Mercato e Brexit: cosa dobbiamo aspettarci?

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In questi giorni gli occhi di chi segue il mercato dell’arte sono tutti puntati su Londra e sulle evening sale di arte moderna e contemporanea  per vedere se la Brexit si abbatterà sul mercato britannico come il martello di Thor o se, invece, le contrattazioni si svolgeranno come sempre. Salvo qualche piccolo tentennamento. Prevedere il futuro è sempre difficile, ma questo è il tema del momento e, d’altronde, dopo il risultato del referendum della scorsa settimana, è lecito chiedersi come tutto ciò si rifletterà sul mondo dell’arte e sulla sua economia.

Certo le incertezze nella gestione della fuoriuscita del Regno Unito dalla UE non aiuteranno e può darsi che le aste di questa settimana riportino risultati un po’ sotto tono, registrando in tempo reale l’attuale situazione di disorientamento, proprio come sta avvenendo nelle Borse di mezzo mondo.

Valutare gli effetti della Brexit sul mercato dell’arte così, nell’immediato, credo però che sia un errore, anche se aiuterà tutti noi commentatori nel trovare titoli ad effetto, qualunque sia il risultato delle evening sale londinesi. E un errore, forse ancora più grosso, credo sia anche concentrare la nostra attenzione solo sul mondo delle aste, dimenticandoci degli altri comparti di questo settore economico che, con molta probabilità, subiranno in maniera decisamente maggiore questo shock.

 

Le aste sapranno reagire…

 

Facciamo, allora, uno sforzo e proviamo a pensare al medio periodo. Anche perché la procedura di uscita ha tempi tutt’altro che brevi: richiede almeno due anni. Un tempo sufficiente, credo, alle major del mercato per gettare le basi di nuovi accordi commerciali e per trovare un nuovo equilibrio alla luce delle modifiche legislative che, inevitabilmente, riguarderanno anche l’arte. Detto questo, non dobbiamo scordarci che se Londra è una delle capitali del mercato dell’arte, quest’ultimo è una realtà ormai globalizzata che vede i suoi maggiori acquirenti provenire, oltre che dagli storici Stati Uniti, dai mercati asiatici e medio-orientali.

Ciò mi fa pensare che, almeno per quanto riguarda la fascia alta del mercato, poco cambierà nello scenario mondiale anche se, nell’immediato, con le Borse a picco, le ripercussioni potrebbero essere pesanti. Se il divorzio tra UK e UE portasse ad un aumento dei prezzi dell’arte sulla piazza britannica, siamo sicuri che i super ricchi che oggi alimentano il mercato delle aste smetterebbero di acquistare opere per non pagare un 6-7% in più? Non credo proprio.

 

…ma ne soffriranno artisti e gallerie

 

I riflessi peggiori della Brexit nel tempo si avranno, a mio avviso, sul fronte della produzione artistica e quindi sugli artisti e sulle gallerie d’arte. E i problemi veri, in questo caso, li avranno in particolare gli operatori di dimensioni minori che navigano nelle fasce medio-basse del mercato, ma che svolgono un ruolo importante in termini di talent scouting. In primo luogo perché dovranno affrontare, nel prossimo futuro, maggiori difficoltà nello spedire le opere sul vecchio continente, banalmente per partecipare alle fiere o per consegnarle ad un cliente. I confini nazionali, d’altronde, saranno meno permeabili che in passato. E forse ci saranno dei problemi anche sul fronte del credito e delle tasse nel caso di una sofferenza economico-finanziaria del Regno. Come dei problemi ci potranno essere, sempre nel solo Regno Unito, per quanto riguarda i fondi alla cultura e all’arte contemporanea. E questo, ovviamente, non può che farci comprendere la forte preoccupazione da parte degli artisti inglesi, molti dei quali si sono giustamente schierati in queste settimane dalla parte del Remain. E non dobbiamo dimenticare i tanti artisti europei la cui carriera è in mano a gallerie del Regno Unito e che potrebbero essere in qualche modo penalizzati da una sofferenza di questo settore.

 

Brexit e Fiere

 

La probabile sofferenza della gallerie del Regno Unito mi porta a non sottovalutare, inoltre, il possibile ridimensionamento della loro presenza nelle varie fiere d’arte dell’UE dove, invece, sono storicamente uno dei contingenti nazionali più ampi. La Svizzera, in questo, sarà sempre più attrattiva, mentre per il resto le difficoltà che i galleristi britannici probabilmente avranno nel far uscire le opere dal proprio Paese, potrebbero riflettersi in una maggior selettività nella scelta degli eventi a cui prendere parte. In particolare per quanto riguarda quelle realtà che non possono contare su una rete internazionale. Con tutto quello che ne consegue in termini di appeal nei confronti dei collezionisti internazionali. E questo potrebbe togliere il coperchio al vaso di pandora del mercato, svelando quali sono le fiere dove si fa veramente business.

