Il mercato e la carriera di Antonio Donghi aspettando la vendita della Collezione Unicredit

Particolare dell'Autoritratto del pittore Antonio Donghi del 1947.

Il prossimo autunno potrebbe segnare l’inizio della vendita della Collezione d’Arte Unicredit. Una delle maggiori collezioni corporate d’Europa che conta circa 60.000 pezzi, con una prevalenza di opere moderne e contemporanee tra le quali la più ampia raccolta di Antonio Donghi. 29 lavori che potrebbero presto tornare sul mercato, dando nuova benzina al suo fatturato d’asta che, già nel 2018, ha dato segnali molto positivi nell’ambito di un più ampio ritorno d’interesse per l’arte figurativa.

Sempre presente in tutte le più importanti esposizioni che negli anni hanno parlato dell’arte italiana tra le due guerre, dalla celebre Exhibition of modern Italian art, che nel 1926 transitò dai principali musei di New York, Boston, Washington, Chicago e San Francisco, alla recentissima Realismo Magico – L’incanto nella pittura italiana degli anni Venti e Trenta, inaugurata nel 2017 al Mart di Rovereto e poi “esportata”, nel 2018, all’Ateneum Art Museum di Helsinki e al Museum Folkwang di Essen, Antonio Donghi è stato certamente uno dei protagonisti della stagione mercantile 2018.

Antonio Donghi, Donna al Caffé, 1931. Olio su tela 80 x 60 cm; Fondazione Musei Civici di Venezia, Galleria Internazionale d'Arte Moderna di Ca' Pesaro; © Archivio Fotografico - Fondazione Musei Civici di Venezia; Foto Franzini C.

Antonio Donghi, Donna al Caffé, 1931. Olio su tela 80 x 60 cm; Fondazione Musei Civici di Venezia, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro; © Archivio Fotografico – Fondazione Musei Civici di Venezia; Foto Franzini C.

L’apparente surriscaldamento del mercato dell’artista romano, contraddistinto nel 2018 da due record d’asta in pochi mesi e dal fatturato più alto della sua storia mercantile, non deve far pensare. però, al solito “fuoco di paglia”; ad una riscoperta ambigua legata ad una sola stagione. No, non è questo il caso di Donghi, da sempre amatissimo dal mondo del collezionismo e dell’arte su entrambe le sponde dell’Oceano. Complice una prima personale newyorkese già nel 1927, presso la New Gallery, e la conquista della “first honorable mention” con il quadro Carnevale.

Una grandezza e una fama, quella di Donghi, capaci di resistere al tempo, anche se la sua produzione del secondo dopoguerra ha perso – a detta di molti critici – quella capacità di sintesi che aveva caratterizzato i lavori precedenti, con la sua minuzia che si fa quasi nevrosi. Ma il 20 novembre 1963, all’indomani della sua scomparsa – avvenuta il 16 luglio 1963 -, nessuno dei suoi amici e ammiratori mancherà all’inaugurazione della mostra presso la Galleria La Nuova Pesa di Roma, a cui presero parte, come ricorda un vecchio telegiornale oggi conservato negli archivi Luce di Cinecittà, molte personalità del mondo dell’arte e della politica: i pittori Mario Mafai, Amerigo Bartoli, Giorgio De Chirico, Eliano Fantuzzi e Lancia. Oltre al registra Valerio Zurlini e del ministro Pietro Campilli.

 

Tra Metafisica e antichi maestri: il Realismo Magico di Antonio Donghi

 

Esponente di spicco di quel Realismo Magico in cui realtà e immaginazione si fondevano mirabilmente; tenuto a battesimo, in Italia, da Massimo Bontempelli il quale scriveva: «L’immaginazione non è il fiorire dell’arbitrario, e molto meno dell’impreciso. Precisione realistica di contorni, solidità di materia ben poggiata sul suolo e intorno come un’atmosfera di magia che faccia sentire, traverso un’inquietudine intensa, quasi un’altra dimensione in cui la nostra vita si proietta». Parole che si attagliano perfettamente allo stile di Antonio Donghi, soprannominato, in vita, il “pittore che fuggiva il vento”, per quei suoi dipinti dall’atmosfera sospesa, in cui regna un “movimento immoto” in cui è colta una realtà quotidiana dal fascino malinconico e nostalgico.

