Miss Tic, viaggio alla scoperta della Street Art

Street Art. Nel 1980 circa un centinaio di artisti installarono i propri lavori in un locale abbandonato di Time Square a New York: è il Time Square Show, ideato dallo scultore Tom Otterness e curato dal CoLab. L’evento, passato alla storia per essere stato il primo ad ospitare i lavori dei graffitisti della Grande Mela, segna l’inizio, idealmente, della storia della Street Art e del percorso di accreditamento di questa arte visuale conosciuta anche come Urban Art o Post Graffiti – per differenziarla dai graffiti territoriali delle bande newyorkesi e dai semplici atti di vandalismo – e che  oggi ha ormai risalito tutti i gradini della scala gerarchica dell’arte ed è una delle protagoniste della scena e del mercato internazionale.

Giuseppe OttavianelliDirettore dal 2007 della galleria Wunderkammern insieme a Giuseppe Pizzuto.

Giuseppe Ottavianelli
Direttore dal 2007 della galleria Wunderkammern insieme a Giuseppe Pizzuto.

Tra le gallerie italiane più attente agli sviluppi della Street Art, la romana Wunderkammern di Giuseppe Ottavianelli e Giuseppe Pizzuto che dal 19 gennaio prossimo ne celebrerà la storia e l’incessante vitalità attraverso la prima mostra italiana di Miss.Tic, la regina della Street Art francese.

Artista di fama internazionale, Miss.Tic ha giocato negli anni un ruolo di primo piano nel processo di riconoscimento dell’Urban Art da parte del sistema dell’arte e le sue opere sono entrate a fare parte di collezioni pubbliche e private: nel 1989 nel Fond d’Art Contemporein de la Ville de Paris, nel 2005 nella collezione di Street Art del Victoria and Albert Museum di Londra e nel 2009 in quella del Musée Ingres di Montauban. Questo oltre a poter vantare numerose committenze.

In attesa dell’inaugurazione della mostra romana abbiamo intervistato Giuseppe Ottavianelli per farci anticipare i contenuti di questo evento storico per il panorama artistico italiano e per fare insieme il punto sulla Street Art e sul suo collezionismo. Una lunga chiacchierata in cui non mancano alcune sorprese sulla situazione italiana e preziosi consigli per chi desidera raccogliere opere di questa arte visuale.

Nicola Maggi: Il 19 gennaio prossimo, per la prima volta, il pubblico italiano potrà ammirare il lavoro di Miss.Tic. Ci puoi anticipare i contenuti della mostra che state organizzando?

Giuseppe Ottavianelli: «Ho il piacere di curare personalmente questa mostra e di presentare l’universo di Miss.Tic. Nel suo studio a Parigi abbiamo considerato ogni dettaglio. Nella mostra ci saranno opere prodotte dal 2008 ad oggi: lavori su differenti media (dal legno al ferro, dai collage alle stampe, alla tela) che presentano i contenuti chiave dell’opera di Miss.Tic. Come sai l’estetica pop dei “pochoir de rue” di Miss.Tic si accosta sempre a ricercati testi che completano l’immagine. Lo sguardo dell’osservatore è immediatamente catturato dalle pin up sinuose e degli uomini atletici. Figure con cui viene naturale instaurare un rapporto intimo e personale di fisicità, ma lo spettatore è costretto a distogliere lo sguardo e soffermarsi con più attenzione sulle frasi pungenti ed ironiche che accompagnano l’immagine. Sono messaggi acuti, ironici, giochi fonetici e semantici, con assonanze e abili doppi sensi che spesso presentano uno contenuto socio-culturale. L’opera diviene provocante e provocatoria. Corpi e volti glamour che ci seducono ed una poesia che non esita a scuoterci. La ciliegina della torta sarà la presentazione di un’opera di Miss.Tic in italiano, con data 2013. Vi aspettiamo il 19 Gennaio!»

Miss.TIc, Tirage Soyons heureuses en attendant le bonheur, © Miss.Tic-adagp2013

Miss.TIc, Tirage Soyons heureuses en attendant le bonheur, © Miss.Tic-adagp2013

N.M.: Miss.Tic è attiva dal 1985 e, cronologicamente, appartiene alla prima generazione di artisti di strada. Penso a quella di Kenny Sharf o di King Robbo ma anche a quella di mostri sacri del mercato come Keith Haring o Jean Michel Basquiat. In che relazione è la sua opera con quella di questi artisti?

