Non autenticità delle opere d’arte: i rimedi giudiziali a favore dei collezionisti (parte 1)

Foto di Gerd Altmann da Pixabay rilascaita su Pixabay License: libera per usi commerciali, attribuzione non richiesta.

I falsi nel mercato dell’arte sono, purtroppo, in continuo aumento. Nel 2014, il Fine Art Expert Institute di Ginevra stimava che quasi metà delle opere in circolazione fossero false o erroneamente attribuite, e nel 2018 il Comandante della sezione Falsificazione ed arte contemporanea del Comando Carabinieri Tutela patrimonio culturale rendeva noto come quasi il 70% del mercato dell’arte contemporanea in Italia fosse costituito da falsi. L’arte contemporanea è attualmente soggetta ad una maggiore falsificazione essenzialmente per due ragioni: è la tipologia d’arte più richiesta e con prezzi più alti, oltre a quella più semplice, tecnicamente, da falsificare.

E’, quindi, sempre consigliabile per chi voglia acquistare un’opera d’arte effettuare una vera e propria due diligence sull’opera che abbia ad oggetto, ad esempio: la provenienza, l’autenticità, il prezzo, la presenza di vincoli, lo stato di conservazione.

Tuttavia, può capitare che i collezionisti acquistino un’opera d’arte che si riveli successivamente “non autentica”, intendendosi per tale espressione la mancanza di corrispondenza tra l’opera ceduta e quella oggetto del contratto (scritto o verbale), in merito alla paternità o all’attribuzione dell’opera. A questo proposito, si ricorda che l’art. 64 del Codice dei Beni Culturali (D.lgs. 42/2004) prescrive che gli operatori professionali consegnino all’acquirente la documentazione attestante l’autenticità o almeno la probabile attribuzione e la provenienza delle opere medesime o una propria dichiarazione contenente le informazioni in loro possesso, generalmente su copia fotografica dell’opera.

 

L’incertezza attorno all’autenticità

 

Nella prassi, non è semplice né per il collezionista, né talvolta per l’operatore, essere certi dell’autenticità dell’opera. Spesso, infatti, l’autenticità è legata al rilascio di dichiarazioni di autenticità da parte di esperti d’arte riconosciuti dal mercato, o da fondazioni o archivi che spesso autenticano indirettamente, mediante l’archiviazione dell’opera nel catalogo generale o ragionato dell’artista.

L’incertezza sull’autenticità delle opere è poi aggravata dal fatto che, mentre il mercato individua solitamente un soggetto quale soggetto privilegiato per autenticare le opere, l’ordinamento non riconosce ad alcun soggetto tale diritto esclusivo. Pertanto, qualsiasi soggetto è, in linea di principio, libero di rendere o meno un proprio parere circa tale qualità dell’opera.

Neanche l’artista vanta l’ultima parola con riguardo alle proprie opere, come dimostrato dai celebri casi giudiziali concernenti due opere di De Chirico e come stabilito dall’art. 9 della l. 1062/1971 che prevede che il giudice debba “assumere come testimone l’autore a cui l’opera d’arte sia attribuita o di cui l’opera stessa rechi la firma”.   (Leggi -> L’autentica delle opere d’arte: ancora troppe zone grigie)

Nei casi in cui l’autenticità sia stata messa in dubbio oppure sia stata negata, il proprietario subisce un danno patrimoniale derivante dal forte deprezzamento o addirittura azzeramento del valore del bene. Diversi sono i rimedi giudiziali a favore dei collezionisti, a seconda che siano esperiti nei confronti del soggetto che ha venduto l’opera o di chi l’abbia ritenuta non autentica.

 

I rimedi nei confronti dei venditori

 

Per quanto riguarda i rimedi nei confronti dei venditori, oggetto di questo breve articolo, la giurisprudenza di legittimità a partire dagli anni Sessanta riconosce l’autenticità delle opere d’arte quale elemento essenziale di identificazione e qualificazione del bene. Ciò detto, per quanto concerne i rimedi giudiziali la giurisprudenza opera una distinzione per i rimedi esperibili a seconda che l’autenticità dell’opera sia stata espressamente o implicitamente garantita o meno dal venditore.

Nel primo caso si ritiene applicabile la disciplina della risoluzione del contratto per inadempimento per aliud pro alio¸ mentre se tale qualità dell’opera sia stata solo supposta da una delle parti, ma non garantita, è esperibile l’azione d’annullamento per vizi del consenso. Il giudice dovrà, quindi, effettuare una valutazione della volontà concreta delle parti per determinare se tale qualità del bene sia stata promessa o meno dal venditore.

