Da Milano a Caserta: 8 mostre in Galleria per una nuova primavera

Carolle Bénitah, Groupe de femmes à la plage, 2018 (serie Jamais je ne t’oublierai), Courtesy Alessia Paladini Gallery Milano

Come un grande fuoco d’artificio, il calendario delle mostre organizzate dalle gallerie italiane è letteralmente esploso in un Italia tornata quasi tutta in “giallo”. Destreggiarsi tra i tanti eventi non è stato facile, ma alla fine ci siamo riusciti e, come sempre, abbiamo selezionato gli appuntamenti che ci sono sembrati più interessanti.

In questo momento così particolare mi piace iniziare, allora, segnalandovi Le Jour le Plus Beau, mostra della fotografa franco-marocchina Carolle Bénitah allestita fino al 30 giugno negli spazi della Alessia Paladini Gallery di Milano.

Dopo aver lavorato per dieci anni come stilista, Bénitah approda alla fotografia nel 2001, esplorando la memoria, la famiglia, il passare del tempo e abbinando spesso vecchie istantanee personali con dettagli fatti a mano, come ricami, perline e disegni a inchiostro, attraverso i quali la fotografa cerca di reinterpretare la propria storia di figlia, moglie e madre.

Dan Halter, Things Fall Apart in South Africa, 2021, Hand-woven Archival ink-jet print, 189,5 x 89,9, Courtesy Dan Halter and Osart Gallery, photo by Geena Wilkinson

Sempre a Milano, dopo le collettive African Textures e African Characters, con Money Loves Money, personale di Dan Halter, Osart Gallery inaugura un ciclo di personali dedicate alle figure più significative della scena contemporanea dell’Africa meridionale..

Il lavoro di Halter si concentra su tematiche relative all’attualità post coloniale, ai confini politici, ai fenomeni migratori, all’instabilità economica e alla situazione politica e sociale in Africa meridionale e nel suo paese di origine, lo Zimbabwe. 

Money Loves Money nasce, infatti, dall’esperienza diretta dell’artista, che in Zimbabwe ha assistito al susseguirsi di valute diverse nel corso di pochi anni, nel tentativo di resistere alla svalutazione e al tracollo economico

Una vista della mostra Scenari Emotivi di Paolo Bini. Courtesy: Galleria Peola Simondi

Dalla Lombardia al Piemonte dove, a Torino, la Galleria Peola Simondi presenta, fino al 29 maggio, Scenari emotivi, la seconda mostra personale di Paolo Bini, a cura di Beatrice Audrito. 

In mostra una decina di opere inedite, frutto della sua ultima fase di ricerca, realizzate appositamente per gli spazi della galleria torinese, dove Bini affronta la tematica del paesaggio  approfondendo la riflessione sulle sue modalità di rappresentazione contemporanea.

Ampliando l’orizzonte narrativo della sua ricerca, l’artista si rivolge al paesaggio con uno sguardo nuovo: il paesaggio quale luogo fisico ma anche luogo interiore, più intimo e recondito, con il quale stabilire connessioni profonde. 

 

Patrizia Mussa, Warless Theatres Afghanistan, 2016, stampa giclée su carta cotone con pastellatura a mano

Ancora a Torino, la galleria Riccardo Costantini Contemporary presenta, dal 6 maggio prossimo, La Bellezza Cambia il Mondo? Nata da un progetto editoriale di Giorgio Racca, fondatore di Ghost Book, la mostra propone  una riflessione sulla precarietà, sulla soggettività e sull’importanza della bellezza, partendo dal fragile rapporto uomo-natura.

Attraverso gli scatti dei fotografi invitati – Ilaria Abbiento, Maura Banfo,  Gianpiero Fanuli, Pierluigi Fresia
Patrizia Mussa,  Claudio Orlandi,  Giorgio Racca,  Edoardo Romagnoli questa indagine svela così i suoi valori di essenzialità, caducità ed urgenza, in una coralità di testimonianze e spunti.

 

Giulio Saverio Rossi, ITEM (video game) #1, 2021. Olio su lino, 63×75 cm. Courtesy: CAR DRDE

Proseguento verso sud, a Bologna la galleria CAR DRDE propone fino al 19 giugno la seconda personale di Giulio Saverio Rossi dal titolo Prima di un’immagine dopo di un quadro.

In mostra una serie di lavori inediti accomunati dalla relazione fra pittura e luce declinata in tre possibilità diverse: l’immagine mnemonica della luce che impatta sulla retina, la luce rappresentata dall’immagine del fuoco e la luce come principio contraddittorio che separa l’immagine digitale (basata sulla sintesi additiva) dall’immagine pittorica (basata sulla sintesi sottrattiva). 

A partire da un processo analitico, l’artista converte qui la sua ricerca sulla pittura – intesa come medium ed evento della storia dell’arte – in una critica dei media tradizionali: dischiudendola all’interno di una vasta narrazione, permeata da citazioni e reenactment.

 

Michelangelo Consani, Una pura formalità, 2020. Courtesy: Galleria Vannucci. Foto: Nicola Gnesi

In Toscana, a Pistoia, la Galleria ME Vannucci ha da poco inaugurato la mostra Attraversò il campo di patate senza farsi alcun male, personale di Michelangelo Consani a cura di Pier Luigi Tazzi.