 

In futuro, il mercato UK potrebbe avere una marcia in più

 

Più che una debacle del settore delle aste che, probabilmente, ne risentirà nell’immediato ma alla lunga supererà anche questa sfida, i problemi derivanti dalla Brexit potrebbero interessare, dunque, più il mercato interno britannico che non quello globale che saprà trovare un suo nuovo equilibrio. Londra difficilmente perderà il suo ruolo per quanto riguarda il mondo delle aste, ma le ripercussioni del referendum sull’economia reale del Paese, se ci saranno, indeboliranno il collezionismo di fascia media che, come altrove, rappresenta la fetta più ampia di chi compra arte nel Regno Unito. E questo innalzerà sicuramente il tasso di mortalità tra gli operatori di piccole e medie dimensioni, mentre i grandi brand in qualche modo ne usciranno bene anche se, magari, un po’ ammaccati. In queste settimane, peraltro, mi è capitato di leggere articoli in cui si cercava di intravedere nella Brexit nuove opportunità per gli altri mercati europei. In primis quello italiano. Va bene voler vedere il bicchiere mezzo piano, ma stiamo attenti a non esagerare. Se la Brexit è certamente un “problema”, forse la situazione economico-politica della Zona Euro ne è uno ancora più grande. E poi chi ci dice che, liberato dai diktat dell’Europa, il mercato britannico non possa diventare in futuro ancor più competitivo?

8 Commenti

  • Federico Barosco ha detto:

    Capisco l’urgenza del tema, ma dati i troppi “forse” e “potrebbe” direi che scriverne è inevitabilmente prematuro 🙂

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Come potrebbe essere altrimenti? Ma condividere le proprie riflessioni e preoccupazioni fa parte di questo mestiere. Poi ovviamente siamo nel regno delle possibilità e non avendo in tasca la verità non potevo che fare ipotesi. Time will tell!

  • armellin ha detto:

    Mi sono chiesto cosa farebbe oggi De Gasperi in Europa, sicuramente evidenzierebbe quanto é debole la giurisprudenza per questo dannoso referendum che mette comunque in luce come una parte non piccola dei votanti voglia restare in Europa, una parte che sarà subito attiva e propositiva (oltre tre milioni di firme per rifare il referendum).

    De Gasperi da statista (oggi in giro non se ne vedono) indicherebbe subito l’urgenza di un decreto con valore retroattivo per annullare l’esito di questo referendum, subito, ed impedire in seguito altri referendum di questo tipo,

    Proprio per quel 48% che vuole restare in Europa non si può dire che é poi così netta la volontà popolare di uscire. Perciò lo scossone può aiutarci a vedere meglio un mondo intero che va verso l’unità, inglesi compresi.

    Stefano Armellin

    Nota : La vita é troppo breve per capirla, ma c’é abbastanza tempo per acquistare le opere di Stefano Armellin http://armellin.blogspot.com

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Nel mio piccolo mi auguro solo che questo primo risultato referendario faccia suonare nelle testoline di chi governa l’Unione qualche campanello d’allarme. Oggi siamo solo un’unione “finanziaria” in cui si curano solo gli interessi di pochi eletti. De Gasperi aveva decisamente una visione diversa dallo spettacolo indecoroso di questa Unione tutt’altro che unita. Vedremo.

  • anna castoro ha detto:

    Il progetto di un’Europa unita era,nelle intenzioni dei fondatori, ideologicamente grandioso; purtroppo abbiamo scoperto che gli statisti capaci e lungimiranti sono cosa assai rara. Al primo scoglio (i migranti) ciascuno ha costruito le trincee che aveva già nella testa….trasformando un fenomeno epocale in un problema che si è schiantato su Grecia e Italia…E quindi, inutile mentirsi, gli egoismi dei Paesi più forti dominano, schiacciando le ragioni di quelli più deboli …La costante è che si sono dimenticati i popoli, i ceti medio-bassi…imponendo le ragioni di Casta , le Banche, la Finanza…Ma, d’altra parte, come si può ambire ad una grande unità europea, quando i singoli Stati sono affetti da disgregazione politico-socio-economica ?? L’ Italia è stata smembrata nei suoi valori fondanti (Cultura, Arte, difesa del territorio, bellezze paesaggistiche, prodotti dell’agricoltura, dell’artigianato, del tessile, ecc) a favore di una globalizzazione di cui si vedono solo i danni…E quindi? E quindi è colpa anche nostra, perchè ci scegliamo le persone sbagliate (quando possiamo sceglierle) per governarci e da mandare in UE, perche ci distraiamo e non reagiamo, quando ci penalizzano , quando si chiudono le librerie e le gallerie, quando riempiono i canali tv e i giornali di informazioni condizionate, e ci distruggono, sotto i nostri occhi, l’Italia…

    • armellin ha detto:

