I “non luoghi” di Anna Capolupo

Anna Capolupo, Kreuz Berlin, 2014. Tecnica mista su carta intelata, cm 100x240
Anna Capolupo, Kreuz Berlin, 2014. Tecnica mista su carta intelata, cm 100x240

Anna Capolupo (n. 1983) sta vivendo un vero e proprio momento d’oro. Questa giovane pittrice originaria di Lamezia Terme e seguita dalla Burning Giraffe Art Gallery di Torino, che a novembre l’ha presentata a Paratissima, è da poco entrata a far parte della Collezione Bancartis della BCC Mediocrati. Già protagonista, nel 2014, del progetto Young at Art del MACA (Museo Arte Contemporanea di Acri) e finalista di Combat Prize e Premio Terna, i l 2 febbraio di quest’anno si è aggiudicata la sezione pittura dell’ultima edizione del Premio Internazionale Limen Arte, con l’opera Sognato mare dipinto bosco, che sarà inserita nella collezione del nascituro Museo d’arte Contemporanea di Vibo Valentia. Collezione da Tiffany l’ha incontrata per parlare del suo lavoro e dei suoi progetti futuri.

Anna Capolupo, Sognato mare dipinto bosco, 2014. Opera vincitrice della sezione pittura del VI Premio Internazionale Limen Arte.

Anna Capolupo, Sognato mare dipinto bosco, 2014. Opera vincitrice della sezione pittura del VI Premio Internazionale Limen Arte.

Nicola Maggi: Dal Trittico dell’Acqua (2011) alla serie TorinoNowhere (2014) l’ambiente urbano ha sempre un ruolo centrale nella tua ricerca artistica, con un’attenzione particolare per quelli che tu chiami i “non luoghi”. Da dove nasce questo tuo particolare interesse?

Anna Capolupo: «La città mi ha sempre affascinato, sono cresciuta in un piccolo paese dell’entroterra calabrese, ho vissuto molto la campagna, e la città fin da bambina era come un sogno che volevo assolutamente raggiungere.  Era misteriosa ed ha tutto ciò che non conosco, ha codici diversi a cui adattarsi, è forte, può annientarti e alienarti o migliorarti o entrambe le cose. Le città subiscono sempre una continua trasformazione, al contrario della campagna che può restare immutata per anni. Ci sono luoghi che nella trasformazione cambiano la propria identità, quindi il meccanismo che si innesca è la conservazione o la cancellazione, questo è un aspetto molto interessante, il modo di cambiare lo spazio modifica anche il modo in cui si vive lo spazio. Cambia la memoria del luogo, cambia l’atteggiamento della collettività nel rispetto o meno del luogo. Cambiando città  spesso ti accorgi che esistono spazi fra di loro  molto simili  l’uomo li percorre, sono di passaggio non hanno un identità , più ti allontani dal centro “storico” e ti inoltri nelle periferie più si va nell’anonimato più totale o nasce una diversa ricerca estetica e artistica se si pensa per esempio alla street art e al segno che lascia nelle periferie, cambia molto la percezione che hai di un posto attraversandolo è affascinante. Capire l’uomo dove va e cosa sta cercando, se si espande con consapevolezza o no è interessante. Ho visto posti cambiare molto velocemente nelle città in cui ho vissuto  come Torino e Berlino avevano piazze che erano  parcheggi per auto o infinite distese di sabbia e che oggi sono contenitore di attività suburbane. Oppure argini del Po diventare un villaggio nomade, immerso nella nebbia  vai a bussare a porte di case senza tetto, è incredibile, è evocativo, la città ha tutto questo… la trasformazione nel bene o nel male mi incuriosisce. La natura stessa a volte crea dei non luoghi, pensiamo ad un terremoto le città si fermano e forse non riacquisteranno più la stessa identità».