Consani interviene negli spazi interni ed esterni della galleria, con una mostra in linea con le riflessioni che da sempre fanno parte della sua poetica e del suo percorso – ecologia, sostenibilità e decrescita -, la cui attenzione è rivolta, già dagli anni Novanta, a quella Storia che potrebbe essere definita come ‘altra’ rispetto alla Storia ufficiale e che si manifesta soprattutto come tensione, movimento vitale, sia a livello individuale che a livello collettivo per una sorta di induzione simpatica spontanea da individuo ad individuo o a gruppo.

Tutte le opere  in parte realizzate appositamente per l’occasione formano un’unica opera totale, che si compone di immagini, suoni, sculture, installazioni, parole. Ogni stanza della galleria è contraddistinta da un titolo che riprende quello di un film: Una pura formalità, La migliore offerta, Così lontano così vicino e 2046. Le opere realizzate per ciascuna stanza  escluse alcune che invece sono state realizzate negli anni precedenti  traggono il titolo dalla stanza stessa.

Monica Carocci, NuvoleAlte, 2021, 40 x 26,6 cm, stampa digitale su carta cotone, ed. 1/3

A quattro anni dalla prima mostra in galleria, la galleria Francesca Antonini Arte Contemporanea di Roma presenta un nuova personale di Monica Carocci, NuvoleAlte, introdotta da un testo di Cristiana Perrella.

L’artista ha prodotto per questa occasione due serie inedite, che scaturiscono dalla necessità di ripensare il lavoro alla luce delle contingenze degli ultimi mesi. L’obbligo di ridurre al minimo i movimenti, da cui la rinuncia alle consuete flâneries e la difficoltà di raggiungere la camera oscura, l’hanno portata a riflettere con precisione sulla responsabilità di cosa e come fotografare.

Monica Carocci ha così reinterpretato il proprio metodo e individuato quale parte della realtà mostrare, da quale prospettiva e con quale intonazione. Oltre ad aver intrapreso una piccola rivoluzione tecnica, approdando al digitale con l’adozione di una fotocamera a infrarossi che reagisce alle variazioni di luce e temperatura e le traduce in cromie antinaturalistiche.

 

Una vista della mostra Quello che non ricordi, diventi alla White Noise Gallery di Roma

Soffermandoci ancora un istante nella capitale, la White Noise Gallery ospita fino al 22 maggio Quello che non ricordi, diventi, doppia personale di Luca Grimaldi e Fabio Ranzolin che si costruisce attorno al sentimento di nostalgia per un ricordo che non si è ancora potuto formare eppure pronto a dare vita ad un’estetica potente quanto anacronistica, capace di dominare trasversalmente sulle età di un’intera generazione.

Gli artisti del resto ne rappresentano i due estremi, collocandosi il primo fra quelli che hanno vissuto in pieno l’epoca e l’altro fra le schiere di chi la può solo vagamente rievocare.

Lo spettro di questo momento è rappresentato da quegli spazi che trent’anni fa sono stati l’incarnazione proprio di quello spirito di eterna allegria che tutti vogliono conservare; nei ricordi ovviamente non c’è spazio per nessuna ombra che possa oscurare l’interminabile grande festa che oggi sembrano essere stati gli anni ’90.

Le discoteche, i club e la loro popolazione euforica ritornano a perseguitarci; sono al contempo immagini di un passato sbiadito e rappresentazioni del presente più immediato che dopo un iniziale momento di divertito stupore si rivelano come lo specchio di questa impossibilità di andare avanti.

 

Sabrina Casadei, I delight in what I fear, mixed media on canvas, 105×95 cm, 2021. Photo: ®MasiarPasquali

Arriviamo così a Caserta dove termina, per questo mese, il nostro percorso attraverso l’Italia delle gallerie d’arte. Qui, fino al 5 giugno, negli spazi della Galleria Nicola Pedana, sarà possibile visitare la mostra collettiva Hyperbole a cura di
Domenico de Chirico con opere di: Arno Beck, Francesco Cima, Ivano Troisi, Krzysztof Grzybacz, Sabrina Casadei, Virginia Russolo e Tommy Camerno.

L’iperbole è una figura retorica che consiste nell’esagerare la descrizione della realtà tramite espressioni che l’amplifichino: non si tratta infatti di un’alterazione della realtà al fine di ingannare ma, al contrario, di un’enfatizzazione di essa allo scopo di dare maggiore credibilità al messaggio in questione.

Tale approccio metodologico, utilizzato nello studio della visione della realtà nel suo insieme, costituisce una trama indefinibilmente lunga che percorre e ripercorre i sentieri tortuosi e frastagliati disposti dalle opere presenti in mostra.

L’indefinibilità dimensionale di questo labirintico filo coincide con la sua trasparenza: la realtà è a tal punto scandagliata, rivoltata, ampliata e decodificata da far sì che scaturisca il famigerato dubbio iperbolico, un dubbio che, come avviene per l’iperbole, si spinge fino all’infinito.