Miss.Tic, Tôle prêt-à-porter, © Miss.Tic-adagp2013

Miss.Tic, Tôle prêt-à-porter, © Miss.Tic-adagp2013

G.O.: «Effettivamente, agli inizi degli anni Ottanta Miss.Tic si trasferisce in California e questa esperienza la segna profondamente. Il writing, ormai un fenomeno non più solo newyorkese,  era all’apice della sua popolarità e si stava già modificando in nuove forme di arte urbana: il Billaboard Liberation Front a San Francisco, le Guerrilla Girls e John Fekner a New York trascinano l’urban art in una forma di contestazione, di comunicazione militante, di autopromozione. Prima di essere Basquiat, Jean-Michel era SAMO (acronimo per “sameoldshit”) e tutti a Manhattan si chiedevano chi fosse a scrivere quegli aforismi provocatori che denunciavano le condizioni dei neri negli Stati Uniti, le ineguaglianze sociali ed l’operato dei mass-media. Contemporaneamente, Keith Haring prima è artefice del trait d’ union  tra il mondo del writing e la bohème underground dell’East Village, poi inizia a marcare il suo passaggio in tutta New York. Il suo Pop Shop e la creazione sistematica di prodotti derivati è la celebrazione massima di quel meccanismo di autopromozione e vibrante comunicazione.

Miss.Tic torna in una Parigi dove erano attivi gruppi come Vive La Peinture (con Michel Espagnon, Jean Gabaret e Martial Jalabert) e Frères Ripoulin (con Jean Faucheur, Ox, Piro Kao, Manhu e Closky). Miss.Tic, carica dell’esperienza oltre oceano, riesce a sintetizzare uno stile proprio, unico ed innovatore, comunicando pubblicamente le passioni in modo minimale ed ironico e legandole ad un immaginario collettivo pop d’avanguardia che ancora oggi rimane attuale.  Miss.Tic fa da ponte tra i due continenti più di ogni altro rappresentante della street art europea dell’epoca. Miss.Tic unisce il suo essere poetessa e la sua natura di attrice teatrale di strada creando un nuovo genere di estetica. La sua opera riassume in sé gli elementi principali della Street Art divenendo chiave di volta dell’intero movimento».

N.M.: Nel 2011, l’inglese Channel 4 ha messo in onda un documentario dal titolo “Graffiti Wars” che parla della faida tra King Robbo e Banksy, rappresentanti di due generazioni diverse di Street Artist. Come è cambiata la Street Art dagli anni Ottanta ad oggi e chi sono i rappresentati più significativi della nuova generazione?

G.O.: «La Street Art dagli anni Ottanta ad oggi? Vandalismo per gli uni ed espressione degna di essere accolta nei musei per gli altri, l’arte urbana ha sempre avuto questa ambivalenza. Credo che la frase di Marshall McLuhan possa essere la chiave di lettura corretta: “the medium is the message”. Interventi che per il solo fatto di essere in strada, illegali, effimeri e gratuiti possiedono un messaggio comune e caratterizzante che vuole ridurre la distanza e la separazione, tra l’arte e la vita quotidiana. Necessariamente cambiano gli stili, le tecniche, i contenuti ma mi piace pensare che dai graffiti degli anni Ottanta con i bombings, trains, puppets, throw-ups, lettering, stickers, tags, alla Street Art di oggi non vi sia una differenza di sostanza. Negli anni Ottanta le opere di Miss.Tic sono state ufficialmente considerate dalla legge francese come un atto di vandalismo, oggi nelle strade di Parigi vengono addirittura restaurate, rimanendo tuttavia illegali e gratuite. Per questo trovo eccezionale la ‘reciproca attenzione’ tra King Robbo e Banksy: la battaglia per il territorio, il crossare una tag o un dipinto, il voler difendere un proprio atto illegale, è uno dei meccanismi più autentici dei graffiti. E’ semplicemente la nostra percezione ad essere cambiata e con essa il meccanismo di storicizzazione da parte delle istituzioni museali, di mecenatismo e di mercato che oggi fanno da cornice alla Street Art.

Tuttavia bisogna anche considerare che oltre al movimento dei graffiti degli anni Settanta e Ottanta che si sviluppa principalmente sulla Est Coast americana, vi è un ulteriore impulso culturale ed artistico che rappresenta oggi un fattore determinante per la comprensione della Street Art degli ultimi 20 anni. Un impulso che ha inizio a partire dagli anni Sessanta, d’ispirazione Dada e situazionista, e che deriva dalla ricerca artistica di Buren-Mosset-Parmentier-Toroni, di Gordon Matta-Clark, di Gérard Zlotykamien, di Ernest Pignon-Ernest, di Vostell, di Patterson, di Provo, del gruppo Untel, dell’Atelier Populaire. Come descrive George Maciunas nel ManifesteFluxus nel 1963, l’obbiettivo è quello il far coincidere l’arte e la vita. In questa ottica va inquadrata anche l’opera di Cavellini, che fece molte attività insieme a Maciunas.

