New York, due nuove fondazioni (e riflessioni polemiche)

Una sala della Brant Foundation: in primo piano "8 Shoeing Smith, Australia" di Carl Andre

Il 15 dicembre scorso la Faurschou Foundation ha aperto un nuovo spazio espositivo a New York, in un ex capannone industriale recentemente rinnovato al 148 Green Street di Greenpoint, quartiere della parte settentrionale di Brooklyn. Dopo Copenaghen, Pechino e uno spazio non continuativo a Venezia, si tratta della quarta sede della Fondazione, nata nel 2011 per volontà di Jens Faurschou, collezionista e consulente d’arte danese.

La mostra inaugurale (in programma fino all’11 aprile — ingresso libero) si intitola The Red Bean Grows in the South: «Il fagiolo rosso cresce nel sud», citazione da un componimento del poeta cinese dell’epoca Tang Wang Wei (699-759) che, parlando della nostalgia, sottolinea tramite metafore naturalistiche l’importanza della memoria nel costruire una speranza per il futuro.

L’esposizione è infatti una collettiva che affronta, con forte unitarietà, i temi della guerra, del pacifismo e delle attuali emergenze umanitarie. Esemplare, in questo senso, il bellissimo video di Yoko Ono Happy Xmas (War Is Over), realizzato nel 2003 sulla celebre canzone scritta da Ono e John Lennon nel 1971.

Edward e Nancy Reddin Kienholz: “The Ozymandias Parade”, 1985 (partic.)

Tra le opere dei diciassette artisti presenti, notevole la grande installazione The Ozymandias Parade di Edward e Nancy Reddin Kienholz, una di quelle opere che il sottoscritto spesso usa definire “accrocchi”, sovente accompagnando il termine con aggettivi come orridi/orrendi: se non che, in questo caso, l’accozzaglia di pezzi e materiali eterogenei ha davvero un senso, dando forma, tramite una parata di personaggi grotteschi, a un’efficace opera antimilitarista. Il lavoro è del 1985, il che — se ce ne fosse bisogno — dimostra ancora una volta come gli “accrocchi” attuali (leggi Nicole Eisenman, ad esempio) non siano che una pallida e superficiale risciacquatura di opere già ideate decenni fa (senza contare, a livello storico, i combines di Rauschenberg, il Nouveau Réalisme o, ancor prima, Kurt Schwitters…).

Richard Mosse: “Incoming”, 2014-17

Il capolavoro di questa mostra è però la videoinstallazione a tre canali Incoming (2014-2017) di Richard Mosse, il fotografo e documentarista irlandese già celebrato per la serie fotografica The Enclave — realizzata nella Repubblica Democratica del Congo in piena guerra civile con pellicola infrarosso usata in luce diurna — che nel 2013 rappresentò l’Irlanda alla Biennale di Venezia. In Incoming immagini potenti, bellissime, in un bianco e nero girato con tecnologia termografica, illustrano il dramma dei profughi e dei migranti: un tema in questi anni molto gettonato (talvolta in maniera sospetta) dai giovani artisti, qui svolto con partecipazione ma senza retorica alcuna. Un capolavoro.

Ai Weiwei: “Two Figures”, 2018; sulla parete, Tracey Emin: “The more of you, the more I love you”, 2016

Tra gli altri artisti presenti nell’esposizione vi sono poi Ai Weiwei, Georg Baselitz (con un quadro del 1965: Mit roter Fahne), Louise Bourgeois, Cecily Brown, Cai Guo-Qiang, Tracey Emin, Anselm Kiefer (Für Velimir Chlebnikow, 2015-16) e Robert Rauschenberg.

Anselm Kiefer: “Für Velimir Chlebnikow”, 2015-16

Con una retrospettiva dedicata a Jean-Michel Basquiat aveva invece aperto i battenti a New York, nel marzo scorso, un’altra fondazione: la Brant Foundation, al 421 East 6th Street di Manhattan. Anche qui, uno spazio che va ad aggiungersi a una sede preesistente, in questo caso sita a Greenwich, nel Connecticut.