      Galli della Loggia e Aldo Schiavone, Pensare l’Italia, Cosa sarà, cosa potrà essere l’Italia di domani ? E ci sarà ancora un destino italiano, un ruolo peculiare che ci appartenga, da riconoscere propriamente nostro ? Se dimentichiamo ciò che abbiamo alle spalle, non saremo capaci di valutare la crucialità del bivio che abbiamo di fronte, Torino, Einaudi, 2011, pp.144

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Cara Anna, il panorama che hai tracciato è da brivido ma è difficile contraddirti. Riguardo all’Italia mi verrebbe da aggiungere solo una domanda: Cosa possiamo aspettarci da un Paese in continua campagna elettorale, governato da oltre 20 anni solo a colpi di slogan e dove anche i sindacati hanno abdicato al loro ruolo proteggendo non tanto il mondo del lavoro ma solo i propri iscritti? Ormai i nostri portafogli sono pieni di tessere che danno accesso a piccoli orticelli, forse utili a qualcuno, ma che ci fanno perdere la cognizione di cosa vuol dire essere cittadini, comunità. E se le cose non ci arrivano sullo smartphone non ci accorgiamo neanche di cosa ci succede intorno, del degrado che avanza anche in città come quella dove vivo: Firenze, con buona pace di Renzi. Un degrado che ha poco a che fare con i migranti e molto con la totale mancanza di senso civico di noi italiani che non sappiamo rispettare la cosa pubblica perché tanto non è di nessuno, quando invece è di tutti. E tutto ciò, su scala più ampia, si riflette anche sull’Europa che non sentiamo nostra ma solo come un peso ingombrante. Certo è imperfetta, deludente, ma quanti vanno alle urne per votare i propri rappresentanti nell’Unione? Ormai nessuno va più a votare dimenticando che è un diritto/dovere. Ci si riempie la bocca di percentuali ma il 50% di niente non è gran cosa. Stiamo attraversando la crisi più lunga della nostra storia senza la capacità di reagire.
      E qui le parole di Albert Einstein in merito mi sembrano il messaggio più utile da condividere: “La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla“.
      Parole di cui dovremmo far tesoro. L’Italia, l’Europa sono nostre non dei nostri governanti che, invece, sembrano impegnati solo a toglierci quello che è nostro di diritto. E’ in ballo la nostra dignità. In Norvegia hanno un atteggiamento molto più pragmatico, non sopportano chi si lamenta e la loro regola è: non ti piace come stanno le cose? Cambiale. Ma per timore di perdere qualche diritto “personalizzato” da noi nessuno muove un dito. E gli animi si scaldano solo quando ci mettono le mani in tasca senza che nessuno si accorga che più il tempo passa più siamo nei panni del buon vecchio Cipputi di Altan.

  • anna castoro ha detto:

    Sì, certo,Nicola, nella crisi e nel caos sussiste il fermento, che poi assume consistenza di reazione e sfocia nelle creatività . Il problema a questo punto non è tanto la crisi, a cui noi italiani siamo abituati (il giogo torna spesso nella nostra storia), ma l’essere umano , depotenziato, privo del soffio vitale che lo spinge ad evolversi, con valori quasi assenti. Ti ricordo la mia ricerca sull’Uomo Seriale :parlo proprio di questo….Come fanno oggi gli italiani a credere di potercela fare a ricostruire, se essi stessi si ritrovano privi di quella forza vitale che proviene dalla consapevolezza delle proprie radici, della cultura del popolo di appartenenza , della speranza del futuro? E tutto questo, caro Nicola, proviene da scelte politiche che vanno in direzioni opposte…Dopo l’ultima guerra, quanti artisti hanno dato voce e forma alla propria frustrazione, attraverso l’arte ? Ora non c’è guerra, ma ci guardiamo intorno e troviamo un panorama socio-culturale scompaginato e azzerato, con una confusione che non lascia percepire segni di speranza….Ci siamo ammalati e depotenziati tutti….e i segni di reazione e desiderio di cambiamento, provenienti dalle ultime elezioni , ci vedono però passivi, in attesa…
    Nelle diverse epoche del passato,dopo i conflitti o le crisi, gli artisti e l’arte hanno saputo tracciare ipotesi di futuro, ora si annaspa, ciascuno naviga in acque solitarie e sconosciute..perché sono state sottovalutate, dimenticate dai gestori della Res Publica, le risorse fondamentali per la crescita dei popoli : ARTE e CULTURA.
    Ma non sembri pessimistico l’esame : individuare il proprio nemico è già inizio di salvezza…..
    Dopo aver scritto fiumi di parole, dopo aver scritto la Lettera Aperta al Nuovo Governo (inascoltata, seppur ogni tanto spolverata ed utilizzata in alcuni punti..), dopo aver lavorato per anni all’Uomo Seriale, credo di aver capito qualcosa di sostanziale : bisogna prescindere dai Governi, non è da quella parte che arrivano le soluzioni per una società malata…occorre riprendere in mano l’essere umano, soffocato e dimenticato…per questo è nata la mia serie Building the Future…..

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