La Wunderkammern ad esempio è arrivata alla Street Art partendo da una ricerca di arte pubblica ed arte relazionale che porta avanti dal 1998. Un ultimo progetto organizzato in collaborazione con il Museo d’arte contemporanea Roma (MACRO) con il titolo di Living Layers, ha visto la partecipazione di Mark Jenkins, rinomato street artist di Washington DC ed altri artisti come Valentina Vannicola e Alex Hamilton Auriema che non si  definiscono affatto street artist. Penso che la Street Art non debba essere ghettizzata e isolata come fenomeno a sé e slegato dal un contesto culturale che stiamo vivendo.  La nuova generazione? Tre dei miei preferiti molto diversi per contenuti e tecnica: Escif, Ludo, C215».

Un'opera di Ludo, © Wunderkammern e Ludo

Un’opera di Ludo, © Wunderkammern e Ludo

N.M.: L’Italia che ruolo ha nella storia della Street Art. Chi sono i nomi più importanti della scena artistica urbana del nostro Paese?

G.O.: «L’Italia non è rimasta a guardare. Molte le realtà di valore che hanno organizzato festival ed eventi e facilitato lo sviluppo di validissimi artisti. Così al volo, in ordine sparso: Blu, Seacreative, Ericailcane, Agostino Iacurci, Sten&Lex, 108, Ozmo».

N.M.:  Dal 2000 si può dire che la Street Art sia stata finalmente “sdoganata” sia sul fronte delle istituzioni che della critica. Un percorso di accreditamento in cui l’opera di Miss.Tic ha avuto un ruolo fondamentale. Ci puoi riassumere, per tappe, questo cammino?

G.O.: «Si potrebbe scrivere un intero volume. Interessante vedere come l’Italia non era rimasta a guardare anzi aveva precorso i tempi. Nel 1979, il collezionista Claudio Bruni invita Fab 5 Freddy e Lee Quinones, due colonne portanti del movimento dei writers di New York, ad esporre le loro opere alla galleria Medusa. La mostra era sottotitolata “ The purest form of New York art”. Una prima mondiale! Parliamo del 1979! Purtroppo in Italia non vi fu un seguito strutturato.

Un lavoro di Agostino Iacurci, © Iacurci

Un lavoro di Agostino Iacurci, © Iacurci

E’ proprio dalle gallerie private che nasce questo processo di riconoscimento del movimento dei graffiti e post-graffiti. La prima fu aperta nel 1978 nel Bronx da Stefan Ein: Fashion Moda. E’ qua che Lee Quinones si incontra con Jean-Michel Basquiat, Keith Haring e Jenny Holzen. Nel 1981 la Fun Gallery nell’East Village fondata da Patti Astor inizia un programma espositivo che in quattro anni di eventi mostra tutto il writing di New York. Ormai una leggenda di questa rivoluzione culturale. Un punto chiave fu anche Subway Art, una grande raccolta fotografica di Henry Chalfant e Martha Cooper pubblicata nel 1984 che viene immediatamente considerata come la bibbia dei graffiti.

In Francia ci fu una fase di primo grande interesse a partire dal 1986, quando Agnes B. nella Galerie du Jour consacra all’arte urbana parigina una grande esposizione. I capisaldi della Street Art francese con Jérôme Mesnager, Miss.Tic, Jean Faucheur o Speedy Graphito vedono le loro quotazioni aumentare rapidamente. Le aste presentano le loro opere e il numero di esposizioni si moltiplica.

Ma agli inizi degli anni Novanta, la crisi del mercato dell’arte causa l’arresto di questa crescita. E la lotta anti-vandalismo fa sì che la percezione negativa verso i graffiti da parte della società aumenti. Poco dopo Miss.Tic viene accusata e ritenuta colpevole di vandalismo. La sua figura rappresenta un intero movimento e il meccanismo di “sdoganamento” da parte del sistema istituzionale e sociale. Difatti il movimento continua a crescere e le tecniche ed i contenuti a mutare. Banksy, J.R., Invader,  Shepard Fairey. E’ il mercato che nuovamente agli inizi degli anni 2000 definisce una nuova nascita. E le istituzioni museali non possono più rimanere passive. Nell’estate del 2008 la Tate Modern a Londra presenta “Street Art”. Poco dopo a Parigi vengono presentate “TAG au GrandPalais” al Grand Palaise e “Born in the Streets–Graffiti” alla Fondazione Cartier.

Ma il punto di svolta verso il grande pubblico passa attraverso il cinema e non le gallerie d’ arte o i musei. Nel 2010, il film di Banksy “Exit through the gift shop” è un hit mondiale. Un film che crea scompiglio, che lancia sfide, e rimane provocatorio verso lo stesso sistema arte.

