Prima di oggi: il ritorno di Giulio Cerocchi

Giulio Cerocchi, Vivi ritirato e nella quiete e sii selvaggio #5
Giulio Cerocchi, Vivi ritirato e nella quiete e sii selvaggio #5

La fotografia si rivela a lui grazie a una salsa di pomodoro, intraprende una fortuita carriera di modello, fa volare una colomba meglio di Nilla Pizzi, in televisione incontra Mike Bongiorno ma non per rispondere ai suoi quiz. È Giulio Cerocchi, poliedrico professionista dell’immagine la cui biografia è costellata di curiosi episodi come quelli accennati poco fa, tutti che concorrono a un’idea di fotografia nella quale dimensioni che non appartengono all’immagine per “diritto di nascita” – come tempo e spazio – lo divengono per sua volontà. Ancora oggi, pur vivendo in Maremma da anni, Giulio ama Milano, sua città natale, come un adolescente sedotto. Nei suoi progetti trionfa il paesaggio urbano alla stregua di quello interiore e in entrambi introduce la terza dimensione con estrema naturalità e come elemento imprescindibile del suo lavoro. Insaziabile resta tutt’oggi la voglia di ibridare i linguaggi dell’immagine fotografica. Per quale ragione, dopo una soddisfacente carriera come professionista e numerosi successi provenienti dall’attività autoriale, la sua necessità di sperimentare resta ancora così esigente, non paga dei riconoscimenti ottenuti? La risposta, forse, è in ciò che Giulio Cerocchi è stato prima di oggi.

Loredana De Pace: Giulio Cerocchi, professionista dell’immagine. Come hai iniziato e perché?

Giulio Cerocchi: «Perché la mia mamma, appassionata di fotografia, mi regalò all’età di quattordici anni una macchina fotografica Eura Ferrania 6×6 che conservo tuttora, ottenuta con i punti della salsa al pomodoro Cirio. Fu un regalo sconvolgente! In pochissimo tempo e grazie alle “mancette” della domenica mi comprai la scatola del Piccolo Fotografo allestendo così una minuscola camera oscura nel bagno di servizio. Supportato da una macchina fotografica ero diventato a tutti gli effetti un fotografo, per lo meno io questo credevo… In famiglia tra l’altro c’era una specie di tradizione fotografica: mia madre, un cugino ritrattista e infine lo zio Achille, un personaggio estremamente particolare, erano tutti appassionati della giovane arte. E io non sono stato da meno: sin da ragazzino mi piacevano gli odori della camera oscura e il rumore dello scatto fotografico. Pian piano sono maturato, grazie alle immagini di Alfa Castaldi, Ugo Mulas, Enzo Nocera e in particolar modo con Diaframma, una galleria di fotografia aperta in via Brera nel 1967 da Lanfranco Colombo: non mi sono mai perso un vernissage».

Giulio Cerocchi, Coesistenze Pacifiche #9

Giulio Cerocchi, Coesistenze Pacifiche #9

Loredana De Pace: Chi è lo zio Achille che hai nominato prima?

G.C.: «Zio Achille, zio di mia madre in verità, era un personaggio eclettico. Io ero troppo giovane per conoscerlo a fondo, morì infatti quando avevo solo dieci anni. La sua eredità era anche composta da innumerevoli bauli contenenti migliaia di foto, stampe tipografiche, lettere, disegni, libri, spartiti musicali e oggetti di vario genere. Ho preso in consegna io questo materiale – scartato dalla famiglia perché ritenuto inutilizzabile e di scarso valore economico – come se sapessi indirettamente il valore reale di tali “cianfrusaglie”. Attraverso gli oggetti e i suoi diari ho ricostruito il suo personaggio, la sua anima.  Zio Achille era stravagante, amante della vita, delle donne – bellissime le lettere d’amore inviate dalle amanti – degli animali e della “sua” montagna. Era un grande scalatore, arrivò fino alla cima del Monte Bianco. Fu musicista, attore, poeta, fotografo, aderì al movimento Futurista, vinse persino un rally Milano-Sanremo. Ho ritrovato anche oggetti, ricordi di amori dimenticati, macchine fotografiche. Sono andato in giro a fotografare con una delle macchine avute in eredità, una Zeiss Ikon Compar formato 6,5×11 fin quando sono riuscito a trovare la pellicola adatta».