Artista “squisitamente romano”, come lo descrive la storica dell’arte Maria Teresa Benedetti – curatrice, assieme a Valerio Rivosecchi, della mostra del 2007 Antonio Donghi 1897-1963 al Palazzo Reale di Milano -, Antonio Donghi «comincia ad operare nel clima che viene definito, di solito, del “Ritorno all’Ordine”:  dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e passata la ventata delle Avanguardie quando, per opera di De Chirico, Carrà, Soffici e di tanti altri artisti, si propugna il recupero dei valori della pittura.  E probabilmente Donghi sarebbe stato un pittore romano di quelli che rappresentano la vita della città se non avesse incontrato la Metafisica di De Chirico».  La Metafisica, certo, ma anche i Maestri del passato, da quelli del Quattrocento a quelli del XVII e XVIII secolo, che inizierà a studiare già all’indomani del suo diploma al Regio Istituto di Belle Arti di Roma (1916).

Antonio Donghi, Lavandaie, 1922. Olio su tela, 148x95cm. Galleria Russo

Quei maestri antichi a cui guarderà, per sua stessa ammissione, «senza esagerare, ossia senza prendere da essi motivi di composizione e atteggiamenti». «Nell’esecuzione – spiegava – ho voluto sempre finire, anche con scrupolosità, sperando che l’osservatore potesse leggere con chiarezza quello che io ho visto e sentito». Ed ecco, allora, le origini di quello stile unico, di quella pittura “severa e paziente”, come la definì Cesare Brandi, che «da un fondamento veristico si eleva ad una visione del volume, in cui finisce per irrigidirsi il senso vivo della materia e del colore. Giovandosi dell’esperienza cubista, il Donghi ha cercato di raggiungere una specie di ‘concretezza astratta’, una superrealtà che svela nel suo apparente verismo un germe di reale trasformazione fantastica».

Nasce, così, quel suo mondo personale, popolato – come ricordavano ormai 12 anni fa gli organizzatori della bellissima retrospettiva di Palazzo Reale a Milano – «da saltimbanchi, giocolieri, canzonettiste, cantanti e attricette da avanspettacolo, e poi “attori” inconsapevoli quali cacciatori, pescatori, fanciulle, giovani amanti, accarezzati da una luce fissa e assorta; un universo in apparenza quotidiano ma, in realtà, specchio di una realtà “altra”, straniante, magica, quasi allucinata. Il realismo pittorico si fa ovunque esasperatamente preciso sia nella resa levigata dei particolari che nella definizione geometricamente esatta delle coordinate spaziali».

 

Dal debutto al successo internazionale

 

Ironico e stravagante, ma anche modesto e malinconico, Antonio Donghi era profondamente legato alla sua città; quella Roma dove era nato il 16 marzo 1897 da una famiglia piccolo-borghese. Vivrà sempre nel Rione Trevi, nel cuore della Capitale. Il Rione dove si trovava la Via del Lavatore, che gli ispirerà l’omonimo dipinto esposto nel 1922 in occasione della XV Esposizione della Società amatori e cultori di belle arti di Roma, che segna il suo debutto sulla scena artistica della città.

Due anni dopo, nel 1924, arriveranno, invece, le prime personali: nella Galleria Stuard di via Veneto e alla Casa d’Arte Bragaglia che lo fanno conoscere ad un pubblico sempre più ampio. E sempre nel 1924 espone nella mostra Venti artisti italiani, curata da Ugo Ojetti – tra i suoi primi sostenitori e collezionisti – presso la Galleria Pesaro di Milano. Mostra che darà il via alla sua rapida affermazione pubblica. 

LOTTO 29 - Antonio Donghi, Ragazzi alla finestra, 1947. Valutata in catalogo 80-120.000 euro, questa tela è stata battuta da Christie's per 140.000 euro stabilendo il nuovo record di Donghi in asta.

Antonio Donghi, Ragazzi alla finestra, 1947. Olio su tela, 70 x 60 cm.

Del 1926 è, invece, la sua partecipazione – con 10 opere – alla già citata Exhibition of modern Italian art negli Stati Uniti a cui seguirà – grazie al successo ottenuto nella precedente esperienza – la personale alla New Gallery di New York del 1927. Mentre nel 1929 prenderà parte, a Milano, alla seconda mostra di Novecento e poi, nel 1930, alla mostra del Movimento che Margherita Sarfatti organizzerà a Buenos Aires, anche se, in realtà, il legame di Donghi con gli artisti del Novecento italiano sarà piuttosto labile.

