New York: record per Christie’s e… Scarpitta

Il mercato dell’arte contemporanea segna un nuovo record. Trainata da Black Fire 1 di Barnett Newman l’asta serale di Post War & Contemporary Art, in programma ieri sera da Christie’s a New York, ha totalizzato 656.5 milioni di dollari (buyer premium escluso), il +7.7% rispetto al precedente record stabilito a Novembre 2013. Si tratta del più alto risultato mai raggiunto da una evening sale nella storia del mercato, di un soffio al di sotto della stima pre-asta più alta. Il risultato atteso, infatti, era tra i 508.1 e i 661.6 milioni.

A guidare l’asta, come detto, Black Fire 1 (1961) dell’artista americano Barnett Newman, capolavoro dell’Espressionismo Astratto che è stato battuto alla cifra record di 75 milioni dollari contro una stima iniziale di 50. Cifra, peraltro, che sale a 84 milioni se si include il buyer premium, doppiando così il precedente record d’asta dell’artista.

Un momento della vedita di Black Fire 1 di Barnett Newman da Christie's New York

Un momento della vedita di Black Fire 1 di Barnett Newman da Christie’s New York

Si ferma a 72 milioni di dollari, invece, l’offerta per Three Studies for a Portrait of John Edwards di Francis Bacon, opera del 1984 inserita in catalogo con una stima tra i 75 e i 92 milioni. Arriva ad un passo dalla stima più alta l’Untitled del 1952 di Mark Rothko, battuto per 59 milioni contro un’aspettativa pre-asta tra i 40 e i 60 milioni.

Un risultato, quello ottenuto ieri sera da Christie’s, che rimarca la forte domanda di arte contemporanea nelle fasce alte del mercato. A conferma di ciò, la percentuale bassissima di invenduti (5.6%, ossia 5 opere) e la maggioranza dei lotti venduti ad una cifra superiore alla stima media: delle 72 opere che componevano il catalogo della evening sale, infatti, 42 hanno superato questa soglia. Non solo: 11 lavori hanno superato quota 20 milioni realizzando, da soli, 449.5 milioni di dollari, pari al 68.5% del risultato finale dell’asta. E tra questi “campioni” non mancano alcune sorprese, come Poisson volant (1957) di Alexander Calder: all’asta con una stima tra i 9 e i 12 milioni e aggiudicato per 23 milioni; o la White Marilyn (1962) di Andy Warhol, battuta per 36 milioni ma inserita in catalogo con una stima pre-asta di 12-18 milioni di dollari.

I risultati delle evening sale di Christie's a New York dal 2006 ad oggi. Fonte: ArtTactic

I risultati delle evening sale di Christie’s a New York dal 2006 ad oggi. Fonte: ArtTactic

Interessante, infine, il ruolo chiave che hanno avuto le collezioni di provenienza di alcune delle opere in catalogo, tutte vendute a cifre superiori alle aspettative. I 14 lavori provenienti dalla collezione di Edwin e Lindy Bergman, ad esempio, hanno totalizzato 65.6 milioni (il doppio delle attese). Tra le opere della Collezione Bergman, il Poissont volant di Calder di cui abbiamo parlato e che è stato oggetto di una lunga bagarre tra collezionisti durata ben 6 minuti. Un tempo infinito per un’asta. Dalla collezione di Frances R. Dittmer arrivava, invece, un Untitled del 1964 di Cy Tombly, battuto per 7.4 milioni. Mentre l’Untitled (1981) di Jean-Michel Basquiat aggiudicato per 34 milioni proveniva dalla raccolta di Anita Reiner.

 

Un record “annunciato”

 

Che i tempi fossero maturi per un nuovo exploit di Christie’s lo avevamo già capito dalla sera di lunedì quando è andata in scena la prima edizione di If I Live I’ll See You Tuesday, interamente organizzata dalla casa d’aste e nata con l’intento di dare risalto agli artisti diventati famosi tra gli anni Ottanta e i Novanta. 35 le opere in catalogo con un’aspettativa pre-asta di 92.9-124.1 milioni di dollari, ampiamente superata dal risultato finale: 134.6 milioni (buyer premium incluso). Completano il quadro di questo ottimo debutto gli invenduti (1) e il numero di opere aggiudicate sopra il milione: di cui 8 sopra i 5 milioni e 4 sopra i 10, con record per nomi nuovi, come Alex Israel, e vecchie glorie come Martin Kippenberger, il cui Untitled ha tirato la volata all’asta con 6 minuti di accesa sfida tra collezionisti conclusasi con il martello che ha battuto sui 18 milioni di dollari. Dato interessante, infine, quello relativo alla partecipazione: 350 i partecipanti all’asta, provenienti da 26 paesi, a conferma della globalizzazione del mercato.

 

Uno Scarpitta da Record: The Corn Queen

 

Del tutto inaspettato, almeno per il sottoscritto, il nome di Salvatore Scarpitta nelle elenco dei 10 record mondiali realizzati dall’asta serale di Post War & Contemporary Art. Inserita in catalogo con una stima tra i 600 e gli 800 mila dollari, la sua The Corn Queen del 1959 è stata aggiudicata per 1 milione e 445 mila dollari. Venduta una prima volta nella Galleria di Leo Castelli, l’opera dell’artista italiano, scomparso nel 2007, era passata all’asta nella sede londinese di Sotheby’s il 13 ottobre 2011, dove era stata venduta per 908 mila dollari contro una stima di 346-472 mila. Una aggiudicazione, quest’ultima, che risollevò le sorti di un asta non felicissima e che si concluse con un rilancio in extremis: il banditore stava già per battere il suo martello quando un collezionista, poco prima del terzo colpo che avrebbe chiuso le contrattazioni, riaccese la “sfida”.