Infine, nel 2011, il Museum of Contemporary Art di Los Angeles presenta “Art in the streets”. Questo è l’evento che rappresenta nel modo migliore la relazione tra la Street Art e le istituzioni: il MoCA fa cancellare un’intera parete dipinta da Blu. Un’opera che condannava il mercato della guerra e che viene considerata dalle istituzioni non accettabile e “not politically correct”. Certamente una visione molto piccola da parte del MoCA, ma fa tuttavia capire che la Street Art nasce per rimanere indipendente, incontrollabile, illegale e per essere esposta prima di tutto nelle strade. Una simile situazione avviene con l’evento di Invader organizzato dalla Wunderkammern a Roma nel 2010: le istituzioni sono entusiaste ma non possono avvallare il progetto dell’invasione per motivi legali.

Certamente non mancheranno nuovi eventi istituzionali, come ad esempio “Au-delàdu Street-Art” al Musée de la Poste inaugurato qualche mese fa a Parisi e che ha ospitato anche un’opera della collezione Wunderkammern. E’ un processo necessario che serve a metabolizzare questa rivoluzione culturale per poterla storicizzare in modo sistematico, senza necessariamente doverla limitare nel suo operato ed eliminare la sua anima trasgressiva. Vedi ad esempio il collettivo Voina o Pussy Riot».

N.M.: Se critica e istituzioni hanno iniziato a guardare alla Street Art con maggiore interesse, come è vista dai collezionisti e, più in generale dal mercato internazionale?

G.O.: «Non trovo alcuna diversità tra il meccanismo del collezionismo della Street Art e quello di qualsiasi altro movimento artistico. Indifferenza iniziale, curiosità e scetticismo a seguire, passione e stima per un gran finale. Stiamo nella terza fase con il pieno riconoscimento istituzionale e la storicizzazione del movimento. Le vendite sono in grandissima crescita, sia per gli artisti affermati che per i giovani emergenti. Le quotazioni crescono ma sempre con la giusta cautela e rigore sulla qualità della ricerca degli artisti».

N.M.: Qualche mese fa, a Milano, ha aperto una sua sede la casa d’aste francese ArtCurial che, tra le tante tipologie d’arte trattate, annovera anche la Street Art… il mercato (e il collezionismo) italiano è davvero pronto per questa forma d’arte?

G.O.: «Il collezionismo italiano privato sta rincorrendo le dinamiche internazionali con un leggero ritardo. Il 70% dei nostri collezionisti è straniero. Tuttavia quotidianamente registriamo un aumento di interesse dei collezionisti italiani verso gli artisti di Street Art».

N.M.: La Street Art che si può acquistare è, per forza di cose, decontestualizzata dal suo ambiente naturale. Come cambia un’opera nata per la “strada” nel momento in cui viene trasferita su un altro supporto?

G.O.: «Non necessariamente. Molti collezionisti ci hanno chiesto di commissionare dei lavori direttamente sui muri (esterni od interni) delle loro residenze. Spesso inoltre gli artisti presentano le loro opere su materiali poveri, vecchie porte lacerate, cassette postali, oggetti rinvenuti in strada proprio per mantenere un legame con il luogo di origine. Queste opere uniche sono considerati i masterpiece da parte degli artisti.  E’ comunque comprensibile che  l’inserimento di opere di Street Art all’interno dello spazio neutro, dalle bianche mura, di una galleria significa considerarla ed analizzarla da un punto di vista prettamente formale, e semplicemente come un fenomeno estetico da dover comparare a precedenti filoni artistici».

Un'opera di C215, © C215

Un’opera di C215, © C215


N.M. : Quali sono le problematiche – anche nel senso pratico del termine – che deve affrontare un collezionista interessato alla Street Art?

G.O.: «Le stesse problematiche che si affrontano quando si colleziona qualsiasi tipo di arte. Fare riferimento a gallerie che hanno un programma artistico di massima qualità e rigore curatoriale e a cui si può dare fiducia sia per le acquisizioni di opere di artisti di grande spessore sia per quanto riguarda investimenti su giovani talenti».

N.M.  Che consiglio daresti ad un collezionista che volesse iniziare ad acquistare lavori di Street Art? Con che sguardo (approccio) ci si deve rivolgere a questo tipo di arte?

G.O.: «I giovani collezionisti acquisiscono inizialmente opere di valore non troppo elevato. Una stampa o opera di una serie. Per poi puntare su opere singole, pezzi unici di artisti non troppo quotati. Se l’obbiettivo è l’investimento, si possono avere riscontri economici molto positivi anche sul breve termine. Ed infine collezionare una grande opera di un artista maggiore. Al momento giusto, sono l’artista e l’opera a scegliere il collezionista. È bene farsi guidare da un buon intuito e da un gallerista competente e affidabile».