L.D.P.: Quali sono le tappe importanti del tuo percorso come fotografo professionista?

G.C.: «Ho cominciato come free lance nell’ambiente fotografico milanese degli anni Settanta e Ottanta. Allora tutto era in fermento, era in atto una vera e propria rivoluzione sociale e culturale. A sedici anni ho avuto la fortuna di conoscere Rodolfo Querin, giornalista e fotografo del giornale milanese La Notte. È stato un grande maestro di vita e mi ha insegnato i due concetti basilari della fotografia ossia a cosa servono i tempi e i diaframmi. Sembra banale, specie oggi che viviamo in pieno l’era digitale, ma per me è stato un grande insegnamento. Come free lance ho collaborato con alcune riviste alternative quali Re Nudo e Il Male, ma con queste attività non si mangiava. Ho anche lavorato a lungo in ambito teatrale per l’Assessorato Cultura e Spettacolo del Comune di Milano, come fotografo di scena per il Teatro dell’Elfo, il Piccolo Teatro, il Teatro di Lindsay Kemp e il Maurice Bejart Ballet. Ricordo ancora con grande emozione la recita del Bolero di Bejart-Ravel all’Arena di Verona nel 1977: protagonista era l’etoile italiana Carla Fracci ed io ero l’unico munito di reflex ammesso dietro le quinte. Come fotografo di teatro ho cominciato a vedere i primi discreti guadagni. Nel 1966 uscì nelle sale cinematografiche Blow-Up di Michelangelo Antonioni. Questo film ha rivoluzionato il mio concetto di fotografo: per anni le ambientazioni della pellicola e la personalità carismatica del protagonista del film, il giovane Thomas, hanno infatti influenzato la visione che avevo del mio futuro. E anche grazie a questa pellicola che ho deciso di diventare un fotografo di moda e avere uno studio tutto mio. Certo non si trattava di una scelta facile. Come nel film, qual è stata per me la verità e quale l’illusione? Per anni ho lavorato prima come assistente e poi come fotografo di ruolo negli studi della casa editrice Ars-Arpel specializzata nella moda, settore pelletteria. Questa esperienza mi ha permesso in seguito di aprire un mio spazio lavorativo collaborando con le più note riviste italiane di moda quali Amica, Grazia, Vogue Pelle, Mipel, Bazaar Italia, Idea Pelle, Impuls Germania e con agenzie pubblicitarie nella realizzazione di campagne nazionali e internazionali».

Giulio Cerocchi, Stella danzant

Giulio Cerocchi, Stella danzante

L.D.P.: Stai parlando di Vola Colomba?

G.C.: «Sì, dopo sette anni come free lance sentivo il bisogno di aprire uno spazio tutto mio, un luogo nel quale le mie capacità professionali fossero stimolate e gratificate appieno. Avevo insomma l’esigenza di “spiccare il volo”. Casualmente ascoltai alla radio una canzone di Nilla Pizzi. La cantante nel 1952 vinse il Festival di Sanremo proprio con la canzone Vola Colomba. Questa combinazione di elementi, ossia la mia data di nascita, per l’appunto il ‘52, il nome della canzone e il mio desiderio di fare il grande passo, diede vita a Vola Colomba di giulio cerocchi s.a.s. Grazie a questo studio non ero più costretto a girovagare per la città, mi ero fatto una tana».

L.D.P.: Milano è una città dalle mille contraddizioni alla quale sei legato profondamente. Per quale ragione?

G.C.: «Un vecchio slogan pubblicitario recita: Se non lo trovi a Milano, non lo trovi da nessuna parte! Ecco la ragione per la quale sono così legato a Milano, metropoli difficile da capire ma dopotutto con le stesse contraddizioni di tutte le altre grandi città. Milano offre opportunità di ogni genere, lavoro, divertimento, cultura e un buon livello di vita sociale. Certo è una città che non perdona… Devi dare, restituirle qualcosa! Marco Polo diceva: “Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”. A Milano ho trovato il mio futuro, ho trovato gli amori della mia vita».

L.D.P.: Ci racconti qualche aneddoto sulle tue frequentazioni milanesi?

