Mostre: Frank Stella e Piero Manzoni a Chelsea

Una sala della mostra "Piero Manzoni: Materials of his time", Hauser&Wirth. In.primo piano la scultura "Achrome" realizzata con pelliccia di coniglio.

Bisogna dare atto all’ottantatreenne Frank Stella — fresco di record d’asta: Christie’s New York lo scorso 15 maggio ha battuto il suo Point of Pines del 1959 a 24.500.000 $ di hammer price — di essere un artista che ciclicamente ha voluto rinnovare il proprio stile.

Partito da suggestioni che coniugavano l’eredità del Bauhaus, tramite la lezione di Josef Albers, ai più stilizzati esponenti dell’espressionismo astratto, come Barnett Newman e Ad Reinhardt, Stella trovò un precoce successo con il peculiare minimalismo dei suoi Black paintings del 1959, che lo imposero subito all’attenzione della critica.

Durante gli anni Sessanta, dopo aver iniziato a utilizzare tele sagomate, si accostò a certe istanze pop, soprattutto nell’uso di vernici industriali dai colori sgargianti, distese in fasce geometriche irregolari. Nel 1964 il critico Clement Greenberg lo incluse nella mostra collettiva dal titolo Post-painterly abstraction, in cui figuravano anche Sam Francis, Kenneth Noland, Helen Frankenthaler e Ellsworth Kelly; nel 1970 il MoMA gli dedicò una retrospettiva, facendone all’epoca il più giovane artista a ricevere tale riconoscimento.

LOT 28 B - Frank Stella, Point of Pines, 1959. Enamel on canvas, 215.5 x 278.1 cm. Estimate: USD 25,000,000 - USD 35,000,000. Courtesy: Christie's

LOT 28 B – Frank Stella, Point of Pines, 1959. Enamel on canvas, 215.5 x 278.1 cm.
Estimate: USD 25,000,000 – USD 35,000,000. Courtesy: Christie’s

Nei primi anni Settanta, con la serie Polish Village, Stella iniziò ad introdurre legno e altri materiali sul supporto, creando una sorta di altorilievo, che si evolse successivamente verso una tridimensionalità più accentuata, mentre al minimalismo di fondo dei suoi lavori precedenti si andavano sostituendo pennellate più violente e materiche, forme curve più barocche, colori sempre più accesi.

Così, negli anni Ottanta, Stella raggiunse dapprima una pittura che definì maximalista per i suoi aspetti scultorei, poi passò direttamente a oggetti tridimensionali dipinti, spesso di grandi dimensioni e dalle forme eccentriche, che presentavano anche elementi di collage e per certi versi occhieggiavano al graffitismo e alla Street-Art (un ottimo esempio è l’enorme scultura-installazione in fibra di vetro dipinta Severambia del 1995, nel Museu Coleção Berardo di Lisbona).

Particolare della mostra “Frank Stella: Works “, Marianne Boesky Gallery

«[In Arte] L’unica involuzione è la reiterazione»: una frase che amo citare e che, se presa alla lettera, seppellirebbe gran parte della produzione artistica degli ultimi sessant’anni. Fatte queste premesse, però, bisogna pur dire che i Recent work di Stella esposti alla Marianne Boesky Gallery (507-509 West 24th Street.; fino al 22 giugno) non costituiscono certo la parte migliore della sua produzione.

In mostra nove sculture monumentali in metallo dipinto, talvolta con inserti in plexiglass o poliuretano, realizzate a partire dal 2016, più alcune maquette. Da diversi anni Stella utilizza il computer modeling e la stampa a 3D per le sue opere, e questo è evidente nelle sue rivisitazioni di due capolavori della pittura barocca italiana: Atalanta and Hippomenes e Nessus and Dejanira, entrambi del 2017, che fanno riferimento agli omonimi dipinti di Guido Reni — anche se la scheda della mostra fornita dalla galleria pare ignorare del tutto la cosa (ah, les Americains!) — dove il movimento delle figure e il turbinio dei drappeggi vengono rimodellati e “astrattizzati” digitalmente. Quasi tutte le altre sculture sono invece legate a luoghi e paesaggi: Leeuwarden I e II, Plan de la Tour Mirrored Relief, Canadian Sunset… In tutto questo, tuttavia, la sgradevolezza delle forme ottenute è, per quanto mi riguarda, soverchiante.

Segnalo che da Mignoni (960 Madison Avenue) è in corso fino al 17 agosto la mostra Frank Stella: Polish Village Sketches, 1970-1974, in cui sono esposti i collage preparatori di Stella per la serie su citata.

Da Hauser&Wirth (548 W 22d St.) è invece in corso, fino al 26 luglio, una retrospettiva di Piero Manzoni focalizzata sugli Achromes e sulle Linee. Curata da Rosalia Pasqualino di Marineo, direttrice della Fondazione Piero Manzoni di Milano, l’esposizione si sviluppa al secondo e terzo piano della galleria. In Materials of his time vengono presentati più di 70 Achromes (incluse due sculture): dalle classiche tele cucite o sgualcite e fissate col caolino, all’utilizzo di lana di vetro o di fibre sintetiche, all’uso di polistirolo, ovatta, ghiaia, felpa — ma anche la serie dei pacchi sigillati, e le meno note sperimentazioni col cloruro di cobalto, le vernici fosforescenti o la seta cucita, volte a realizzare opere propriamente monocromatiche, che però Manzoni considerava un altro esempio di acromia.

Piero Manzoni: Achrome, ca. 1962, coll. priv., Milano

Sono stati inoltre costruiti due Ambienti che Manzoni aveva vagheggiato in una lettera del 1961 indirizzata a Henk Peeters: una stanza tappezzata di pelliccia bianca, e un’altra completamente dipinta con vernice fluorescente.

La sezione Lines, invece, presenta circa 40 opere che spaziano dalle 12 Linee — ricostruzione dell’esposizione inaugurale della Galleria Azimut di Milano, dicembre 1959 — al lavoro puramente concettuale Linea di lunghezza infinita del 1960, fino ai multipli (come le celebri Tavole di Accertamento del 1962). Il culmine è la Linea lunga 7.200 metri realizzata il 4 luglio 1960 a Herning, Danimarca, con immagini della sua realizzazione e il certificato originale firmato da Manzoni. Completano l’esposizione un’ampia documentazione d’archivio, dalla collezione di Guido e Gabriella Pautasso, e un piccolo gruppo di opere legate al tema per l’utilizzo di semplici linee, a firma di Barnett Newman, Agnes Martin, Anne Truitt e Sol LeWitt.

Piero Manzoni: Linea lunga 7200 metri, 1960, HEART Herning Museum of Contemporary Art

Quasi tutte le opere esposte vengono da collezioni pubbliche (soprattutto dallo HEART Herning Museum of Contemporary Art) e private, oltre che dalla stessa Fondazione Piero Manzoni.

Infine, sempre a Chelsea, vale la pena di segnalare anche una bella retrospettiva di Joan Mitchell da David Zwirner (537 W 20th St.) fino al 12 luglio: I carry my landscapes around with me, con nove polittici (otto dei quali di grandi dimensioni) realizzati tra il 1967 e il 1992 — anno della scomparsa dell’artista —, anche questi provenienti da collezioni pubbliche e private, oltre che dalla Joan Mitchell Foundation.