Niki De Saint Phalle, o del dolore sublimato

Niki de Saint Phalle nel 1955

Quella di Niki de Saint Phalle appare figura eterodossa nella corrente artistica tutto sommato compatta del Nouveau Réalisme. Il gruppo — così battezzato da Pierre Restany nel 1960 — riuniva pittori e scultori accomunati dall’utilizzo di materiali e oggetti di uso quotidiano, spesso “vili”, in una dialettica critica rispetto all’affermarsi del consumismo e del suo ciclo produzione-consumo-distruzione.

A rigore, potrebbe appartenere stilisticamente alla poetica del gruppo la prima fase della produzione di Niki: quella degli assemblages e dei Tirs (o Shooting Paintings), realizzati sparando con una carabina su tele intonacate dietro cui erano fissati sacchetti di vernice, facendone colare così il contenuto sul supporto, ove a volte erano presenti anche oggetti.

Ma mentre molti altri esponenti del Nouveau Réalisme — come Arman, César, Rotella, lo stesso Jean Tinguely futuro marito della Saint Phalle — avrebbero negli anni perseguito una ricerca che, pur nelle rispettive evoluzioni (o, in taluni casi, anche involuzioni/ripetizioni), seguiva una evidente coerenza tematica, l’arte di Niki avrà un’apparente svolta radicale nel 1965, con la realizzazione della prima Nana.

 

Niki de Saint Phalle impegnata nella realizzazione di uno dei Tirs

In argot francese Nana significa più o meno “pupa”, “pollastrella” nel senso usato dai gangster dell’epoca. La prima Nana fu ispirata da un’amica incinta — Clarice Rivers, la moglie del pittore Larry Rivers —, ma non poche donne trovarono il titolo offensivo, nonostante la scultura esprimesse, almeno in apparenza, una colorata gioiosità. Evidentemente, anche dopo gli Shooting Paintings, le opere della Saint Phalle erano destinate a essere accompagnate da polemiche, come vedremo. Andiamo però per gradi.

Catherine Marie-Agnès Fal de Saint Phalle, detta Niki, nacque a Neuilly-sur-Seine il 29 ottobre 1930 da una famiglia aristocratica francese. Il padre era un banchiere, la madre — americana — una cattolica assai fervente. Niki avrebbe descritto la sua infanzia come di «privilegio e orrore»: entrambi i genitori erano violenti, e il padre avrebbe anche abusato di lei da quando era undicenne (di qui la radice degli Shooting Paintings come atto performativo dalle valenze rituali e catartiche). Un fratello e una sorella di Niki sarebbero morti suicidi anni dopo.

 

Niki de Saint Phalle, “Clarice Again”, 1966-67

Poco dopo la sua nascita, la famiglia si trasferì a New York, dove Niki fu espulsa da due scuole cattoliche come pure dalla esclusiva Brearley School (per aver dipinto di rosso le foglie di fico che coprivano le nudità di alcune statue).

A diciotto anni iniziò a lavorare come modella per riviste come Life, Vogue, Elle e Harper’s Bazaar, l’anno successivo si sposò, e dopo la nascita della prima figlia si trasferì a Parigi. Ma a 22 anni subì un crollo nervoso, tentò il suicidio lei stessa e fu ricoverata in una clinica psichiatrica per sei settimane. Fu lì che, dopo alcuni tentativi fatti negli anni precedenti, riprese a dipingere.

La sua prima mostra personale fu nel 1956 a St. Gallen, in Svizzera, dove conobbe Jean Tinguely, col quale iniziò una relazione e che sposò nel 1971, dopo che entrambi avevano divorziato dai rispettivi coniugi.

Fin da subito fra Saint Phalle e Tinguely si instaurò anche una collaborazione artistica. Tra le loro opere più famose, Hon/Elle, realizzata per il Moderna Museet di Stoccolma nel 1966: una gigantesca Nana incinta di 28 metri di lunghezza, 6 di altezza e 9 di larghezza, stesa sul dorso e al cui interno i visitatori potevano accedere entrando attraverso la vagina. Nel seno sinistro dell’opera era installato un piccolo planetario mentre nel destro si trovava un bar.

 

Articolo di un giornale locale su “Le rêve de l’oiseau”, 1971

L’immensa scultura suscitò roventi polemiche, non inedite per le opere della Saint Phalle. A parte le contrastanti reazioni agli Shooting Paintings, ancora nel 1971 un giornale locale francese avrebbe intitolato Qui a autorisé cette “horreur”? un articolo di commento all’installazione, in un paese della Provenza, del monumentale e coloratissimo Le rêve de l’oiseau (tre sculture abitabili, primo progetto di questo tipo realizzato dalla Saint Phalle).

Dopo gli oli dei suoi esordi, gli assemblages nati dall’incontro — alla fine degli anni Cinquanta — con le opere dell’Espressionismo Astratto, del Neo-Dada e dei futuri Nouveaux Réalistes, e i Tirs dei primi anni Sessanta, le Nana appaiono, come si è detto, come un’improvvisa sterzata nell’arte della Saint Phalle.

Esuberanti forme femminili spesso in pose danzanti o acrobatiche, nel loro coloratissimo aspetto sembrano esprimere un misto di gioia e liberazione.