[box]

The Corn Queen (1959)

 

Salvatore Scarpitta, The Corn Queen, 1959

Salvatore Scarpitta, The Corn Queen, 1959

The Corn Queen appartiene ad uno de momenti più felici del lavoro di Salvatore Scarpitta, e fa parte della serie pionieristica dei dipinti “strappati” iniziata nel 1957 e di cui quest’opera rappresenta il culmine. In quest’opera, la geometrizzazione dell’artista italo-americano diventa evidente, anticipando – come ha scritto Elena Pontiggia nel 2000 – «l’arte post- informale, la necessità di ridurre l’espressione ai suoi estremi minimali, che diventerà tipica del suo lavoro nel decennio successivo. L’invenzione della tela avvolta è il modello per il superamento dell’informale ». Scarpitta arriva, così, ad una forma di astrazione assoluta, in cui la tela diventa il punto centrale del lavoro, piuttosto che la superficie su cui lavorare. Un modello per le successive ricerche di Piero Manzoni ed Enrico Castellani.
Collegata con le opere innovative prodotte dai suoi contemporanei Alberto Burri e Lucio Fontana , The Corn Queen è un esempio superlativo di una delle innovazioni che più hanno contribuito alla fuga dalle convenzioni pittoriche a cui ha dato vita la prima generazione di artisti emersa dal clima politico europeo del dopoguerra.[/box]

2 Commenti

  • Franco ha detto:

    Ma siamo sicuri che stiamo parlando di un ” libero mercato” ? .. in economia un bene molto limitato nella quantità può determinare distorsioni e squilibri tra domanda e offerta… ma l’oggetto artistico è unico e quasi irripetibile… chi c’è l’ha può fare il prezzo …qualunque prezzo! Stiamo quindi parlando di un mercato di tipo monopolistico.
    La storia insegna che questi tipi di mercato subiscono tracolli imprevedibili e repentini perchè gestiti da pochi individui incapaci a calmierare le oscillazioni dei mercati liberi contermini. I record finanziari annunciati , ricordano tanto ciò che ne è normalmente sotteso : ” l’aggiotaggio”. Disporre di notizie , o peggio produrle ad arte pompando le valutazioni sembra l’unico gioco che riesca ancora bene. Ma probabilmente , in periodo di crisi, i caveau delle banche e dei grandi investitori devono essere pieni zeppi di opere che devono entrare ben rivalutate nell’attivo dei bilanci aziendali.
    Penso , che se qualcuno indagasse sui venditori e compratori effettivi (e non i procuratori che partecipano effettivamente alle aste) probabilmente si vedrebbero diversi casi di opere acquistate dagli stessi venditori. Ciò al solo fine di confermare le valutazioni di apertura dell’asta e così permettere una rivalutazione del proprio capitale aziendale.
    Le opere poste in asta sono ben poca cosa rispetto a quanto immobilizzato dagli operatori del settore.
    non c’è che aspettare, che qualcuno scoperchi questo vaso di Pandora…..

    • Nicola Maggi Nicola Maggi ha detto:

      Caro Franco, quanto dici fotografa in modo perfetto uno dei grandi mali delle fasce alte del mercato: la speculazione. Un fenomeno che esiste da sempre, ma che negli ultimi anni, con lo sdoganamento dell’arte come investimento finanziario, è diventata (fin troppo) la regola. Ne ho già parlato in passato, ma colgo l’occasione di ricordare che nel mercato dell’arte non esiste il reato di insider trading e questo è un grande problema. Non di rado, infatti, si assiste ad una strana relazione tra aste e mostre in grandi musei internazionali che lasciano sospettare (per essere gentili) una certa connivenza tra questi due mondi. Se si guarda poi chi sta a sedere nei board dei grandi musei del mondo quello che è un sospetto diventa una certezza… Vero anche quello che dici sulla presenza in sala di venditori che sono lì per monitorare (e sostenere) le quotazione dei propri artisti. Non di rado sono proprio i galleristi che lo fanno, arrivando anche a comprare le opere nel caso si rischi un invenduto che potrebbe danneggiare il mercato del proprio pupillo. In realtà il vaso di Pandora non ha più coperchi e questo, forse, è il problema vero. Fortunatamente tutto ciò riguarda una fetta estremamente esigua del mercato anche se la più visibile da punto di vista dei media di settore. Il collezionismo vero si muove su altre fasce e anche quello più ricco ha iniziato ad orientarsi su artisti non ancora preda di manovre speculative. Detto tra di noi, quello che mi preoccupa, però, non è tanto il Rothko da 56 milioni o il Bacon da 72 – siamo comunque davanti alle opere di grandi maestri del contemporaneo – sono i 28 milioni di dollari per il Popeye di Jeff Koons che mi lasciano perplesso…

I commenti sono chiusi