Da questi esordi nella Roma di “Valori Plastici” e della “Terza Saletta” del Caffè Aragno, alle esperienze americane a New York e Pittsburgh, la vicenda di Antonio Donghi si snoda pacatamente, al ritmo di otto-dieci quadri all’anno, eseguiti con certosina pazienza, sostenuta da una forte intensità interiore.  Partecipa a quattro edizioni della Biennale di Venezia (1926, ’28, ’30, ’32), alla mostra Italienische Maler (Zurigo, Kunsthaus, 1927), alla prima Mostra del Sindacato laziale fascista degli artisti (1929) e a tre edizioni della Quadriennale di Roma (1931, 1935, 1943). Poi arrivano le mostre personali alla Galleria Jandolo di Roma (1938) e alla Galleria Gian Ferrari di Milano (1940). Gli anni Trenta, sono per Donghi gli anni del successo internazionale. Il suo mercato è florido ed incontra i gusti del collezionismo straniero, in particolare statunitense.

 

Dagli anni Quaranta alla nuova “fortuna” fin de siècle

 

Al 1942 risale la prima monografia dedicata al suo lavoro: viene scritta dal poeta romano Leonardo Sinisgalli e pubblicata nella collana Arte Moderna Italiana di Hoepli; mentre nel 1945 tiene una nuova personale alla galleria La Finestra di Roma. Mostra che segna il passaggio ad una seconda, e meno felice, fase della sua produzione artistica che durerà sino alla sua morte e che risente molto della sua vicenda biografica che lo vede, solitario di natura, chiudersi sempre più in se stesso, afflitto da problemi nervosi, di vista e lontano da quello che era il dibattito artistico contemporaneo, dedicandosi prevalentemente alla pittura di paesaggio.

Ma, nel dopoguerra, il suo lavoro è ancora protagonista negli Stati Uniti dove Donghi nel 1947 espone in occasione della mostra Twentieth Century Italian Art al MoMa di New York. Partecipa inoltre alle Biennali di Venezia del 1952 e 1954 e alle Quadriennali di Roma del 1951, 1955 e 1959. In quella del 1955, peraltro, gli viene dedicata un’intera sala. E nel 1951 vince anche l’importante Premio Michetti.

LOTTO 230 - ANTONIO DONGHI, Natura morta, 1940. Olio su tela, 49,5 x 56 cm. Stima: 40.000-60.000 euro.

ANTONIO DONGHI, Natura morta, 1940. Olio su tela, 49,5 x 56 cm.

Celebrata, subito dopo la sua scomparsa avvenuta il 16 luglio 1963, alla galleria La Nuova Pesa di Roma (1963) con una monografica che ripercorreva il periodo più felice dell’artista romano, -quello tra gli anni Venti e Trenta del Novecento -, l’opera di Donghi è protagonista anche nel 1965, quando gli viene dedicata una retrospettiva nell’ambito della IX Quadriennale di Roma. Mentre nei decenni successivi il suo lavoro è stato sostenuto e valorizzato quasi unicamente dagli sforzi di Maurizio Fagiolo dall’Arco che, per anni, ha governato la nuova “fortuna” di Donghi tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. A lui si deve, ad esempio, la mostra Donghi : sessanta dipinti dal 1922 al 1961 allestita nel 1985 a Roma nelle sale di Palazzo Braschi e corredata da un bellissimo catalogo edito da De Luca.

Altra personalità fondamentale per il costante interesse rivolto all’opera di Antonio Donghi è poi Valerio Rivosecchi che, oltre a collaborare con Fagiolo dall’Arco in varie iniziative, nel 1993, assieme a Bruno Mantura, organizza a Palazzo Racani Arroni  di Spoleto, in occasione del Festival dei Due Mondi, la mostra Antonio Donghi. 1897-1963. Titolo che richiama un’altra fatica di Rivosecchi, questa volta realizzata assieme a Maria Teresa Benedetti: la grande mostra monografica  Antonio Donghi. 1897-1963 del 2007 che fece tappa prima a Roma, nel Complesso del Vittoriano, e poi a Milano a Palazzo Reale. Mostre che ne hanno permesso, dopo anni di silenzio, una riscoperta da parte anche del grande pubblico.