Anna Capolupo, TorinoNowhere #1, 2014. Tecnica mista su carta intelaiata, cm 180 x 180 cm

Anna Capolupo, TorinoNowhere #1, 2014. Tecnica mista su carta intelaiata, cm 180 x 180 cm

N.M.: In tutti questi lavori, peraltro, si parla di ambienti fortemente antropizzati, ma l’essere umano è praticamente assente…

A.C.: «L’uomo come figura non è rappresentato perché la città è diventata il suo modo di agire, la sua presenza è costante e imponente, credo che esistano al mondo ormai pochissimi posti non intaccati e modificati dall’uomo, quindi in realtà lo dipingo tutte le volte che dipingo una città, sto raccontando la vita delle persone senza fermarmi su un individuo soltanto».

N.M.: Alla figura umana, invece, hai dedicato un ciclo molto cupo, Diary of a Lost Love, che sembra un po’ discostarti dagli altri tuoi dipinti…

A.C.: «Per quanto riguarda la figura ho un altro tipo di approccio, non dipingo quasi mai persone che non conosco o che non facciano parte della mia vita, ho un approccio molto più intimo e introverso. Diary of a lost love era realmente la fine di una storia d’amore, un diario di immagini personali; era la mia quotidianità, c’era il sesso, il cibo, le stanze vuote, i vizi, le risate, l’amore, la rabbia. La figura la vivo quasi come una pratica d’esorcismo che impongo a me stessa per lasciar andare. Non faccio vedere spesso questa parte del mio lavoro, però mi diverte molto, mi mette alla prova. In questo momento sto facendo delle figure molto più colorate e nascono da situazioni che ho vissuto in prima persona accostate, a volte, ad elementi surreali, simbolici, magari legati al carattere del personaggio dipinto. Figure che spesso realizzo con interventi di cucito per imprimervi ancora di più il senso della mia memoria personale».

Anna Capolupo, Diary of a lost love, 2010. 15x18 cm. China e acquerello su carta.

Anna Capolupo, Diary of a lost love, 2010. 15×18 cm. China e acquerello su carta.

N.M.: Tornando all’oggi. Nei tuo ultimi dipinti hai iniziato ad utilizzare anche una tecnica particolare fatta di sovrapposizioni e elementi stratificati. Ce ne parli?

A.C.: «E’ una tecnica che pratico da molto tempo. Fin dall’accademia sono stata influenzata da diversi artisti e dalla scuola che frequentavo. Ne è nata un tecnica che poi negli anni ho messo a punto secondo il mio senso estetico, le mie esigenze d’espressione, secondo la mia emotività. Qualcuno ne ha parlato come di stratificazione d’emozioni, ed effettivamente è così: nello stratificare si accostano più spazi della mia memoria che diventano sempre più astratti e che in realtà sono percezioni. Posso spostare un pezzo di cielo e metterlo sull’asfalto. Si tratta di mettere e togliere, riempire e svuotare, cambiare posizione, guardare uno spazio da tanti punti di vista, è come un collage, ma senza l’utilizzo di foto. Sposto ciò che dipingo io stessa».

Anna Capolupo, Produzione, 2009. Tecnica mista su tavola,  cm 200 x 200

Anna Capolupo, Produzione, 2009. Tecnica mista su tavola, cm 200 x 200

N.M.: Cosa c’è dopo TorinoNowhere?

A.C.: «Nel 2015 ci saranno due appuntamenti importanti: uno ad Aprile al MACA il museo d’arte contemporanea di Acri che mi dedicherà una personale, in cui ci sarà quasi tutto il mio lavoro degli ultimi 10 anni, più qualcosa di nuovo sul paesaggio calabrese. Tutto sarà diviso per sezioni e temi differenti; poi a Novembre ci sarà la prosecuzione del progetto aperto con la Burning Giraffe art Gallery di Torino, quindi BerlinoNOwhere V.2 che appunto tratterà i “non luoghi” della capitale tedesca, nel resto dell’anno delle collettive in giro, Firenze, Milano. Vi terrò aggiornati!»