#molteplicità. Patrimonio culturale, quel silenzioso filo che ci lega alle realtà.

Il patrimonio culturale lega molti di noi alle più differenti macro e micro-realtà. Ci sono opere che visitiamo, altre che studiamo ed altre ancora che acquistiamo. Opere di discutibile valore universale, ma di alto valore personale. Opere indispensabili, eterne. Opere tasselli di una collezione, opere identitarie

Poi ci sono monumenti che percorriamo, che esistono da così tanto tempo che per alcuni di noi sono diventati oggetti e luoghi apparentemente neutri, intrecciati nel tessuto delle città. Cose che se ne stanno lì, incastonate tra ieri e domani, e molte persone vedono e allo stesso tempo non vedono.

4 ottobre 1994

Richmond, Virginia. Ana Luisa è in attesa di esser ricevuta dal professore di Storia dell’Arte Contemporanea. Ha preso l’appuntamento due giorni prima ed ha preferito arrivare un po’ in anticipo. Vuole chiedere di esser seguita durante la tesi di laurea. Ha in mente il muralismo messicano, ma è disponibile a cambiare argomento.

Con lei, in attesa davanti allo studio, Anthony Green. Lui la tesi deve solo consegnarla. Ce l’ha in mano… che invidia! Ana Luisa sbircia il titolo: La Monument Avenue di Richmond. Storia, simboli e conservazione. Una tesi compilativa per lo più, che ha comunque affascinato Anthony a tal punto da spingerlo a partecipare ad un concorso per la progettazione di soluzioni per la conservazione dell’interno complesso monumentale.

Per redigere la tesi ed il progetto, Anthony ha passato giornate intere alla Monument Avenue, alla biblioteca ed all’archivio di stato di Richmond insieme a Chad il suo amico restauratore. 3500 e qualcuna in più le fotografie in alta definizione raccolte dentro l’hard disc viola che ha nello zaino.

10 il numero delle persone che hanno consultato e che si occupano da più punti di vista dei monumenti della Monument Avenue di Richmond. Tre storici, un’archivista, un conservatore, due restauratori, il funzionario responsabile e il direttore della comunicazione, infine una guida.

Ognuno di loro con la propria visione, le proprie prospettive, il proprio ruolo. Tutte le interviste sono documentate e conservate nello stesso hard disc viola. Hanno steso quattro progetti per la tutela e la valorizzazione del luogo. Han poi deciso di presentarne solo uno.

Anthony mostra ad Ana Luisa alcune immagini. Ana Luisa è curiosa, ma preferisce chiedere informazioni puntuali sulla compilazione della bibliografia.

3 giugno 1907

Richmond, Virginia. L’alba è passata da poco ed Edward Virginius Valentine e William C. Noland, ansiosi per quel giorno che ricorderanno tutta la vita, controllano che ogni cosa sia perfetta.

Progetti in mano, vestito appena stirato pronti per l’inaugurazione. Ripassano tutto assieme, osservando nei minimi particolari, le colonne, i sigilli, il fregio con le parole pronunciate nel discorso d’addio al Senato degli Stati Uniti il 21 gennaio 1861 ed infine la statua.

Un monumentale Jefferson Davis, presidente degli Stati Confederati d’America dal 1861 al 1865, in un altisonante bronzo e con un braccio alzato rivolto a est. Che soddisfazione e che stanchezza! Edward conosce al millimetro la statua. Ha messo in quell’opera tutta la sua passione e tutto il sapere tecnico acquisito nei suoi più di settanta anni di età e nei suoi viaggi di formazione in Francia ed in Italia.

In tasca, poche parole scritte su un foglio, nell’eventualità in cui gli fosse chiesto di intervenire alla cerimonia di inaugurazione.

3 luglio 2017

Richmond, Virginia. Aretha spolvera le fotografie incorniciate e disposte a spina di pesce sopra il mobile accanto all’ingresso e come ogni settimana si sofferma su quella che ritrae lei e suo marito Steven abbracciati, sorridenti e con un bicchiere di birra in mano davanti alla loro edicola alle spalle del Jefferson Davis Memorial nel loro tanto atteso ultimo giorno di lavoro.