G.C.: «Sono nato e vissuto nel quartiere di Brera, in via Fiori Oscuri, un cuore che pulsava donando energie a chi sapeva catturarle. Il quartiere era il cuore pulsante dell’arte, delle avanguardie, della cultura. Purtroppo oggi si è ridotto a un grande centro commerciale all’aperto. Ma allora uno dei punti d’incontro era il bar Giamaica con il suo personaggio più famoso, mamma Lina, la proprietaria. La cultura, le varie discussioni artistiche si facevano ai tavolini del bar e non all’Accademia di Brera. Davanti a un caffè o a un buon bicchiere di vino si sono confrontate tutte le avanguardie culturali. Si parlava poco di calcio e di politica. Si viveva in un mondo “astratto”! In questo luogo d’incontri potevi incontrare personaggi che hanno prodotto cultura nel nostro Paese come Giuseppe Ungaretti, Dino Buzzati, Bruno Cassinari, Salvatore Quasimodo, Valerio Adami, Ernest Hemingway, Enrico Baj, Dario Fo, e tutti frequentavano il quartiere senza quella notorietà che hanno avuto in seguito. Fra questi, alcuni li ho conosciuti solo di vista considerando la mia giovane età; altri come Allen Ginsberg e Fernanda Pivano ho avuto la fortuna di incontrarli più da vicino, al Macondo, un locale di cultura alternativa vicino a Brera. L’occasione fu la recita di un poema di Ginsberg dal titolo Urlo (Howl). Conservo come reliquia un pezzo di stoffa arancione che distribuì durante la serata come segno di pace».

Allen Ginsberg, Fernanda Pivano, Macondo 29.10.1977

Allen Ginsberg, Fernanda Pivano, Macondo 29.10.1977

L.D.P.: Sei stato anche modello, vero? Raccontaci come si sta di fronte alla fotocamera.

G.C.: «In quel periodo lavoravo negli studi fotografici della Ars-Arpel, casa editrice specializzata nel settore pelletteria. Eravamo tre fotografi, ognuno aveva la sua sala posa comprensiva di una quantità illimitata di attrezzatura fotografica e di un assistente. Ogni giorno si programmavano servizi fotografici e gli studi si riempivano di modelle e di modelli per non parlare di “trucco e parrucco” e di isteriche stylist. La casualità di mettermi di fronte a una macchina fotografica come modello è nata dal “bidone” di un secondo modello che non arrivò su set. Il servizio doveva essere assolutamente prodotto per cui la mia stylist, Anne Lerner, con prepotenza amichevole mi vestì come un bel damerino e in men che non si dica fui pronto a esibire un capo in pelle coordinato con una lussuosa valigetta. Capovolgere la situazione da carnefice a vittima è stato divertente, incensavo il mio ego e lo appagavo beatamente con la definizione di “gran bel figo”, che molte mi affibbiarono. Questa simpatica esperienza è durata circa un paio d’anni, naturalmente svolgevo questo ruolo di modello negli spazi liberi che mi potevo permettere tra un lavoro e l’altro in qualità di fotografo».

L.D.P.: Sei da sempre un contaminatore. Quando lavoravi come professionista questa tua inclinazione a ibridare i linguaggi della fotografia entrava nel lavoro che svolgevi nei settori della moda e della pubblicità?

G.C.: «Lavorando nel settore editoria e alle prese con bozzetti e layout di campagne studiate a tavolino da autorevoli pubblicitari – Gavino Sanna era uno dei tanti – era difficile portare avanti una propria idea. Fondamentalmente ero un esecutore, dovevo tradurre in fotografia e nei migliori dei modi un pensiero pubblicitario sviluppato da altri. Comunque – ma solo raramente a onor del vero – ci sono stati casi nei quali ho potuto consigliare l’art director su come modificare e impostare un tipo di illuminazione. Da qui sono nati i servizi fotografici con le luci miste, ossia flash e artificiale. La contaminazione invece riguardava la mia ricerca personale che prevedeva – e prevede ancora – segni per lo più grafici inseriti nell’immagine fotografica. Infatti, utilizzavo la Polaroid con tutti i suoi difetti di sviluppo, strofinando la parte sensibile con delle spugne, ad esempio, graffiavo, scaldavo con l’asciugacapelli l’emulsione della pellicola. Stratagemmi così, insomma. Talvolta immergevo anche i negativi o le diapositive in acqua e lasciavo che l’emulsione si deteriorasse ottenendo così una nuova immagine distorta. Qualcosa di simile l’ho ripetuto poco tempo fa nel mio progetto Sopra le Profondità».