Industriale, editore (tra l’altro di “Interview” — la rivista fondata da Andy Warhol — e di “Art in America/ARTnews”), nonché produttore cinematografico, proprio a partire da alcuni lungometraggi di Warhol degli anni Settanta, Peter Brant ha avuto un lungo sodalizio con l’artista di Pittsburgh, ed è membro dell’advisory council del museo a lui dedicato nella città natale. Brant ha fatto parte inoltre del board di diverse altre istituzioni museali, incluso il MOCA di Los Angeles.

La Brant Foundation

Il secondo appuntamento della Brant Foundation newyorkese, apertosi il 13 novembre scorso e in programma fino al prossimo 3 settembre, si intitola Third Dimension e presenta trentotto opere di venticinque artisti, distribuite sui quattro piani di un bello stabile di inizi Novecento che è stato, dalla metà degli anni Ottanta fino al 2013 — anno della sua scomparsa —, la casa-studio di Walter De Maria.

Andy Warhol: “Folding Screen (Strawberry Jellow)”, 1955-57

Spiccano ovviamente, tra le opere esposte, alcuni lavori di Warhol (tra cui il paravento dipinto Folding screen (Strawberry Jellow) del 1955-57 e cinque Boxes del 1964), come pure di altri artisti con cui Peter Brant ha avuto un rapporto privilegiato, a partire da Basquiat di cui vengono presentate due magnifiche tele, risalenti al periodo in cui il graffitista stava iniziando a passare alla pittura in studio, che ancora conservano l’immediatezza potente delle opere di strada: Untitled (Sugar Ray Robinson) e Baby Boom, entrambe del 1982. Vi sono poi opere di Claes Oldenburg degli anni Sessanta, 8 Shoeing Smith, Australia di Carl Andre (1973), un imponente Chamberlain (Fuccimanooli del 1990) e i famigerati piccioni di Cattelan, Turisti del 1997, presentati alla Biennale di Venezia di quell’anno.

Urs Fischer: “Untitled”, 2011

L’opera più notevole, tuttavia, è forse la grande installazione di Urs Fischer Untitled del 2011: la replica a grandezza naturale del Ratto delle Sabine del Giambologna, con tanto di astante in contemplazione e, dall’altra parte, una sedia abbandonata, il tutto realizzato in cera in progressivo scioglimento e disfacimento. D’altro canto, viene da notare come le opere in assoluto più recenti, tra quelle esposte, non brillino per qualità o originalità: una per tutte la porta (!) ready-made di Oscar Tuazon (Fire Door, 2018).

Oscar Tuazon: “Fire door”, 2018

So di apparire disfattista nel lamentare continuamente l’evidente mancanza di prospettiva e cultura storica che dimostrano i giovani artisti (e spesso i loro mentori), ma il mio atteggiamento vorrebbe in realtà tendere all’esatto contrario: è vero che viviamo in un’epoca che tuttora risente del marchio — quello sì disfattista — di certo postmodernismo, ma io credo fortemente che l’originalità non si sia estinta. È che i meccanismi di mercato attuali creano continuamente, e dalla sera alla mattina, giovani “geni” subito sponsorizzati da istituzioni museali che ne ratificano così (almeno in apparenza) la solidità. Ma di veri geni, si sa (o si dovrebbe sapere), in ogni secolo ne nascono necessariamente pochi. E uno dei grandi problemi dell’arte di oggi, e del mercato permeante che la regola, è il rumore di fondo creato dal trionfo dell’effimero. Che finisce poi col coinvolgere e tarpare le ali anche a chi magari genio non è, ma potrebbe — se gli fosse dato tempo di maturare tecnica e poetica — creare comunque delle opere con una loro originalità, invece di trovare subito un marchio di fabbrica vendibile, non importa se già visto decenni prima. La gente, si sa, ha la memoria corta, sempre più corta. E forse anche i critici.

2 Commenti

Lascia un commento