Milano: viaggio nell’incanto di Miart 2019

Lucia Tallova, Building a Mountaing (particolare), 2019. Site-specific archive of installation, objects, collages, paintings. Courtesy: SODA Gallery
Lucia Tallova, Building a Mountaing (particolare), 2019. Site-specific archive of installation, objects, collages, paintings. Courtesy: SODA Gallery

Una preview così erano anni che non la vedevo. I corridoi pieni fin dal primo minuto, con un Miart 2019 (5-6 aprile 2019) preso letteralmente d’assalto, non solo dal consueto “struscio” vip di queste anteprime, ma anche da tanto collezionismo vero, sia italiano che internazionale. Segno di una fiera che ha saputo posizionarsi in un mercato estremamente competitivo e di una città, Milano, che conferma, ogni anno di più, la sua vocazione internazionale anche quando si parla di arte.

Complice di questo successo, che ha visto anche le prime vendite interessanti, un’edizione che non esito a definire senza sbavature. Se non fosse, forse, per una sezione Generations che mi è parsa più debole che in passato. Ma si tratta di una “debolezza”, probabilmente, legata non tanto ai progetti espositivi in sé, quanto alla forza di molti dei “dialoghi” presenti nei stand delle altre sezioni. A partire dal bel contrappunto tra le opere di Vedova degli anni Ottanta – tra le quali l’ultimo dei suoi “rossi” ancora disponibili sul mercato – e le sculture in terracotta di Giuseppe Spagnulo proposto dalla Galleria dello Scudo.

Paolo Icaro in "conversazione" con Carol Rama nello stand della galleria Il Ponte.

Paolo Icaro in “conversazione” con Carol Rama nello stand della galleria Il Ponte.

Per non parlare della delicata conversazione che la Galleria Il Ponte di Firenze ha saputo creare tra le opere di Carol Rama e le sculture di Paolo Icaro e di Hidetoshi Nagasawa. O di quello, molto concettuale, proposto dalla galleria FuoriCampo di Siena che in fiera porta Oscar Abraham Pabon, –  artista/architetto interessato al patrimonio intellettuale del modernismo e al suo linguaggio visivo, e lo applica a oggetti di uso quotidiano – e Marco Andrea Magni che, invece, lavora sulla condizione della possibilità e dell’occasione, riabilitando l’esperienza corporea declinata in scultura.

Oscar Abraham Pabon, Senza titolo, 2019. Courtesy: Galleria Fuoricampo, Siena

Oscar Abraham Pabon, Senza titolo, 2019. Courtesy: Galleria Fuoricampo, Siena

Un artista, Magni, che ritroviamo anche nel piccolo, ma curatissimo, stand della Loom Gallery che, oltre a lui e ad altri suoi cavalli di battaglia, quali Pierre-Etienne Morelle e Paul Gees, presentano una recente acquisizione: Annamaria Gelmi, di cui vi abbiamo parlato più volte, anche in occasione dell’uscita del suo catalogo. Già in lavorazione una personale dedicata alla sua opera storica.

Le opere di Annamaria Gelmi nello stand della Loom Gallery

Le opere di Annamaria Gelmi nello stand della Loom Gallery

Impossibile citarvi tutti gli stand che meritano attenzione e, per ovvi motivi, non posso che soffermarmi su quelli mi hanno colpito maggiormente. A partire da quelli dello Studio Trisorio di Napoli che, tra le altre opere, presenta un lavoro recente dei Francesco ArenaA Square Meter of Marble with Linear Meter of Ash, del 2018 –  e della Galleria Monitor di Roma con Nicola Samorì.

Francesco Arena, A Square Meter of Marble with Linear Meter of Ash, 2018. Studio Trisorio.

Francesco Arena, A Square Meter of Marble with Linear Meter of Ash, 2018. Studio Trisorio.

Per arrivare a colossi internazionali come la Galerie Thaddaeus Ropac – che a Milano porta, tra gli altri, il nostro Vedova, Georg Baselitz, Tony Cragg e Adrian Ghenie – o la Hauser & Wirth. Fino ad arrivare alla Cardi Gallery che, con molta probabilità, ha lo stand più bello di tutto Miart: un salotto “zen” al cui centro è installato un delicatissimo lavoro del coreano Lee Ufan, membro storico dl Mono-ha, ma anche di quel Dansaekhwa tornato alla ribalta qualche anno fa.