Giulio Cerocchi, Sopra le profondità #4, 2015

Giulio Cerocchi, Sopra le profondità #4, 2015

L.D.P.: Ci parli della tua esperienza in televisione come fotografo?

G.C.: «Sono legato fraternamente fin dall’età di quindici anni a Enrico Valenti, fondatore insieme a Kitty Perria, del Gruppo Ottanta. Sono stati loro i creatori e animatori di pupazzi come Five, Four e Uan per le reti Mediaset. Su invito di Valenti svolsi negli anni 1984-87 il ruolo di fotografo di scena, una piacevole parentesi dal mio vero lavoro di studio. Mentre lavoravo in televisione ho incontrato personaggi come Mike Bongiorno, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini – una coppia straordinaria – ma anche Sydne Rome, Ornella Muti e tanti altri che mi hanno fatto partecipe di amichevoli complicità e di sane risate. Ho contribuito anche alla creazione di set di animazione: memorabile è stato l’allestimento di una scena dell’opera la Boheme. I personaggi erano degli adorabili topini naturalmente sotto forma di piccoli pupazzi animati dall’esterno. Nel mio archivio fotografico conservo tuttora le foto di questo allestimento… troppo divertente!»

L.D.P.: Dopo Milano arriva la Maremma. Come cambia il tuo approccio alla fotografia e perché?

G.C.: «Mi sono allontanato dall’ambiente fotografico milanese verso la fine degli anni Novanta. Nauseato dalla superficialità dei rapporti professionali, nella mia mente si rafforzava il pensiero di chiudere con ciò che fino ad allora aveva popolato il mio mondo. L’occasione è stata la frequentazione della Maremma, dove ho creduto di trovare la mia Terra Promessa investendo tanto denaro, tempo ed energie: stavo avviando un’azienda agricola con relativo agriturismo. L’entusiasmo, il lavoro duro nei campi, il rapporto diretto con la natura hanno fatto sì che mi allontanassi sempre di più dalla fotografia arrivando in seguito a vendere tutta l’attrezzatura comprese le macchine fotografiche.  Non possedendo più macchine fotografiche, non ero più un fotografo, bensì un contadino. Purtroppo però, non per mia volontà, questo progetto non è andato a buon fine, trasformandosi in un fallimento di vita ed economico a causa del quale ho vissuto nell’oblio per anni, nell’assoluta assenza di voler fare o pensare, ma grazie a una persona che mi ha obbligato ad acquistare una nuova macchina fotografica ho riscoperto la mia origine autoriale carica di nuovi stimoli ed emozioni suscitati dalla dura bellezza della terra di Maremma. Mi sono rimesso in gioco ancora una volta come fotografo non più commerciale o pubblicitario ma con un approccio naturalistico, più intimo, impegnandomi in una personale ricerca ispirata alle culture e simbologie popolari e alle atmosfere misteriche e surreali della natura maremmana».

Giulio Cerocchi, Rusticus #8

Giulio Cerocchi, Rusticus #8

L.D.P.: Tre parole per definirti oggi…

G.C.: «Bello, intelligente, colto e desiderato come un Principe Azzurro… Può bastare? A parte gli scherzi potrei condensare il tutto proprio in tre parole: curioso, tenace e profondamente legato al concetto di vivere».

L.D.P.: A cosa stai lavorando?

G.C.: «Ultimamente mi sto dedicando a nuove contaminazioni spingendomi fino alla tridimensionalità. Non riesco più a lavorare con un’immagine fotografica pura. In qualche modo devo intervenire, devo comunicare con nuovi messaggi utilizzando la manipolazione e ibridando il mio pensiero. Sto lavorando a due nuovi progetti, sono ancora in una fase embrionale, pronti per trasformarsi in qualcosa di concreto. Nei miei progetti futuri ci saranno sicuramente libri e alberi e seguiranno rigorosamente le regole della contaminazione e della tridimensionalità».

1 Commento

  • antonino gambino ha detto:

    Reputo, leggendo l’articolo, la figura di Cerocchi molto originale ed interessanti, una di quelle persone pure e amante dell’Arte che nella sua vita ha sempre cercato di mettersi in gioco e scoprire cosa c’è dietro l’angolo . Figure artistiche che oggi è difficile trovare, grazie per avermi dato modo di conoscerlo

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