Qualora l’autenticità non sia stata garantita dal venditore ma solo presunta dall’acquirente, quest’ultimo potrà esperire l’azione di annullamento del contratto di vendita per vizi del consenso. Tale azione si prescrive entro cinque anni dalla scoperta rispettivamente dell’errore sull’autenticità dell’opera o, del dolo da parte del venditore. Se la prescrizione di tale azione appare favorevole per l’acquirente, fornendo tutela nei confronti del venditore anche per disconoscimenti occorsi anche molti anni dopo la vendita, in tal caso il danno risarcibile si limiterà al solo interesse negativo, ossia alla restituzione del prezzo e al rimborso delle spese effettuate per la vendita.

Nel caso in cui l’autenticità sia stata invece espressamente o implicitamente garantita, la Cassazione riconosce pacificamente come spetti “al compratore, cui l’autenticità del dipinto era stata garantita, il diritto alla risoluzione del contratto per vendita di aliud pro alio…a causa dell’inadempimento del venditore all’obbligazione assunta di trasferire al compratore il diritto su opera d’arte determinata con riferimento ad un elemento specifico di identificazione, di carattere sostanziale, quale è quello attinente al suo autore” (Cass. Civ. 1889/2018; ex multiis: Cass. Civ. 7557/2017; Cass. Civ. 12557/2011; Cass. Civ. 17995/2008; Cass. Civ. 392/1977). In questo caso, l’acquirente avrà diritto non solo ad ottenere la restituzione del prezzo versato al venditore, ma anche al risarcimento del maggior valore che l’opera avrebbe avuto se quest’ultima fosse stata autentica.

L’azione di risoluzione per aliud pro alio è soggetta all’ordinario termine di prescrizione decennale. A tal proposito, si rileva un interessante contrasto tra la giurisprudenza di merito e quella di legittimità circa il termine iniziale di prescrizione di tale azione.

 

Da quando decorre il termine iniziale della prescrizione

 

L’ultimo caso in cui è stato evidente tale contrasto riguardava l’autenticità di un arazzo di Alighiero Boetti. Il venditore dell’opera aveva sollevato l’eccezione di prescrizione dell’azione di risoluzione essendo decorsi più di dieci anni dalla vendita dell’arazzo. La Corte di Appello di Genova con la sentenza n. 308, depositata il 4 marzo 2013, aveva rigettato tale eccezione ritenendo che il termine iniziale della prescrizione decorresse non dalla vendita, bensì dal giorno in cui il proprietario aveva avuto conoscenza della lesione del proprio diritto di proprietà, ossia solo dal momento in cui l’Archivio dell’artista si era espresso dichiarando la non autenticità dell’opera. In tal modo, la Corte aveva dato così rilievo all’effettiva conoscenza (o conoscibilità) da parte dell’acquirente della non autenticità del bene.

La Cassazione, con sentenza n. 1889 del 25 gennaio 2018, rigettava tale orientamento ribadendo, invece, come la prescrizione cominci a decorrere dal giorno in cui il diritto dell’acquirente può essere fatto valere, ossia dal giorno della compravendita, mentre non possa essere considerato il momento (successivo all’acquisto) della scoperta da parte dell’acquirente della non autenticità dell’opera. Ciò in quanto tale momento potrebbe essere ritardato anche colposamente, per incuria, dal medesimo proprietario.

Ad avviso di chi scrive, l’orientamento espresso dei giudici di merito tutelerebbe maggiormente i diritti dell’acquirente che, dopo molti anni e senza alcuna colpa,  spesso scopre che l’opera non è autentica e si ritrova senza tutela, proprio nei casi in cui tale qualità del bene è stata garantita dal venditore. Il pregio dell’orientamento sostenuto dalla Suprema Corte è, tuttavia, quello di una maggiore certezza del mercato in quanto i venditori sono obbligati a rispondere della non autenticità dell’opera solo per un periodo di tempo limitato – ossia per dieci anni dalla vendita – e non in maniera indeterminata, a seguito di un inatteso disconoscimento o diversa attribuzione delle opere vendute.

Nel prossimo articolo approfondiremo quelli che sono i rimedi nei confronti dei soggetti che effettuano la valutazione dell’opera. 

3 Commenti

  • Fabrizio ha detto:

    Ottimi spunti e consigli perfetti

  • Cecilia ha detto:

    Qualche anno fa proposi il registro artisti proprio per dare tutela ai collezionisti. Ora si presenta il problema ma spolverare la mlq idea che fu anche pubblicata nella rivista Arte Mondadori e se qualcun fosse “curioso” del metodo io sono qua. Saluti Cecilia Martinelli

  • Stefano ha detto:

    Ottimo articolo

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