A scattare la foto il figlio Jack che assieme al fratello Dan quel giorno non si sono recati al lavoro per raggiungere i genitori. “Buongiorno signor Jefferson” ripete Aretha ogni volta che prende in mano la foto. “Buongiorno signor Jefferson” diceva ogni mattina quando da sola alzava la saracinesca metallica dell’edicola.

3 giugno 2020

Richmond, Virginia. L’alba è passata da poco, Paul sveglia Ronnie con una telefonata. Non è certamente una novità, ma un fatto che non capita spesso. L’ultima volta, il giorno in cui Ronnie si è sposato, Paul suo testimone, lo chiamò alle 6.45 per ricordargli che non avrebbe potuto far tardi. Ad aspettarlo non era il professor Elton B. Jr del corso alla Richmond School of Law, ma Alicia, bellissima e a differenza sua puntuale, futura moglie.

Quella del 3 giugno però fu una telefonata diversa. Da una decina di giorni erano intercorse alcune telefonate e tanti messaggi. Si stavano organizzando per la manifestazione. Paul stava prendendo contatti con gli attivisti del suo quartiere e Ronnie aveva alle 9 un appuntamento con Adam del laboratorio di serigrafia giù in fondo alla strada.

Da decidere: la grafica delle maglie. Viso di George Floyd al centro e sotto la scritta How much more blood? Oppure solo la scritta Black lives matter. Un appuntamento veloce prima dell’udienza. “Paul buongiorno, sapevo mi avresti chiamato. Comunque, grazie, son già sveglio! Appena esco da Adam ti chiamo. Ok?” risponde Ronnie. “Si, grazie Ronnie. Ronnie, ho un problema. Non potrò esser con voi alla manifestazione tra due giorni. Mia moglie è risultata positiva al COVID19. Lei, suo padre e sua madre” gelo “State bene?”, “Al momento sì”.

Ronnie sceglie la scritta Black lives matter gialla su maglia nera, ne fa stampare 200 pezzi, giorno del ritiro 5 giugno ore 10.

22 gennaio 2021

Richmond, Virginia. Elwood, funzionario di stato, sta aspettando di collegarsi in videoconferenza con i colleghi e i tecnici del settore delle belle arti, per capire come sarà possibile intervenire sulla statua raffigurante Jefferson Davis, il presidente degli Stati Confederati.

La statua, da decenni simbolo anche delle divisioni razziali dell’America, è stata imbrattate di vernice durante le manifestazioni esplose dopo la morte di George Floyd. Ralph Northam, governatore democratico dello Stato, ha annunciato dopo sei giorni di manifestazioni la rimozione.

5 giugno 2020

Richmond, Virginia. Le ballerine Kennedy George, 14 anni, e Ava Holloway, 14 anni, posano davanti a un monumento del generale confederato Robert E. Lee dopo i disordini civili diffusi in seguito alla morte nella custodia di polizia di Minneapolis di George Floyd. Lo scatto delle danzatrici e dei disordini percorrono il pianeta. Simboli che cadono. Parole e azioni scuotono le menti e si aggiungono alla storia.

Il patrimonio culturale è tante narrazioni. Tante narrazioni recuperano spazi. Non importa l’angolatura e la prospettiva da cui si narra e si vede un’opera. Ogni molteplice spazio affettivo, tecnico e scientifico, ideologico, morale, culturale, etico, rituale, identitario, sociale che intercorre tra le persone e l’opera, sono l’opera.

Nota: i personaggi e le narrazioni sono solo in parte frutto della mia fantasia.

 

Molteplicità

Il fatto di essere molteplice o, più spesso, di essere molteplici (cioè più d’uno e di vario genere o aspetto): m. di interessi culturali; m. di significati di un vocabolo. Si contrappone generalmente a unità e unicità.