questa tipologia di arte in concomitanza con le sue vendite di arte contemporanea, “riuscendo a capitalizzare [l’arte aborigena] all’interno di un mercato già abituato ai crossover”.

L’operazione risulta chiara, sono stati messi in campo tutti i soggetti capaci di creare una nuova tendenza e in grado di legittimare questa arte come degna di riempire gli spazi pubblici e privati  della cultura occidentale: dalle istituzioni culturali che offrono le grandi mostre rivolte al pubblico, alle pareti di grandi collezionisti. Tutto ciò all’interno della cornice del mercato Newyorkese, piazza sensibile e reattiva ai nuovi trend di mercato.

 

Uno scatto della mostra Desert Painters of Australia alla Galleria Gagosian di New York. Copyright Gagosian

 

 

Parte di questa operazione sembra essere la mostra Desert Painters of Australia attualmente in corso negli eleganti spazi della galleria Newyorkese di Gagosian. La mostra ospita opere della collezione d’arte aborigena Kluge-Ruhe dell’Università della Virginia e della collezione privata di Steve Martin e Anne Stringfield  e comprende dieci artisti, per lo più del popolo Pintupi, “la cui comprensione del tempo, della terra e del valore opera in tensione con quella del mondo dell’arte globale.” Controversa è anche la piena consapevolezza degli artisti (viventi) in mostra sulla circolazione delle loro opere all’interno di un mercato dell’arte globale.

Questi artisti sono infatti i successori di un popolo che non ha avuto contatti con la società bianca fino al 1984 e che vennero rilocati dal governo dal Western Desert ai territori del nord per essere inglobati nella società occidentale (la stessa società occidentale che ora rende omaggio/specula sull’arte aborigena australiana). Queste persone, vittime di uno sfratto anche culturale, iniziarono a dipingere come comunità seguendo l’esempio degli “artisti“ più anziani. Negli anni Settanta i loro dipinti (dot paintings realizzati con colori acrilici riportati su tela) conquistarono l’attenzione internazionale.

Queste composizioni/motivi a punti che formano animali, piante e paesaggi, rappresentano uno degli stili più distintivi e longevi dell’arte aborigena australiana. Prima di essere riportati su tela negli anni 70 venivano utilizzati dalle persone aborigene per disegnare rappresentazioni sacre sul terreno durante specifiche cerimonie. Questi disegni venivano applicati anche sul corpo con significati strettamente connessi ai rituali in atto.

 

L’arte aborigena? Una cosa da bianchi!

 

Chi ha quindi il diritto di dipingere in questo stile? “A che punto” la tecnica del dot painting si snatura cessando di essere un rituale/atto culturale e si trasforma in un furto di una tradizione millenaria e prodotto di consumo per la classe bianca dominante?

Molti artisti non indigeni si preoccupano di rispettare la cultura aborigena e la loro simbologia, altri invece utilizzano queste immagini senza pensare a cosa significano per il popolo indigeno. Imants Tillers, artista famoso per i suoi dipinti “piastrellati” ma anche per la sua lunga associazione con il processo di appropriazione, stimolò delle polemiche quando fu accusato di usare immagini sacre ispirandosi al dipinto dell’artista Michael Nelson Jagamara Five Dreamings (1984).

Un altro caso di presunta appropriazione è l’ultima serie di Damien Hirst, intitolata Veil Paintings: molti in Australia pensano sia straordinariamente simile ai dipinti di Emily Kame Kngwarreye e di altre donne aborigene della comunità di Utopia. Invece, a detta di Hirst, le sue vivaci composizioni astratte sono state ispirate dall’artista post-impressionista Pierre Bonnard e dal puntinista George Seurate, oltre che da una rielaborazione di Visual Candy, una sua serie degli anni Novanta. Ma voi l’avete vista Visual Candy? Vi invito a googlarla e a farmi sapere che ne pensate…

 

Un scatto della mostra The Veil Paintings, Damien Hirst, Gagosian Beverly Hills. Copyright Damien Hirst and Science Ltd

 

Il crescente interesse del mondo occidentale per l’arte indigena di cui abbiamo parlato finora  è caratterizzato da dei punti controversi. Nonostante si sia creato un nuovo mercato per questo tipo di arte, vediamo che agli estremi di questa operazione non  ci sono i suoi legittimi proprietari (gli aborigeni) ma piuttosto commercianti, musei internazionali ed esperti d’arte occidentali a tirarne le redini.

Ciò fa si che questo tipo di arte non riguardi più la propria sfera religioso/culturale, ma diventi un mero prodotto di scambio in un mercato privo di una significativa voce aborigena. Polemiche a parte su cui vi invito a riflettere, sarà l’arte aborigena il nuovo trend del mercato dell’arte? L’asta porterà i risultati aspettati? Lo scopriremo solo a Novembre.