Una vista dello stand della Cardi Gallery a Miart 2019

Una vista dello stand della Cardi Gallery a Miart 2019

L’opera, Relatum (1994), appartiene alla omonima serie inaugurata negli anni Sessanta e il cui titolo si rifà al termine filosofico che denota cose o eventi tra cui esiste una relazione. E qui a Milano, questa “scultura a terra” entra in vibrazione/relazione con due specchianti di Michelangelo Pistoletto e ad un’opera, molto dura, di Wolf Vostell: Calatayud (1973), serie di lavori realizzati con lamina di piombo, fogli di riviste, matita e acquerelli, che racchiude una forte componente drammatica a partire già dal titolo. La violenza è forse l’aspetto principale che emerge dall’opera di Wostell, una forma di energia che secondo l’artista dominava la realtà e che doveva essere “esposta”.

Lee Ufan, Relatum, 1994

Lee Ufan, Relatum, 1994

Ma se quello di Cardi è certamente lo stand più elegante della fiera, non da meno sono quelli di Tornabuoni Art, con Boetti, Accardi e Dorazio – bellissimo il reticolo giallo a tempera su cartoncino del 1964 che campeggia ad uno dei due ingressi dello stand -; Robilant + Voena che, in una sala a lato presenta un focus molto interessante alle ceramiche di Lucio Fontana, e Mazzoleni.

Lo stand della Galleria Poggiali con, in primo piano, l'opera Colpo di Gong (1993) di Eliseo Mattiacci.

Lo stand della Galleria Poggiali con, in primo piano, l’opera Colpo di Gong (1993) di Eliseo Mattiacci.

I “gong” di Eliseo Mattiacci sono invece i protagonisti nello stand della Galleria Poggiali. Mentre la romana Erica Ravenna arte contemporanea porta in fiera alcuni lavori storici di Gino Marotta: composizioni e sculture in metacrilato come nel caso del dittico Perugino amore mio (1970), dove un particolare fotografico di un paesaggio del pittore umbro è avvicinato alla riproduzione dello stesso soggetto in metacrilato su legno.

Il ditto di Gino Marotta, Perugino Amore Mio (1970), nello stand della romana Erica Ravenna Arte Contemporanea

Il ditto di Gino Marotta, Perugino Amore Mio (1970), nello stand della romana

Ma passeggiando tra gli stand si notano “piccoli” capolavori come la tela di Antonio Donghi da Campaiola Studio d’ArtePonte di legno (Riccione) del 1929 – o Tavolino da tè, olio su cartone di Fausto Pirandello datato 1952. Oppure lo smalto, Particolare di Viaggio (1965), di Mario Schifano appeso un po’ in disparte nello stand dello Studio Guastalla. Un gioiellino di soli 30×20 cm a firma di uno dei protagonisti di questo primo semestre di mercato e molto presente nei vari stand della fiera. E subito davanti a lui ecco anche un delizioso Retro d’affiche del 1955 di Mimmo Rotella, anche questo di piccole dimensioni (24×20).

Fausto Pirandello, Tavolinoda tè, 1952

Fausto Pirandello, Tavolinoda tè, 1952

Oltre alla qualità dei lavori esposti, in questa edizione di Miart stupisce anche la grande varietà della proposta. Dal focus su Duilio Cambelloti proposto dalla Galleria Russo alle opere storiche di Ulay da Richard Souton, passando per le opere di Renata Boero – protagonista in questi giorni al Museo del Novecento di Milano – e di Totj Scialoia da Open Art e dai lavori di Luigi Veronesi di 10 A. M Art.

Duilio Cambellotti, Gli Auspici, 1910

Duilio Cambellotti, Gli Auspici, 1910

Spostandosi più sul contemporaneo, uno dei lavori che ho trovato più interessante è quello del materano Andrea Francolino: Caso x caos x infinite variabili (2017-2018), installazione a parete che trovate da Frittelli Arte Contemporanea ed esposta recentemente a The Open Box. Un lavoro, come ha spiegato lo stesso artista, in cui caos e armonia si incontrano per «rivelare come le infinite variabili di un caso incontrollabile, manifestano delle direzioni incalcolabili da parte dell’uomo».

Andrea Francolino, Caso x caos x infinite variabili, 2017-2018. Particolare dell'installazione nello stand della Galleria Frittelli a Miart 2019

Andrea Francolino, Caso x caos x infinite variabili, 2017-2018. Particolare dell’installazione nello stand della Galleria Frittelli a Miart 2019

Sempre da Frittelli, peraltro, troviamo anche uno splendido lavoro di Corrado Cagli, Apparizione (1958), da cui emerge tutta la contemporaneità di questo artista che meriterebbe più attenzione. Passando allo stand delle Prometeo Gallery, abbiamo invece una piccola “anteprima” di quello che sarà il padiglione albanese alla prossima Biennale di Venezia, grazie ad una serie di lavori di Driant Zeneli, anche se l’opera che mi piace di più è No Monster’s Land di Fabrizio Cotognini.