 

Il mercato di un artista raro

 

Ammonta a 170.000 € (diritti d’asta esclusi) l’attuale record di Antonio Donghi, realizzato il 4 dicembre 2018 durante l’asta di arte moderna e contemporanea di Cambi a Milano con la vendita del dipinto Abito azzurro (1933). Un primato arrivato a pochi mesi da quello realizzato, l’11 aprile dello stesso anno, da Christie’s Italia (134.000 € diritti esclusi) con l’aggiudicazione della tela Ragazzi alla finestra (1947). Un ritorno di interesse che, come abbiamo visto, non è assolutamente nuovo per questo artista di cui non si sente spesso parlare solo perché la sua produzione è estremamente rara. Tanto che analizzarne il mercato ha forse poco senso vista la sua quasi totale mancanza di liquidità.

Al momento della morte, infatti, erano poco più di 200 le opere realizzate da Antonio Donghi, pochissime per soddisfare una domanda collezionistica molto ampia già dai suoi esordi negli anni Venti del Novecento. Una “scarsità” di produzione, quella di Donghi, dovuta solo in parte all’accuratezza del suo lavoro. Come sottolineava Valerio Rivosecchi in occasione della retrospettiva del 2007, la causa principale sta, infatti, nel particolare “montaggio” delle immagini con cui Donghi componeva i suoi quadri, includendo elementi, come paesaggi o nature morte, che acquistano autonomia propria in altre opere. Questa originale “ars combinatoria” si può estendere anche ai pochi volti, ai pochi modelli, ai travestimenti che ritornano nei suoi dipinti con una ieraticità a tratti inquietante. Sono visi regolari, inscrivibili in un ovale, forme ideali per una pittura fortemente attratta dalle armonie delle forme geometriche.

LOTTO 235 - Antonio Donghi, Abito azzurro, 1933. Olio su tela, cm 50x37,5. Stima: EUR 50.000,00 - 70.000,00

Antonio Donghi, Abito azzurro, 1933. Olio su tela, cm 50×37,5.

Una “rarità” quella di Donghi sul mercato che, negli anni non poteva che accentuarsi. Oggi, ad esempio, una decina di sue opere – come Via del Lavatore con cui debuttò nel 1924 -, è conservata in musei italiani, dalla GNAM di Roma alla GAM di Torino, passando per Palazzo Pitti a Firenze. E non ne mancano in altre raccolte di compagnie di assicurazioni e istituti bancari come Unicredit, nella cui collezione conserva ben 29 opere di Antonio Donghi, “ereditate” dal Banco di Roma: 22 olii, 4 disegni e 2 pastelli. 29 capolavori che potrebbero presto tornare sul mercato – si pensa già da questo autunno –  stando alle notizie, diffuse a febbraio 2019, circa la volontà, come ha scritto Marilena Pirrelli sul Sole24Ore, del Gruppo di «sacrificare l’arte sull’altare dell’iniziativa Social Impact Banking», romependo così «un tabù – quello del valore identitario e sociale delle collezioni bancarie – e vende la sua corporate art collection che possiede in Italia, Germania e Austria con proventi iniziali stimati in 50 milioni di euro, probabilmente conservativi».

Nell’attesa di sapere quali saranno i primi lavori della collezione Unicredit ad essere venduti, una cosa è certa: l’impatto che la decisione presa da Jean Pierre Mustier, CEO del Gruppo nonché neo-eletto Presidente della Federazione Bancaria Europea (EBF), potrebbe avere sul mercato degli artisti interessati – compreso Donghi – non è assolutamente semplice da valutare. Certamente, però, l’immissione sulle piazze italiane ed internazionali potrebbe far salire, e non di poco, il valore delle sue opere, oggi conservate in Collezione con il loro “valore storico”, mai aggiornato. E stiamo parlando, per quanto riguarda l’artista romano, di un corpus di lavori che attraversa tutta la sua carriera, tra i quali citiamo: Veduta di Roma (Convento di San Bonaventura al Palatino) (1924); Fruttiera su un tavolo (1935); Fiori (1935); Giocoliere (1936); Caccia alle allodole (1942) o Montecarlo di Lucca (1953).