Furono precedute, in realtà, da una serie di lavori che si scagliavano contro i ruoli sociali femminili stereotipati: sculture di partorienti, madri divoratrici, spose spettrali e scheletriche vestite di bianco, streghe e prostitute. Successivamente, però, le figure si fecero più gioiose, colorate e stravaganti, a partire appunto dalla prima Nana ispirata da Clarice Rivers.

 

Maquette per “Le Dragon de Knokke”, ca. 1973

Inizialmente realizzate con materiali morbidi — come lana, stoffa e cartapesta — e successivamente in gesso su struttura metallica, man mano che le sculture assumevano maggiori dimensioni (fino ad essere monumentali) furono sperimentati dalla Saint Phalle nuovi materiali, come la resina poliestere o la schiuma di poliuretano, che permettevano la costruzione di opere dalla grande fluidità di forma e maggiormente resistenti alle intemperie.

Molte sono le influenze o le fonti d’ispirazione che si potrebbero indicare per le Nana, come pure per il fantastico bestiario colorato di Niki: sicuramente Gaudí, scoperto dall’artista durante un soggiorno a Barcellona nel 1955 («Gaudí divenne il mio maestro e il mio destino», affermò in un’occasione lei stessa), ma anche le Veneri Steatopigiche primitive (espressione peraltro di una società matriarcale), come pure certa arte dell’Africa nera, dell’Amazzonia e del Centro America, in particolare nella raffigurazione dei serpenti e di altri animali.

 Ma centrale è anche l’iconografia dei Tarocchi, su cui la Saint Phalle ha intessuto numerosissime variazioni, culminate nel progetto esistenziale del Giardino dei Tarocchi di Garavicchio, presso Capalbio in Toscana, cominciato nel 1979 assieme a Tinguely e — dopo la morte di questi, avvenuta nel 1991 — portato avanti dall’artista fino al 1996.

Realizzato sul versante di una collina in un parco recintato, in modo da separarlo nettamente «dalla realtà quotidiana», su un’area di due ettari si snodano, come un vero e proprio percorso iniziatico, ventidue sculture monumentali, alcune delle quali abitabili, ispirate agli Arcani Maggiori dei Tarocchi.

Il Giardino dei Tarocchi, in località Garavicchio, nei pressi di Pescia Fiorentina, frazione comunale di Capalbio in Toscana

Aperto al pubblico nel maggio 1998 — e rimasto in piccola parte incompiuto — la sua realizzazione comportò una spesa totale di quasi dieci miliardi di lire, interamente finanziati dall’autrice tramite la vendita di sue opere, come pure la creazione di gioielli e addirittura di una linea di profumi.

Sono proprio i Tarocchi, forse, a gettare luce sull’evoluzione dell’arte della Saint Phalle dal primo al secondo periodo. Il loro côté esoterico, la rappresentazione delle forze archetipiche che interagiscono con l’universo, trascende l’apparente semplicità dei colori sgargianti con cui la Saint Phalle li ha illustrati.

C’è sublimazione del dolore, in quella gioia di forme bizzarre, giocose e colorate che incarnano tuttavia antinomie esistenziali come volontà e destino, legge e arbitrio, materia e spirito: The Darkness Behind Niki de Saint Phalle’s Colorful Beauties, intitolava appunto un articolo, uscito nel gennaio 2015 su “Hyperallergic”, la scrittrice e critica d’arte americana Eunice Lipton.

Niki morì il 21 maggio 2002 a San Diego, in California, in seguito a una malattia respiratoria che da tempo la affliggeva, provocata dalle inalazioni tossiche legate alle resine utilizzate per lungo tempo come materiali per le opere.

 

Niki de Saint Phalle, “Autel O.A.S”, 1962-1992

La bella retrospettiva in corso a New York Structures for Life, al MoMA PS1 di Queens, illustra efficacemente tutta la parabola creativa di Niki de Saint Phalle. Vi sono esempi della prima produzione: uno Shooting Painting del 1964, come pure uno degli Altari dello stesso periodo, dissacrati dalla presenza di armi e di animali come topi e pipistrelli (e che pure talvolta fungevano da bersaglio agli Shooting dell’artista); la mostra tuttavia è soprattutto incentrata sulle Nana e sulle maquette delle opere monumentali.

Non mancano però opere di forte impegno sociale della Saint Phalle, forse meno conosciute. Coinvolta fin dagli anni Sessanta nei movimenti legati alla parità dei diritti e all’uguaglianza, sia di razza che di genere, Niki fu in prima linea nella campagna di sensibilizzazione e informazione riguardo all’AIDS negli anni Ottanta, avendo peraltro perso molti amici vittime della malattia.

 

Niki de Saint Phalle, “Tir neuf trous- Edition MAT”, 1964

Tra le opere in mostra, c’è anche la cartella di illustrazioni realizzata per il libro AlDS: You Can’t Catch it Holding Hands, realizzato nel 1986 in collaborazione con l’immunologo svizzero Silvio Barandun e tradotto in cinque lingue (la versione francese fu distribuita gratuitamente nelle scuole superiori; qualcuno si ricorda di avere mai visto in giro la versione italiana?).

Altre testimonianze del lato politico dell’attività artistica della Saint Phalle sono le litografie realizzate nel 2001: George W. Bush; Abortion — Freedom of Choice (Population Explosion); Global Warming; Guns.

Disegni, libri d’artista, fotografie, video, materiale documentario e memorabilia (incluso l’articolo francese del 1971 su citato) completano questa mostra, in programmazione fino al 6 settembre.