Fabrizio Cotognini, No Monster’s Land, 2018. Prometeo Gallery

Fabrizio Cotognini, No Monster’s Land, 2018. Prometeo Gallery

Stupenda, poi, Colony (2019), lavoro in stucco e sabbia dell’artista tedesco Jachym Fleig portato in fiera dalla Rizzutogallery di Palermo e che ben esemplifica quell’integrazione tra scultura e ambiente circostante che dà al suo lavoro il carattere di un’installazione temporanea. Un’opera che, come una struttura organica in uno stato di proliferazione e crescita, si sviluppa invadendo lo spazio che la ospita.

L'opera Colony (2019) del tedesco Jachym Fleig al centro dello stand della Rizzutogallery.

L’opera Colony (2019) del tedesco Jachym Fleig al centro dello stand della Rizzutogallery.

Russian Newspaper, sempre del 2019, è invece il titolo del delicato lavoro di Vedovamazzei che accoglie i visitatori dello stand della Galleria de’ Foscherari che, subito davanti, ha quello dell’argentina Revolver, anch’esso molto interessante e dove ritrovo il lavoro del nostro Marco Di Giovanni, artista che avevo segnalato qualche tempo in una mia recensione di ArtVerona.

Una vista dello stand della Galleria Nicola Pedana di Caserta con le opere di Vittorio Messina

Una vista dello stand della Galleria Nicola Pedana di Caserta con le opere di Vittorio Messina

Si arriva così ad una galleria che, mi accorgo, cito praticamente sempre, ma che, non vi nascondo, credo fermamente sia una delle migliori del nostro Paese, in particolare nel panorama dell’offerta artistica meridionale. Sto parlando della Galleria Nicola Pedana di Caserta che a Milano è presente con un solo show dedicato a Vittorio Messina, artista che dalla metà degli anni Ottanta, utilizzando i materiali e modi dell’architettura urbana, mette in evidenza “l’abuso” consumato dall’arte in rapporto al degrado e alle tematiche ambientali e sociali in atto nelle periferie urbane.

Una vista dello stand dalla SODA Gallery di Bratislava

Una vista dello stand dalla SODA Gallery di Bratislava

Certamente uno degli stand più belli e potenti, sul fronte del contemporaneo, in questa edizione di Miart. Come molto bello è, a mio avviso, quello della SODA Gallery di Bratislava che a Miart porta, oltre ad un lavoro site-specific di Jaro Varca, l’installazione Building a Mountain di Lucia Tallova, artista che lavora sulla concettualizzazione dei processi emozionali legati alla percezione. Un lavoro che manipola a tal punto lo spazio dello stand da creare, sul visitatore, una certa sensazione di straniamento e a cui mi è piaciuto dedicare la copertina di questo reportage. Adesso, però, la parola passa a voi. Alle 12 la fiera apre al pubblico e vi ho già anticipato anche troppo. Buona visita.

3 Commenti

  • MarcoFlòMeneguzzo ha detto:

    un peccato non averla incontrata per il resto sottoscrivo in toto…….buona settimana fieristica

  • Cristiana Curti Cristiana Curti ha detto:

    Che bella fiera! Finalmente una prova senza peccati, elegante, con interessanti novità e solide certezze declinate però con scelte eccellenti e non con gli scartini del retrobottega.
    Una fiera che dà la misura della capacità di attrazione di Milano. E se si pensa che si arriva qui da un mese di fiere rocambolesche per tutto il mondo (Hong Kong compresa) e forse di appeal più importante, bisogna rendere omaggio alla costruzione, all’organizzazione, alla gestione di questo ottimo appuntamento nostrano.
    Anch’io sottoscrivo tutto quanto nel bell’articolo del Dottor Maggi e aggiungo, per chi ama l’Italia dell’astrazione delicata di Santomaso, un’opera da capogiro da Matteo Lampertico, che insieme a Repetto Gallery porta anche il buon Chighine in attesa della giusta riscoperta. Per non parlare delle meraviglie su tela degli anni ’60 di una diversa Maria Lai alla Galleria M77 (che, mi è stato detto, superano di molto il mezzo milione di euro di valore).
    Devo dire che purtroppo questa fiera fa pensare che Bologna potrebbe dedicarsi ai tortellini e ai passatelli, forse con miglior successo (con tutto il rispetto per Simone Menegoi che intraprende un’impresa quasi impossibile, e certo non per causa sua).
    Infine, una nota personale: grazie al Dottor Maggi per il cenno su Marco Di Giovanni, un carissimo amico e un artista che colleziono da tempo. E’ una firma solida e di temperamento che vale la pena di seguire.

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